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Ernst Jünger e Antoine de Rivarol
di Giuseppe Reguzzoni 15/2/2013
 
 
Ernst Jünger e Antoine de Rivarol

La passione per la cultura francese di Erst Jünger è nota, ed è anche uno dei tratti più particolari della sua autobiografia spirituale.
La Francia cara a Jünger, però, non è quella à la page del progressismo europeo, e non è nemmeno quella, codina, della pura reazione antigiacobina.
C’è un filone della cultura controrivoluzionaria, che attraversa gli eventi dell’89 e scorge nel democraticismo una delle origini del Terrore, prima, e del totalitarismo ideologico e politico, poi. Jünger ha fatto conoscere alla cultura tedesca una delle figure chiave di questo filone, ancora troppo poco conosciuto in Italia: Antoine de Rivarol.
Questo letterato francese, nato a Bagnol sur Cèze nel 1801 e prematuramente scomparso a Berlino nel 1801, fu una delle menti più critiche della cultura controrivoluzionaria. Monarchico convinto, dovette lasciare la Francia nel 1792, rifugiandosi prima in Belgio, poi in Inghilterra e infine in Prussia. Le Massime sono un’opera incompiuta e frammentaria, che, peraltro, riesce a restituirci qualche barlume dell’ésprit de finesse che animò la produzione giornalistica di Rivarol, a tratti sferzante, ma sempre leggera e giocosa, come era caratteristico di quest’uomo elegante e “di mondo”.

Nell’edizione curata da Jünger, che vi premette un lungo saggio introduttivo, il titolo completo recita: “Massime di un conservatore” [Parma, Guanda 2004, 134p. (Edizione originale: Stuttgart 1974)]. Non è un caso. La sottolineatura è molto jüngeriana e si richiama alla nota distinzione, introdotta da Armin Mohler, tra il reazionario e il conservatore. Il senso ultimo delle due espressioni è tutto nella loro etimologia. La reazione è insufficiente e inadeguata, perché non attraversa gli eventi a cui si contrappone e, dunque, non riesce a realizzare una compiuta posizione umana. Il conservatore, invece, conosce il limite estremo di ogni progressismo e utopismo. Diffida di chi dice di voler cambiare il mondo, rivestendo con i grandi ideali la ricerca di posizioni di potere. Il conservatore coerente mette in discussione l’idea stessa che la politica possa realizzare l’uomo nuovo perché si nutre di quel pizzico di scetticismo che sa valutare quanto forte sia il male nell’uomo e dell’uomo. È proprio perché il conservatore è diverso dal reazionario che parlare di “rivoluzione conservatrice” non è un ossimoro. Il pensiero conservatore è un pensiero ribelle, che attraversa gli eventi e il loro evolversi alla ricerca di ciò che deve permanere perché sia possibile il cambiamento reale, quello che non violenta la storia e l’uomo.

Rivarol è uno di questi pensatori, uno dei pochi ad aver toccato il cuore del problema o, per dirla con le parole di Jünger: « ... il desiderio di conservare il legame con il passato e di continuare a costruire sui canovacci della vecchia civiltà. Questo desiderio si fa più vivo con lo sviluppo delle forze rivoluzionarie e alla vista degli eventi parigini. Qui si annuncia un turbine che pare condurre a un’assenza di misura, forse alla barbarie». In questa percezione Rivarol non è solo. «La peculiarità e l’irripetibilità di questo spirito risiede piuttosto nella formulazione dei pensieri, nel loro equilibrio stringato. L’intenzione di Rivarol consiste nel liberare ciò che è sempre valido dalla massa storica, così come si fonde il minerale puro separandolo dalla roccia».
E questa è, appunto, l’essenza del conservatorismo, anche secondo Jünger, o, meglio, ne è la condizione necessaria, sia pure non sufficiente (per aver quest’ultima è necessario il Waldgang, l’andare al bosco che caratterizza il ribelle, l’individuo finalmente consapevole di fronte all’omologazione globale). Se così non fosse, non sarebbe agevole capire perché Jünger non si sia limitato a una traduzione, sia pure elegante, delle Massime di Rivarol, ma abbia voluto premettervi un saggio cospicuo per dimensioni e spessore filosofico. Come Jünger, anche Rivarol ha sentito con chiarezza «che una società che si libera in vista del livellamento non promuove l’artista e che questi è destinato a inaridirsi, a estinguersi. Egli sapeva anche che non è buona cosa quando la ricchezza si fa anonima e si trasforma in una funzione all’interno di un apparato, controllato da una schiera di funzionari senza nome». L’artista, come il ribelle di Jünger, guarda con sospetto ogni forma di massificazione, anche quando porta la maschera della democrazia. «In maniera analoga alll’uniformazione della società, l’avvento dello Stato nazionale doveva risultargli inquietante. In ciò egli doveva vedere un indebolimento della monarchia, dell’esercito, degli Stati generali, delle province e, addirittura, delle nazioni: il semplice incremento, alla fin fine illusorio, a scapito della sostanza. Forse solo oggi, che siamo in cattive acque, tutto ciò si può nuovamente apprezzare».
Ecco, appunto, la storia è andata avanti, la Rivoluzione si è consolidata, ben oltre se stessa, e proporre un autore “conservatore” può non essere una scelta facile. Se Jünger l’ha fatto, è, anzi, proprio perché non era affatto né facile né per tutti. «La parola “conservatore” non appartiene alle creazioni felici. Racchiude un carattere che si riferisce al tempo e vincola alla restaurazione di forme e condizioni divenute insostenibili». O almeno così sembra. «È nelle caratteristiche del nostro tempo che ad aspirare e a rivolgersi ai patrimoni fondamentali siano più i movimenti rivoluzionari che quelli conservatori (...). Conservatore non significa restauratore, poiché nella condizione di restaurazione si trovano oggi le idee del 1789, con i loro simboli e le loro istituzioni, che sono diventate singolarmente logore, anzi spettrali». Il sottinteso è che questo logoramento delle istituzioni e dell’idea di cittadinanza nata nel 1789 e oggi ormai patrimonio comune, coincide con la crisi terminale delle democrazie occidentali. «Sappiamo che le nostre costituzioni non sono poste su autentiche fondamenta, ma sono intessute delle negazioni che si presentano al vinto dopo una grande sconfitta». La rivoluzione conservatrice è oggi più che mai necessaria per ricostruire sulle macerie cui sono ridotti l’Occidente e l’Europa.


Giuseppe Reguzzoni
giuseppe.reguzzoni@gmail.com


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