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Ernst Jünger e Drieu La Rochelle
di Alain de Benoist 15/2/2013
 
 
Ernst Jünger e Drieu La Rochelle

Prima parte


Nel Pariser Tagebücher (Diari di Parigi), Jünger richiama a più riprese, ad esempio l’11 Ottobre e il 7 Aprile 1942, i suoi incontri con Pierre Drieu La Rochelle, nella Parigi occupata dai tedeschi. Drieu è a quel tempo redattore capo della Nouvelle Revue française. Il giovedì Jünger frequenta spesso il salotto letterario di Florence Gould, dove è stato introdotto da Gerhard Heller e dove conosce Paul Léautaud, Henry de Montherlant, Marcel Jouhandeau, Alfred Fabre-Luce, Jean Schlumberger, Jean Cocteau, Paul Morand e molti altri. Più tardi Jouhandeau si ricorderà di lui come di “un uomo molto semplice, di aspetto molto giovane, dal viso delicato e che portava dei vestiti da civile e una cravatta a farfalla.


Il 16 Novembre 1943, Jünger scrive sul suo diario che ha rivisto Drieu la Rochelle all’Istituto tedesco di Parigi, allora diretto da Karl Epting. Gli dice di “aver scambiato con lui dei colpi d’arma da fuoco nel 1915. Era accaduto vicino a Godat, il paese dove è morto Hermann Löns. Drieu, anche lui, si ricordava della campana che suonava le ore: L’abbiamo sentita entrambi.” Molti anni più tardi, nei suoi incontri con Antonio Gnoli e Franco Volpi, Jünger, ormai centenario, richiamerà nuovamente questo ricordo: “ Quando ci incontravamo, parlavamo speso della nostra esperienza della Prima Guerra Mondiale: avevamo combattuto nella stessa zona del fronte, lui dal lato francese, io da quello tedesco, e sentivamo, dai due versanti opposti, il suono delle campane della stessa chiesa”.


Non c’è da stupirsi che i due si siano trovati uniti attorno al ricordo della Grande Guerra. Essa ha segnato nel profondo entrambi, come molti della loro generazione. Ma tra Jünger e Drieu la Rochelle ci sono ben altri punti in comune. Segnati profondamente dalla lettura di Nietzsche, nella loro giovinezza, hanno entrambi aspirato ad una avventura in Africa: Jünger si è arruolato nella Legione straniera, mentre Drieu nel 1914 ha chiesto di essere arruolato tra gli assaltatori marocchini ( esperienza rimasta senza seguito in entrambi i casi). Tutti e due, soprattutto, sono stati – simultaneamente nel caso di Drieu, successivamente nel caso di Jünger – tanto dei teorici politici che degli scrittori. Entrambi hanno, a ragione, potuto essere descritti, in un momento o l’altro della loro vita, come dei “nazionali-rivoluzionari”. Infine entrambi sono stati senza ombra di dubbio dei conservatori rivoluzionari, desiderosi di salvaguardare dei valori che essi giudicavano eterni, ma nello stesso tempo consapevoli che l’avvento della modernità ha creato delle fratture incolmabili. E nonostante questo, molte cese li dividono.


Jünger ha descritto la Prima Guerra Mondiale, quasi durante il fuoco dell’azione, mentre Drieu ha atteso 25 anni per scrivere la Comédie de Charleroi. ( Tra l’altro, essendo stato riformato nel 1939, egli non parteciperà alla Seconda Guerra Mondiale). Nel primo dei 6 racconti che compongono questo libro, che è certamente uno dei suoi capolavori, egli rievoca un assalto contro i tedeschi nel 1914 nella regione di Charleroi. Questa rievocazione avviene all’interno di una visita del campo di battaglia fatta dal natrratore 5 anni dopo in compagnia di ricca donna borghese che ha perso il proprio figlio nella medesima battaglia. A 20 anni d’intervallo, si constata che, al di là di ogni giustificazione ideologica, Jünger e Drieu hanno percepito la guerra come una legge inerente alla natura umana, ossia come una riabilitazione “dell’uomo naturale” nella totalità dei suoi istinti. “ È la vita, sotto l’aspetto più terribile che il creatore le abbia mai dato”, scrive Jünger. Sia per Drieu che per Jünger, la guerra è anzitutto ciò che libera dal mondo borghese e restituisce l’uomo alla sua verità.


