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Io non mi sento italiano, ma…
di Luca Bertagnon 19/4/2013
 
 
Io non mi sento italiano, ma…

La migliore sintesi è ancora una volta di quel genio di Giorgio Gaber quando canta: “io non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”.

Il tema è ancora una volta quello dell’italianità, che affiora, per lievitare prepotentemente, ogni qualvolta si mette in discussione l’organizzazione statuale. Lo si è visto allorché si è ventilata l’ipotesi di una strutturazione federale dello stato; per paura del cambiamento si è giocata la carta dell’italianità, intesa nella sua forma più abusata, banale e deteriore, ovvero quella dei simboli e degli inni, della bandiera e della nazionale di calcio, che non impegna, arriva a tutti ed è facile da esternare senza costi o sacrifici per nessuno e che, nei termini della banalizzazione cui viene costretta, non differisce di molto dagli stereotipi pizza, mandolino e mafia.

Se quindi il potere, nel momento in cui si vede messo in discussione, gioca la carta dell’italianità, significa che di fondo c’è un solido senso di radicamento alla nostra penisola, che va capito ed interpretato e che Gaber ha magistralmente sintetizzato. Si tratta infatti di un radicamento alla terra, al luogo, che appartiene ad un’entità geografica caratterizzata dal confine fisico della catena alpina e dalla presenza del mare tutto attorno, che identificano un ambito geografico, ben riconoscibile. L’Italia, che viene storicamente connotata in relazione alla comune matrice storica romana (che invece ha riguardato un territorio molto, molto più vasto, anche oltre gli attuali confini dell’Europa) è in realtà, dal punto di vista geo-politico, quello stivale proteso nel Mediterraneo che non appartenendo alla Spagna, alla Francia o alla Germania, privo una tradizione unitaria, si riconosce perché condivide lo stesso lembo di terra e, spesso nella storia, destini molto simili. Da questo si comprende come sia possibile che i popoli della nostra penisola non si sentano del tutto italiani ma si identifichino profondamente come parte di un’entità territoriale unica, riconoscibile e per molti versi straordinaria: “io non mi sento italiano ma per fortuna o purtroppo lo sono”.


I popoli alpini, per esempio, incarnano l’appartenenza alla propria regione geografica e vivono la comunione con la montagna, indipendentemente dal confine politico; ma chi ha colonizzato il versante sud della catena Alpina non può non cogliere la peculiarità dell’orientamento verso il Mediterraneo, investito com’è dagli effetti dello scirocco e delle correnti umide occidentali, coglie la discesa verso il mare e si sente parte di una terra che per la sua unicità e per le sue peculiarità non si può non amare. Una terra al contempo ricca di contraddizioni, di differenze, di egoismi, che ti fa venire voglia di scappare, ma dalla quale fai fatica a distaccarti.


Per questo l’Italia va intesa nella sua essenza di terra delle differenze, di ‘pontile’ nel Mediterraneo, luogo di transiti, di scambi, di contaminazioni culturali. Proprio per questo i popoli che la compongono sono stati da sempre abituati a custodire gelosamente le proprie lingue, le proprie tradizioni, le proprie sagre ed i propri Santi, le proprie piazze ed i propri campanili. La vera ricchezza della nostra penisola è realmente quella di essere un crogiuolo di autonomie che si dividono, quasi sempre pacificamente, un medesimo territorio che storicamente ha goduto delle differenze ed è stato in grado di esaltarle.


I popoli che vivono l’Italia e che si sentono parte di essa, hanno le loro bandiere, i loro inni, le loro lingue, i loro piatti tipici e le loro tradizioni, si sentono Sardi, Lombardi, Liguri, Veneti, Siciliani, Campani, e sono orgogliosi di esserlo; sanno che fra di essi vi è un legame unico e particolare, pur nel rispetto delle reciproche differenze, che ci sono e che costituiscono la vera ricchezza della nostra Penisola. E’ solo il tentativo egemonico di minoranze o di poteri forti, piuttosto che di stati esteri, che di volta in volta tentano di imporre una forzosa unità che, si sappia, non è mai nell’interesse degli abitanti dello stivale, ma degli appetiti alternativamente di francesi, di spagnoli, piuttosto che dei Savoia e delle loro velleità di piccola casata di provincia, dei deliri imperiali di Mussolini, degli inarrestabili appetiti partitocratici della prima e della seconda repubblica, fino alla follia mondialista di un grande fratello o di una fratellanza a livello planetario, sotto il controllo di un’oligarchia di pazzi finanzieri e banchieri fanatici.


L’escalation è sempre più preoccupante e feroce, ma abbiamo un’arma: la nostra autonomia, le nostre differenze, la capacità che abbiamo e che abbiamo sempre avuto di ritirarci nei nostri territori, nelle nostre valli, nei nostri boschi e sulle nostre montagne, di scomparire per organizzare le guerriglia, resistere e …. finalmente insorgere!!!!


Luca Bertagnon


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