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Ernst Jünger: il paradigma ancestrale della Terra
di Eduardo Zarelli 15/2/2013
 
 
Ernst Jünger: il paradigma ancestrale della Terra

Se chiudo gli occhi vedo talvolta un paesaggio oscuro con pietre, rocce e montagne sull’orlo dell’infinito.
Nello sfondo, sulla sponda di un mare nero, riconosco me stesso, una figurina minuscola che pare disegnata col gesso.
Questo è il mio posto d’avanguardia, sull’estremo limite del nulla: sull’orlo di quell’abisso combatto la mia battaglia.


Ernst Jünger


Non sempre i ribelli possono cambiare il mondo, ma mai il mondo potrà cambiare i ribelli. Così definisce Alain de Benoist, è ineccepibilmente si attaglia ad Ernst Jünger, una delle figure più significative del novecento, già proiettato nel terzo millennio.
Per oltre duemila anni la tradizione razionalistica occidentale ha lasciato la terra – fredda, secca, ricettacolo delle determinazioni materiali, sensibili, inferiori, e perciò svalutate rispetto a quelle nobili ed elevate dello spirito – senza avvocati.Questo lungo abbandono è stato interrotto nel Novecento da eminenti difensori: ErnstJünger è uno dei più profondi.Nella sua coerente produzione concettuale ha riabilitato la dimensione ctonia e tellurica dell’Essere nel saggio Al muro del tempo.
Questo testo sgorga da un abisso esistenziale. Ma la scrittura converte il de profundis in audaci slanci speculativi. Che cosa sono il tempo, la storia, il destino? Come può l’uomo, che li attraversa e ne è attraversato, conferire loro un barlume di intelligibilità? Jünger scruta il divenire del cosmo e i suoi ritmi per determinare il senso dell’apparizione verticale dell’uomo. Che posto occupano nell’evoluzione del Tutto le res gestae, le magnifiche sorti e progressive?


Jünger guarda alla storia del genere umano come a un capitolo della storia della terra: “rinaturalizza” la storia, riporta il tempo della vita umana al suo letto geologico e considera l’umanità come un’efflorescenza della crosta terrestre. E se la comparsa del genere umano rende unica la terra, osservato dalle immense distanze cosmiche con cui l’astronomia ci sgomenta esso appare come un breve respiro della natura. Con MirceaEliade fondò e diresse la rivista Antaios, che ambiva a fornire una “mitografia delle forze cosmiche”. Essa raccolse una straordinaria serie di indagini sul mito, la religione, l’arte, la cultura, sotto il patrocinio di Anteo, il gigante che diventava invincibile quando poggiava i piedi sulla Madre terra, e che Eracle riuscì ad uccidere solo sollevandolo dal suolo. La Terra è dunque il grembo che genera l’uomo, il fondo da cui egli trae le sue forze ed energie, la nutrice che lo alimenta e lo protegge. È una sorta di “trascendenza naturale” che fa da contrappeso alla Tecnica, proprio mentre quest’ultima diventa fattore di nichilismo, cioè quando consuma ed erode le risorse simboliche e naturali dell’uomo, provocando impoverimento, diminuzione, perdita.


A scarto dalla prima teorizzazione volontaristica sulla Tecnica e la figura del Lavoratore, qui la prospettiva è mutata: sempre ispirata al realismo eroico, ma se le trasformazioni e le accelerazioni cui la Tecnica sottopongono l’uomo appaiono difformi, vanno colte sotto il segno dei prossimi Titani, sono prodromi di una nuova età del ferro sfavorevole allo spirito, quindi l’ascesi si fa interiore e coglie compiutezza e limite come manifestazione della forma. Qui “Dio si ritira”, e lo svanire della fede, la sparizione dell’Antico, del classico, non lascia come risultato il semplice nulla, bensì “un vuoto, con la sua potenza di risucchio”, dunque un’inquietudine e una vocazione all’oltrepassamento. Infatti, come in Oltre la linea, Jünger guarda con solidità interiore la transizione verso la nuova epoca, né pessimista, né ottimista, fiducioso che lo spirito non soccomberà. E coniuga la dottrina gioachimita dei tre Evi storici, del Padre, del Figlio e dello Spirito, con l’antica concezione cosmopoietica e astrologica, basata sulla precessione degli equinozi, che vaticinia “una grande epoca dello Spirito”.Si capisce allora la conclusione cui Jünger approda: vero interlocutore della Terra non è l’intelletto con i suoi titanici progetti, ma lo Spirito come potenza cosmica.