La Grande Guerra, cominciata nel 1914 come una guerra classica, si è trasformata poco a poco in un tipo di guerra totalmente differente: una esplosione di forze impersonali gigantesche, un “duello di macchine così impressionante che dopo di esso l’uomo non esiste, per così dire, più. Ma l’avvenimento della “guerra tecnica” ha soprattutto provocato orrore in Drieu, che vi vedrà una “rivolta malefica della materia asservita all’uomo”, una vera “macelleria industriale”, mentre in Jünger essa ha fatto nascere l’intuizione di un nuovo tipo umano, totalmente opposto a quello borghese: il Lavoratore, il cui “realismo eroico” sarebbe in rado di sarebbe in grado di assicurare la messa in moto del mondo. Per Jünger, le “armate delle macchine” annunciano i “battaglioni di operai”: l’esperienza della guerra deve conferire all’uomo una disposizione alla “mobilitazione totale”, ovvero ad una volontà di dominazione che si manifesta attraverso i mezzi della Tecnica. Drieu non condivide per nulla tale visione nello stesso tempo ottimista e volontarista. Nel periodo tra le due guerre egli si opporrà ad una destra che continua a esaltare gli antichi “valori guerrieri”, senza capire che questi valori non hanno peggior nemico della guerra moderna. “La guerra militare moderna è su tutta la linea un abominio”, dirà ancora nel 1934 nel Socialismo fascista. Lontano dall’annunciare l’avvento di un uomo nuovo, il regno della tecnica, secondo lui, implica al contrario una degradazione dell’uomo stesso. Come si sa, sarà solo in seguito, sotto l’influsso di Heidegger e di suo fratello, Friedrich Georg Jünger, che Jünger inizierà, nei confronti della Tecnica e del suo carattere “titanico”, una riflessione critica che lo porterà a prolungare, ma con maggiore profondità, la reazione puramente istintiva di Drieu.


Dopo aver prestato servizio al fronte, che è stato per essi l’occasione di una specie di esperienza mistica, i due scrittori hanno creduto possibile prolungare l’esperienza della vita guerriera nella vita vivile. “Noi sapremo stabilire la pace così come abbiamo fato la guerra”, scrive Drieu nel suo primo libro, una raccolta di poesie intitolata Interrogation. Jünger è nello stesso periodo risoluto a trasformare la sconfitta militare in un vittoria civile. Questa decisione spiega il suo impegno politico.


Il loro rapporto con la politica non è tuttavia lo stesso. Negli anni Venti, Jünger si è impegnato nei ranghi dei nazionalisti per esprimere le sue convinzioni più profonde. Drieu si è piuttosto dato da fare per esorcizzare le sue proprie titubanze. L’autore del Feu follet fa parte di quegli uomini che sono arrivati alla politica partendo dalla filosofia, con il bisogno di vedere incarnata la propria visione del mondo. Più che come un attore, egli si pone come un osservatore. D’altronde, durante la Grande Guerra, mentre Jünger era completamente impegnato nelle “tempeste d’acciaio”, egli non prese parte ai combattimenti se non in modo discontinuo, anche se ciò non gli ha evitato di essere ferito tre volte. A ben guardare, egli è un dilettante. A proposito del suo Diario degli anni 1939-1945, che non fu pubblicato che nel 1992, si è potuto perfino parlare della sua “ indifferenza a ogni convinzione ideologica profonda”, della sua “versatilità” (Julien Hervier). Questo non è inesatto, ma non bisognerebbe vedere in questa attitudine la minima traccia di opportunismo. Germanofilo ma anglomane, ossessionato dalla decadenza ma consapevole che la sua opera rientra in un certo decadentismo, Drieu è un uomo di dubbi, di voltafaccia, di oscillazioni, cosa che indica forse le sue origini borghesi.


Alain de Benoist


Traduzione di Pierangelo Candiani


Fine della prima parte, continua sul prossimo aggiornamento.


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