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Ernst Juenger e Drieu la Rochelle terza e ultima parte
di Alain de Benoist 22/3/2013
 
 
Ernst Juenger e Drieu la Rochelle terza e ultima parte

Prima parte


Nel Pariser Tagebücher (Diari di Parigi), Jünger richiama a più riprese, ad esempio l’11 Ottobre e il 7 Aprile 1942, i suoi incontri con Pierre Drieu La Rochelle, nella Parigi occupata dai tedeschi. Drieu è a quel tempo redattore capo della Nouvelle Revue française. Il giovedì Jünger frequenta spesso il salotto letterario di Florence Gould, dove è stato introdotto da Gerhard Heller e dove conosce Paul Léautaud, Henry de Montherlant, Marcel Jouhandeau, Alfred Fabre-Luce, Jean Schlumberger, Jean Cocteau, Paul Morand e molti altri. Più tardi Jouhandeau si ricorderà di lui come di “un uomo molto semplice, di aspetto molto giovane, dal viso delicato e che portava dei vestiti da civile e una cravatta a farfalla.


Il 16 Novembre 1943, Jünger scrive sul suo diario che ha rivisto Drieu la Rochelle all’Istituto tedesco di Parigi, allora diretto da Karl Epting. Gli dice di “aver scambiato con lui dei colpi d’arma da fuoco nel 1915. Era accaduto vicino a Godat, il paese dove è morto Hermann Löns. Drieu, anche lui, si ricordava della campana che suonava le ore: L’abbiamo sentita entrambi.” Molti anni più tardi, nei suoi incontri con Antonio Gnoli e Franco Volpi, Jünger, ormai centenario, richiamerà nuovamente questo ricordo: “ Quando ci incontravamo, parlavamo speso della nostra esperienza della Prima Guerra Mondiale: avevamo combattuto nella stessa zona del fronte, lui dal lato francese, io da quello tedesco, e sentivamo, dai due versanti opposti, il suono delle campane della stessa chiesa”.


Non c’è da stupirsi che i due si siano trovati uniti attorno al ricordo della Grande Guerra. Essa ha segnato nel profondo entrambi, come molti della loro generazione. Ma tra Jünger e Drieu la Rochelle ci sono ben altri punti in comune. Segnati profondamente dalla lettura di Nietzsche, nella loro giovinezza, hanno entrambi aspirato ad una avventura in Africa: Jünger si è arruolato nella Legione straniera, mentre Drieu nel 1914 ha chiesto di essere arruolato tra gli assaltatori marocchini ( esperienza rimasta senza seguito in entrambi i casi). Tutti e due, soprattutto, sono stati – simultaneamente nel caso di Drieu, successivamente nel caso di Jünger – tanto dei teorici politici che degli scrittori. Entrambi hanno, a ragione, potuto essere descritti, in un momento o l’altro della loro vita, come dei “nazionali-rivoluzionari”. Infine entrambi sono stati senza ombra di dubbio dei conservatori rivoluzionari, desiderosi di salvaguardare dei valori che essi giudicavano eterni, ma nello stesso tempo consapevoli che l’avvento della modernità ha creato delle fratture incolmabili. E nonostante questo, molte cese li dividono.


Jünger ha descritto la Prima Guerra Mondiale, quasi durante il fuoco dell’azione, mentre Drieu ha atteso 25 anni per scrivere la Comédie de Charleroi. ( Tra l’altro, essendo stato riformato nel 1939, egli non parteciperà alla Seconda Guerra Mondiale). Nel primo dei 6 racconti che compongono questo libro, che è certamente uno dei suoi capolavori, egli rievoca un assalto contro i tedeschi nel 1914 nella regione di Charleroi. Questa rievocazione avviene all’interno di una visita del campo di battaglia fatta dal natrratore 5 anni dopo in compagnia di ricca donna borghese che ha perso il proprio figlio nella medesima battaglia. A 20 anni d’intervallo, si constata che, al di là di ogni giustificazione ideologica, Jünger e Drieu hanno percepito la guerra come una legge inerente alla natura umana, ossia come una riabilitazione “dell’uomo naturale” nella totalità dei suoi istinti. “ È la vita, sotto l’aspetto più terribile che il creatore le abbia mai dato”, scrive Jünger. Sia per Drieu che per Jünger, la guerra è anzitutto ciò che libera dal mondo borghese e restituisce l’uomo alla sua verità.