Di fronte al nichilismo della modernità, processo di riduzione (Reduktion) e svanimento (Schwund) di ogni sostanza, che agisce attraverso il tecnicismo e sistemi d’ordine di grandi dimensioni, Jünger consente di mutare l’atteggiamento nei confronti della Tecnica. Quest’ultima, lungi dall’indebolire il “borghese”, appare ora agli occhi di Jünger come lo strumento di diffusione all’intero globo del suo potere dissacrato, distruttivo ed omologante. E’ la crescita del deserto nichilistico di cui parla Nietzsche: l’omogeneizzazione dei paesaggi naturali e culturali (imbiancamento) procede di pari passo con l’inaridimento spirituale. È illusorio cercare la salvezza difendendo romanticamente istituzioni destinate ad essere travolte. La “cultura museale” e il percorso verso il nulla sono anzi, per lo scrittore tedesco, le due facce della stessa falsa medaglia.


Nel panorama uniforme ed indifferenziato della modernità desertificante - di cui un altro simbolo è il Titanic, la nave lussuosa e tecnologica che corre velocissima verso l’impatto con l’iceberg in un’irreale atmosfera di festa – le piccole élites o i singoli non disposti a barattare la propria libertà ed identità per un po’ di comfort, possono resistere all’inglobamento nel Leviatano (il nichilismo, lo Stato moderno ridotto ad oggetto nichilistico), solo recuperando la dimensione della selvatichezza, della Wildnis. Natura incontaminata (Wildnis) e bosco (Wald) sono allora simboli di quella terra selvaggia non corrotta dall’organizzazione - intesa come l’ordine tecnico e scientifico che restringe, fino ad annientarla, la libertà dell’uomo; l’ordine del nulla, insomma - che cresce ovunque, nel petto del singolo e nel deserto, come un’oasi: distacco dagli impersonali automatismi dei ritmi meccanici. E’ l’incontro con se stessi nella riscoperta delle forze elementari della natura, sacrificate dalla modernità occidentale sull’altare di una ragione eletta a divinità. Il bosco è la grande dimora della morte. E il Ribelle dei boschi (Waldgänger), aprendosi alle forze elementari e trascendenti della natura, sa che il rischio, il pericolo, l’aspetto avventuroso dell’esistenza, il dolore, la violenza, la stessa morte (tutto ciò contro cui il “borghese” si illude di potersi “assicurare”), sono manifestazioni della natura, costituiscono il fondo primordiale (Urgrund) della vita. I tentativi volti alla negazione di queste forze, dell’archetipo ancestrale, non sono solo vani ma anche patologici: come insegna la psicologia del profondo, i contenuti rimossi della psiche rischiano di possedere completamente l’individuo, o la collettività, che quei contenuti ha negato.


I passaggi al bosco, dunque, sono praticabili, laddove l’uomo riesce ancora a sentire la sacralità della natura, nella sua totalità, pensando ad essa al di fuori degli schemi riduttivi della tecno-scienza moderna che la banalizza ad oggetto di analisi e manipolazione. Bisogna imparare di nuovo a guardare la natura rispettandone i simboli e metamorfosi. Solo la libertà interiore può declinare spiritualmente la riconciliazione tra cultura e natura, oltre il moderno.


Eduardo Zarelli


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