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La vita incredibile di un uomo straordinario
di Luigi Iannone 15/2/2013
 
 
La vita incredibile di un uomo straordinario

Perché leggere Ernst Jünger? E’ una domanda alla quale avrei potuto rispondere elencando – come si usa fare in questi casi - tutta una serie di motivazioni. Magari citando le varie Figure (l’Anarca, l’Operaio, eccetera), i campi di azione (filosofia, letteratura, politologia, entomologia), le sue intuizioni – a tratti profetiche - sulla Tecnica, sul nichilismo, sulla globalizzazione, sullo stato mondiale, e così via.

Invece immagino che davanti al computer, vi sia un sedicenne o un diciassettenne che - come capitò al sottoscritto - sente parlare per la prima volta di Jünger. E allora mi sono chiesto: che cosa, di primo impatto, lo colpirebbe e gli provocherebbe quella serie di curiosità da spingerlo a divorare un’opera immensa, multiforme e a tratti complessa?
Beh, di sicuro, l’estetica prima che la filosofia, la vita prima che la letteratura. Mi sono infatti sempre chiesto per quale motivo un regista o una casa cinematografica non abbia voluto scommettere e tentare una sfida affascinante come quella di raccontarne la vita. Solo la vita, lasciando da parte tutto il resto.
Da ragazzino, Jünger mi affascinò per l’estetica. Ed era lo stesso motivo per il quale guardavo con favore personaggi irregolari come Papini e Prezzolini e tutta quella serie di strampalati personaggi che frequentavano le Giubbe rosse di Firenze, e sarebbero diventati centrali nella cultura italiana del novecento.

La scuola non gli piacque mai. E questo è un punto a suo favore. Cambiò molti istituti. I segnali di irrequietezza erano già lì, tutti presenti. A sedici anni scappò di casa ed entrò nella Legione straniera. Dalla Francia lo inviarono in Algeria. Vi rimase poco tempo. Il padre fece pressioni per farlo ritornare e vi riuscì grazie ad una raccomandazione presso il Ministero degli esteri tedesco. Nel frattempo si era già annoiato di quella vita monotona e senza azione, molto diversa dai romanzi d’avventura letti fino a qualche mese prima.
Però, non demorde. Allo scoppio della prima guerra mondiale, si arruola da volontario. Viene ferito quattordici volte (sì, - caro lettore – quattordici volte). Peggio di un formaggio gruviera. E’ perciò insignito della Croce di ferro di prima classe e poi della più alta onorificenza prussiana, l’ordine Pour le Mérite. In patria diventa un eroe al pari di un moderno Achille o di un redivivo Ettore. Insomma, una leggenda i cui libri iniziano ad andare a ruba. Rimane nell’esercito fino al’23 e poi inizia a scrivere per giornali e riviste in cui confluiscono nazionalisti, bolscevichi e radicali di vario genere. Quella esperienza metterà le basi per un fecondo dibattito culturale che andrà sotto il nome di rivoluzione conservatrice le cui questioni – in larga parte - sono ancora tutte aperte anche se sottovalutate da certa critica che ne legge solo quel versante che servirà come matrice ideologica del nazismo.

In parte, bisogna pur ammetterlo, è una valutazione corretta, ma poi ognuno di quegli intellettuali prese strade autonome e spesso confliggenti e la critica di questo non ha tenuto conto. Jünger, per esempio, a differenza di molti rivoluzionar-conservatori, non aderì mai al nazismo: “gli facemmo ponti d’oro – scrisse Goebbels – ma Jünger non li attraversò mai”. E caro lettore, non dichiararsi nazista, negli anni Trenta, in Germania, non era cosa di poco conto.

Intanto gli anni passarono. La seconda guerra mondiale lo vide nelle vesti di ufficiale della Wehrmacht, dislocato a Parigi, in una Francia con sbiaditi tratti bohemienne, dove intrattenne relazioni culturali con artisti del calibro di Picasso e Celine.
Nel luglio del’44 Hitler subisce l’ennesimo attentato ad opera di ufficiali guidati dal colonnello van Stauffenberg. Circola voce che tra i congiurati vi sia anche Jünger. Molti ne sono certi ma le prove non verranno mai fuori. Quando questa voce arriva ad Hitler, il Fuhrer risponde: “Jünger non si tocca”. Gli storici si divideranno sull’attendibilità della frase, intanto i nazisti lo congedano dall’esercito e suo figlio diciottenne, Ernestel, viene mandato in prima linea e muore a Carrara. Il padre lo saprà moltissimo tempo dopo. Passati sei anni gli fu concesso di recuperare la salma grazie all’aiuto di Giovanni Ansaldo, Henry Furst, e di un ragazzino che diventerà uno dei suoi amici italiani e sodale di Indro Montanelli: Marcello Staglieno.

Dopo la guerra, i giornali gli chiusero le porte. Era un reietto al pari di un banale collaborazionista. Ormai era però diventato uno scrittore di fama internazionale che intratteneva rapporti epistolari con le menti più lucide di quel tempo, da Carl Schmitt a Martin Heidegger e i rifiuti lo turbavano relativamente.

Si trasferisce a Wilflingen, nell’Alta Svevia, ospitato nella foresteria di un castello dove rimarrà fino alla morte. A questo punto i lettori si staranno chiedendo - proprio come nella trama di un film giallo-, perché un ‘reietto’ viene ospitato in un castello, e poi da chi? Ovvio, il castello è dei von Stauffenberg e l’amministrazione di Wilflingen decide di esentarlo dal pagamento delle tasse sui servizi comunali fino alla morte.
In quegli anni sperimenta - insieme al dottor Hofmann – vari tipi di droghe tra cui l’acido lisergico (LSD). Si dirà: “nulla di nuovo. E’ un vezzo di tanti scrittori. La letteratura ci ha fornito numerosi esempi”. Invece per Jünger è solo un momento di conoscenza ulteriore. Non ne subisce il fascino ma padroneggia la droga per piegarla ai suoi scopi ‘scientifici’. Non è dunque un elemento totalizzante: «L’ebbrezza nel senso dell’avvicinamento dovrebbe essere limitata a luoghi e a tempi, a zone riservate, al di fuori del mondo della tecnica» scrive in Avvicinamenti.
Negli anni sessanta, insieme a Mircea Eliade, dirige Antaios, una rivista che si occupa anche di storia delle religioni. Sposta dunque di nuovo il suo campo d’azione. Resta in quel contesto culturale una decina d’anni. Intanto la sua produzione saggistica assume dimensioni ciclopiche. Nel 1980 riceve il premio Goethe. E’ la consacrazione definitiva. I lettori invece si erano accorti da tempo della sua grandezza.
Per i suoi cent’anni gli faranno visita statisti del calibro di Köhl e Mitterand, ma nel frattempo ha ripreso una sua vecchi passione: l’entomologia. Chi gli farà visita lo troverà nel suo orto intento a esaminare quei minuscoli animaletti. Tuttavia lo fa con disciplina e dedizione tanto da scoprire nuove specie di coleotteri a cui la comunità scientifica darà il suo nome.
Muore ultracentenario. Cinque anni prima, il secondogenito Alexander, si era tolto la vita dopo esser rimasto paralizzato a causa di un incidente.


Luigi Iannone
www.luigiiannone.it


Luigi Iannone è anche autore del libro Jünger e Schmitt. Dialogo sulla modernità, a cura di Marcello Staglieno, Armando editore, Roma, 2009
Luigi Iannone è anche autore del libro Jünger e Schmitt. Dialogo sulla modernità, a cura di Marcello Staglieno, Armando editore, Roma, 2009


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