La Grande Guerra, cominciata nel 1914 come una guerra classica, si è trasformata poco a poco in un tipo di guerra totalmente differente: una esplosione di forze impersonali gigantesche, un “duello di macchine così impressionante che dopo di esso l’uomo non esiste, per così dire, più. Ma l’avvenimento della “guerra tecnica” ha soprattutto provocato orrore in Drieu, che vi vedrà una “rivolta malefica della materia asservita all’uomo”, una vera “macelleria industriale”, mentre in Jünger essa ha fatto nascere l’intuizione di un nuovo tipo umano, totalmente opposto a quello borghese: il Lavoratore, il cui “realismo eroico” sarebbe in rado di sarebbe in grado di assicurare la messa in moto del mondo. Per Jünger, le “armate delle macchine” annunciano i “battaglioni di operai”: l’esperienza della guerra deve conferire all’uomo una disposizione alla “mobilitazione totale”, ovvero ad una volontà di dominazione che si manifesta attraverso i mezzi della Tecnica. Drieu non condivide per nulla tale visione nello stesso tempo ottimista e volontarista. Nel periodo tra le due guerre egli si opporrà ad una destra che continua a esaltare gli antichi “valori guerrieri”, senza capire che questi valori non hanno peggior nemico della guerra moderna. “La guerra militare moderna è su tutta la linea un abominio”, dirà ancora nel 1934 nel Socialismo fascista. Lontano dall’annunciare l’avvento di un uomo nuovo, il regno della tecnica, secondo lui, implica al contrario una degradazione dell’uomo stesso. Come si sa, sarà solo in seguito, sotto l’influsso di Heidegger e di suo fratello, Friedrich Georg Jünger, che Jünger inizierà, nei confronti della Tecnica e del suo carattere “titanico”, una riflessione critica che lo porterà a prolungare, ma con maggiore profondità, la reazione puramente istintiva di Drieu.


Dopo aver prestato servizio al fronte, che è stato per essi l’occasione di una specie di esperienza mistica, i due scrittori hanno creduto possibile prolungare l’esperienza della vita guerriera nella vita vivile. “Noi sapremo stabilire la pace così come abbiamo fato la guerra”, scrive Drieu nel suo primo libro, una raccolta di poesie intitolata Interrogation. Jünger è nello stesso periodo risoluto a trasformare la sconfitta militare in un vittoria civile. Questa decisione spiega il suo impegno politico.


Il loro rapporto con la politica non è tuttavia lo stesso. Negli anni Venti, Jünger si è impegnato nei ranghi dei nazionalisti per esprimere le sue convinzioni più profonde. Drieu si è piuttosto dato da fare per esorcizzare le sue proprie titubanze. L’autore del Feu follet fa parte di quegli uomini che sono arrivati alla politica partendo dalla filosofia, con il bisogno di vedere incarnata la propria visione del mondo. Più che come un attore, egli si pone come un osservatore. D’altronde, durante la Grande Guerra, mentre Jünger era completamente impegnato nelle “tempeste d’acciaio”, egli non prese parte ai combattimenti se non in modo discontinuo, anche se ciò non gli ha evitato di essere ferito tre volte. A ben guardare, egli è un dilettante. A proposito del suo Diario degli anni 1939-1945, che non fu pubblicato che nel 1992, si è potuto perfino parlare della sua “ indifferenza a ogni convinzione ideologica profonda”, della sua “versatilità” (Julien Hervier). Questo non è inesatto, ma non bisognerebbe vedere in questa attitudine la minima traccia di opportunismo. Germanofilo ma anglomane, ossessionato dalla decadenza ma consapevole che la sua opera rientra in un certo decadentismo, Drieu è un uomo di dubbi, di voltafaccia, di oscillazioni, cosa che indica forse le sue origini borghesi.


Seconda Parte


Lo si vede bene nelle relazioni con le donne. Autore di un bel romanzo intitolato L’uomo coperto di donne (1925), che si sa essere largamente biografico, Drieu ama le donne, ma non le ama in se stesse. Il suo essere dongiovanni, d’ispirazione quasi platonica, ruota attorno al desiderio di sedurre e all’”idea folle della bellezza”: “ impossibile attaccarmi ad una donna, impossibile abbandonarmi a lei. Io non ne trovavo nessuna abbastanza bella, interiormente o esteriormente”. È il motivo per cui questo uomo “coperto di donne” non è mai uscito dalla solitudine. È accaduto lo stesso in politica: nessun regime politico poteva sedurlo totalmente, così come nessuna donna era abbastanza bella per lui.


Ma proprio perché attratto da un ideale irraggiungibile e eternamente diviso tra pulsioni contraddittorie, Pierre Drieu La Rochelle non ha cessato di lottare contro ciò che egli considerava come false antinomie. “Il sogno e l’azione”: la giustapposizione di queste due parole traduce esattamente ciò che, durante tutta la sua vita, egli cercherà di riconciliare. Drieu vuole riconciliare il sogno e l’azione, come vuole riconciliare l’anima e il corpo, il mondo della guerra e quello dello spirito. Egli interpreta la storia dell’Europa come la lenta ascesa dell’ideologia borghese, che ha condotto alla rottura dell’equilibrio tra l’anima e il corpo e ha gettato l’uomo sotto l’influsso deleterio della vita nelle grandi città. Nelle Osservazioni per comprendere il secolo (1941) scrive: “l’uomo nuovo parte dal corpo, egli sa che il corpo è l’articolazione dell’anima e che l’anima non può che esprimersi nel corpo”.

L’attitudine di Drieu è quella di un dandy. Ora, molti autori hanno ugualmente visto in Jünger un rappresentante assai tipico del dandismo. “Il dandy, scrive Nicolas Sombart, rappresenta il tipo che si stilizza da solo, che ha sublimato la volontà di potenza in un volontà di stile. Sforzandosi di stilizzarsi, egli stilizza il mondo e realizza la sua missione. Per questo, egli deve sottoporre se stesso ad una autodisciplina, una abnegazione ed una ascesi rigorosa”. “Distanza, bellezza, impassibilità, questi sono gli elementi del dandismo di Jünger”, scrive Julien Hervier. Ci si riferisce qui all’ideale di “impersonalità attiva” esaltata da un altro teorico del dandismo, l’italiano Julius Evola. Nonostante ciò, c’è ancora più dandismo in Drieu che in Jünger, perché il primo esalta l’impegno per l’impegno, come altri hanno parlato di “arte per l’arte”.


Drieu rivolge alla storia la stessa passione che Jünger rivolge alla botanica o all’entomologia. Ma per lui la storia è essenzialmente fluttuante, governata dal caso, mentre Jünger cerca di leggervi, dietro le apparenze e i cambiamenti di superficie, la “permanenza armoniosa di un ordine stabile” (Julien Hervier). In Jünger la storia non è mai un fenomeno puramente umano. Essa dipende piuttosto da una necessità invisibile, da una specie di metafisica del destino, da forze che la oltrepassano. È il motivo per cui Jünger non si interessa tanto alla storia quanto a ciò che è al di là della storia. È la ragione del suo interesse per i miti.


Anche Drieu, che ha sognato di essere prete o monaco, e che, nella prefazione ad uno dei suoi più celebri romanzi, Gilles (1939), scrive che, se potesse rifare la sua vita, la consacrerebbe alla storia delle religioni, rivolge un interesse appassionato ai miti. Come Jünger, egli si riferisce costantemente al sacro, ma senza mai cercare di rapportarlo ad una religione particolare. Il sacro è per lui sinonimo di divino, e questo divino è più immanente che trascendente. Già per descrivere la brutale realtà della Grande Guerra egli faceva appello al vocabolario religioso. Quando le bombe scoppiavano, esclamava:”Non sono gli uomini, è il Buon Dio, il Buon Dio in persona, il Duro, il Brutale!” (La commedia di Charleroi). La guerra è stata per lui, così come la religione, un modo di sperimentare il sacro. Dovunque nella sua opera è evidente il legame tra la vita del soldato e l’ascetismo, il legame tra l’azione e la religione. Infine, come Jünger, che afferma che il cosmo ha per lui una dimensione divina e sacra, egli afferma che “la natura è animata, parlante, miracolosa”. Jünger impiega raramente la parola “Dio”, che si trova al contrario frequentemente in Drieu. Ma dall’affermazione di Nietzsche, secondo la quale “Dio è morto”, egli trae la convinzione che “Dio deve essere concepito in un modo nuovo”.


Jünger si è definitivamente allontanato dalla politica dall’inizio degli anni Trenta, mentre Drieu non se n’è mai distaccato. Come ha ben notato Julien Hervier, la necessità dell’impegno dipende per Drieu da un’etica dell’azione per l’azione. Sotto l’Occupazione, è questa preoccupazione che lo spinge a continuare a scrivere articoli politici, anche se la politica non gli interessa affatto. Leggendo il suo diario, si vede bene che le sue vere preoccupazioni lo portano piuttosto verso la spiritualità orientale. Egli arriva perfino a dire che la politica non è stata mai per lui “che motivo di curiosità e oggetto di una speculazione lontana “, che non l’ha mai attirato se non per “scatti”. Rifiutando il mondo borghese e la democrazia, egli non cesserà mai di credere alla possibilità di un socialismo non marxista. Ma a modo suo, ovvero “per strappi” e non senza una certa cecità sulla realtà delle cose. Jünger si è ritirato dalla politica perché ha fatto completamente proprio lo spirito “mauritaniano”, mentre Drieu, al contrario, ha continuato ad impegnersiperchè pensava che nella vita bisogna obbligarsi a sporcarsi le mani. E in questo modo il dandy salva se stesso in rapporto ai crolli che constata attorno a lui. Quando la battaglia è perduta, non resta che la bellezza del gesto.


Alla fine della Seconda Guerra mondiale, Drieu ha la sensazione di assistere ala fine di un mondo, alla fine di un’epoca: “La Francia è finita (…) Ma tutte le patrie sono finite”. Bisogna tuttavia ricordare che egli ha costantemente difeso la causa dell’Europa. Nel 1931 ha pubblicato un libro intitolato L’Europa contro le patrie.Nel 1934, nella Comedie de Charleroi, scrive:”Oggi, la Francia o la Germania, è troppo piccolo”. Jünger – che è sempre stato francofilo, come Drieu era germanofilo – ha saputo anche prendere le distanze dalle anguste appartenenze nationali: Der Arbeiter (Il Lavoratore) presenta già una problematica mondiale che si ritroverà dopo la guerra nel suo saggio sullo Stato universale. Drieu sogna soltanto una rigenerazione. Come Nietzsche, egli pensa che non bisogna cercare di salvare ciò che sta crollando, ma al contrario accelerarne il crollo. Nel suo diario dichiara di augurare la distruzione dell’Occidente e si augura una invasione barbara che spazzerà via questa civiltà agonizzante: “È con gioia che saluto la nascita della Russia e del comunismo. Sarà atroce, atrocemente distruttore”.


Terza Parte

Nello stesso periodo egli scrive anche: “Io non ho considerato il fascismo che una tappa verso il comunismo”. La facilità con cui egli farà l’elogio del comunismo staliniano così bene come quello del fascismo o del nazionalsocialismo, affidando al primo le speranze troppo presto deluse dei secondi, non sorprenderà se non coloro che ignorano tutto del nazional-bolscevismo incarnato ad esempio in Erns Niekisch, che negli anni Venti fu molto vicino a Jünger. Nella sua giovinezza, senza dubbio per influenza di Niekisch, Jünger ha visto nei comunisti i migliori preparatori della “rivoluzione senza tante parole” che egli celebrerà nell’opera Der Arbeiter (Il Lavoratore). Più tardi, ma sotto un’ottica del tutto diversa, egli sottolineerà à che punto il comunismo ed il nazional-socialismo hanno parimenti introdotto la tecnica nella vita politica, manifestando così una identica adesione alla modernità, sotto l’orizzonte di una volontà di potenza che Heidegger ha saputo smascherare come semplice “volontà di volontà”. Si trovano delle riflessioni analoghe in Genève ou Moscou (Ginevra o Mosca) del 1928, dove Drieu sottolinea che capitalismo e comunismo sono entrambi eredi della Macchina: “ L’uno e l’altro sono i figli ardenti e tetri dell’ industria.

Malgrado ciò, Drieu è allo stesso tempo tentato di ritirarsi, di mettersi da parte. Uno dei suoi ultimi romanzi, L’homme à cheval (l’uomo acavallo) del 1943, racconta la storia di un dittatore sudamericano, Jaime Torrijos, che, dopo essersi impadronito del potere in Bolivia, ha tentato di creare un impero. Non essendoci riuscito, ha deciso di tirarsi in disparte, risuscitando i riti incas. Come gli eroi de L’homme à cheval, Drieu ha sognato “qualcosa di più profondo della politica, o piuttosto quella politica profonda e rara che si collega alla poesia, alla musica e forse la religione profonda”. Ma egli non ha saputo trovare la via che lo avrebbe condotto in quella direzione. Forse non aveva in se stesso le risorse che gli avrebbero permesso di diventare un Waldgänger o un anarchico.

Anche Jünger ha avuto l’impressione che un’epoca della storia del mondo fosse terminata con l’avvento del Lavoratore, che ha inaugurato il regno mondiale dell’elementare. Gli dei antiche sono morti o se ne sono andati, i nuovi dei devono ancora nascere. Noi entriamo dentro l’era dei Titani. Per allontanarsene, Jünger creerà successivamente la figura del Walgänger, colui che si distacca, poi quella dell’anarchico, che prende quota.

L’atteggiamento dell’anarchico presenta alcune analogie con l”apoliteia” predicato da Julius Evola. Ma questa figura, come quella del Waldgänger, pone evidentemente il problema del posto dell’individuo in rapporto ai grandi processi storici che colpiscono il mondo. Jünger richiama a rigueardo “l’individuo isolato, il grande Solitario, capace di resistere di fronte alle situazioni difficili per lo spirito, come quella si preannuncia e che sarà una nuova “età del ferro”. L’individualismo di Jünger non è certamente l’individualismo edonistico, che rispecchia l’egoismo e l’utilitarismo del mondo borghese; piuttosto l’affermazione delle prerogative dell’individuo isolato che sa riconoscere spontaneamente i suoi simili. In Drieu La Rochelle, ci sono al contrario tracce di individualismo borghese, che egli condanna con energia dal punto di vista storico, ma al quale non riesce a sfuggire del tutto. La maggior parte dei suoi romanzi non sono che delle storie individuali ed i suoi personaggi sono spesso semplici emanazioni si se stesso. Mentre Drieu aspira ad una nuova aristocrazia politica, Jünger si situa su un piano più alto: l’intesa spirituale che si pu?o stabilire tra uomini capaci di dominare spiritualmente il loro tempo.

Come Henry de Montherlant, come Yukio Mishima e molti altri, Pierre Drieu La Rochelle si è alla fine suicidato. Ma si avrebbe torto a spiegare il suo suicidio legato solo alla sua sconfitta politica, anche se egli ha sostanzialmente detto a se stesso: “ ho giocato, ho perso, desidero löa morte”. Di fatto, Drieu è stato tentato da lsuicidio a partire dalla sua infanzia. Egli aveva scritto: “ quando ero adolescente, mi ripromettevo di restare fedele alla gioventù: un giorno, ho cercato mantenere la parola”. Suicidandosi, Drieu è rimasto fedele a questa tentazione della sua infanzia. Prima aveva scritto nel suo diario: “La bellezza di morire consola di aver mal vissuto. Dio, cosa è stata la mia vita? Qualche donna, l’incarico di Charleroi, qualche parola, l’osservazione di qualche paesaggio, statue, quadri, ed è tutto”.

Ernst Jünger ha scritto che “ il suicidio fa parte del capitale dell’umanità”: è una massima che Montherlant aveve annotato nei suoi diari quando decise di suicidarsi, nel 1972. Jünger ha visto anche molti dei suoi amici darsi la morte, soprattutto dopo l’attentato fallito del giugno 1944 contro Hitler e alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Ma i lsuicidio resta per lui una possibilità astratta, negativa nella sua essenza, mentre in Drieu, per il quale la morte è “il segreto della vita”, il suicidio ha un valore mistico.

Il 7 Settembre 1944, quando si trovava a Kirchhorst, Jünger apprende che Drieu si è appena suicidato a Parigi: “ Sembra, scrive, che in virtù di qualche legge, coloro che avevano dei nobili motivi di coltivare l’amicizia tra i popoli, cadono senza tregua, mentre gli approfittatori si salvano”. In un incontro con Julien Hervier dirà ancora che egli fu molto dispiaciuto che Drieu “ si sia suicidato in un momento di disperazione”. “La sua morte”, aggiungerà,” mi ha fatto veramente pena. Era un uomo che aveva sofferto molto. Ci sono delle persone che provano amicizia per una nazione, come è capitato a molti Francesi che ne hanno provata per noi, e ai quali questo non è servito a niente”. Il 6 settembre 1992, egli scriverà a Julien Hervier: “Gallimard mi ha inviato la sua edizione dei diari di Drieu; la loro letturami ha commosso. La critica, per quel che mi è noto, non ha compreso il significato dell’opera. Io mi sono preso alcuni appunti per i Siebzig verweht IV e ne accluso una copia”.

Tra questi due uomini, ci fu della fraternità.


Alain de Benoist


Traduzione di Pierangelo Candiani


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