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La festa della Giobia
di Libero SanGiorgio 1/2/2013
 
 
La festa della Giobia

Gibiana nella bassa Brianza, Giobbia nel Piemonte, Giobbiana, Giobiana, Giobia, Giöbia a Varese; Busto Arsizio (dove si celebra ogni annon un grande falò) e in tutto il Varesotto, Giubbiana, Giœbia a Casorate Sempione, Giubiana/Giübiana/Gibiana nell'alta Brianza e nella provincia di Como, Giünee a Plesio, Zobiana, in quanti nomi e modi lessicali muta a seconda delle località. Certo è che al di là di come viene trascritto il nome e la sua pronuncia, il senso e il significato è di una festa vecchia di millenni.
«In principio erano i Liguri» sostiene Giavini, esperto di tradizioni e storia locale dell’area Bustocca. Il Giavini ritrova nella parlata e nel vulgo le affinità linguistiche tra Busto e la Liguria; «quelli grazie ai quali ancora oggi il dialetto bustocco, a differenza del bosino e del milanese, si mangia le “r” tra le vocali (come accade, per l'appunto, nella parlata ligure) ed è ricco di “u” in fondo alle parole». Fu tra quelle popolazioni ancora semibarbare, che vivevano cacciando, raccogliendo e praticando un'agricoltura povera in spazi sottratti ai boschi con il fuoco (i “busti”, ossia “bruciati”: Busto Arsizio, Busto Garolfo, Busto Cava-->Buscate, ecc...), che nacque con ogni probabilità il rito della Giöbia - «meglio scriverla con la dieresi sulla “o”» precisa Giavini.

«Si brucia un fantoccio di aspetto femminile perché quella ligure antica, pre-celtica, era una società largamente imperniata sul matriarcato, e che adorava divinità femminili come la Madre Terra o la Luna. Nel cuore dell'inverno, per scacciare il freddo e ridare vigore alla fertilità dei suoli, si “fecondava” la terra con il fuoco purificatore. Agli déi antichi si offrivano sacrifici anche di sangue, che un tempo potevano essere umani (e duole ricordare, in tempi assai più recenti, il destino atroce delle streghe, ultime superstiti di quella cultura pagana e matriarcale, a loro volta vittime di qualcosa definibile come sacrificio umano, ndr), in seguito animali. Ancora oggi il risòtu cun't a lüganiga (riso e salsiccia alla bustocca) ricorda simbolicamente con la sua porzione di carne le interiora dell'animale che si sacrificava alle divinità. In tempi antichi il riso non c'era affatto (arrivò per tramite degli Arabi dalla Spagna, nel X secolo, e non si diffuse davvero che nell'Evo Moderno), e lo sostitutiva il farro, cereale pregiato anche per i Romani che vi nutrivano le loro quadrate legioni, portatrici di morte da un lato e di civiltà dall'altro. Una duplicità che ritroviamo nel ritratto di Giano bifronte (divinità di origine etrusca, e qui gli etruschi erano arrivati, prima dei Celti) poi rimpiazzato dal Giove greco-romano che dà il nome al giorno della settimana in cui si brucia la Giöbia, aggiunge Giavini. Il fantoccio, simbolo femminile, brucia in un giorno dedicato alla divinità maschile per eccellenza; ma anche nell'ultimo giovedì di gennaio, giorno "femminile" tradizionalmente chiamato ul dì di scenén. In questo giorno di sabba e di... matriarcato erano le donne a comandare - sottolinea Giavini - mentre gli uomini cantavano filastrocche minacciose e facevano trovare macabre sorprese giù per il camino, ricordo forse di una passata “litigata coniugale” di dimensioni tali da sovvertire una cultura da prevalentemente femminile a maschile. «A testimoniare il prevalere dei legami femminili fino a tempi non così lontani c'è ancora l'uso di trasmettere i soprannomi di famiglia per via femminile» rimarca attento il nostro storico, «come avviene anche in Galizia ed Asturia, terre di tradizione ligure prima e celtica poi, dove molti luoghi e villaggi si chiamano “Busto” - c'è anche una Busquemada, che è esattamente il nome della nostra città in lingua locale».
Tornando al nostro fantoccio in forma femminile, a Busto, Varese e al varesotto, in tempi meno avvolti dalle nebbie della storia, era uso di ogni famiglia, di ogni cortile, preparare la propria Giöbia. E tutti si arrabattavano con quel che si trovava, dalle cassette di legno a vecchie scope, stracci e spago.

Così Giavini, nostra auctoritas:«Per portare fortuna il fantoccio deve cadere in avanti, così vuole la tradizione. E c'era una vera gara a chi faceva durare di più il fuoco, la Giöbia che durava più a lungo dava prestigio a chi l'aveva costruita. Finito il rogo, sulle braci appena raffreddate si facevano passare gli animali, una sorta di benedizione pagana, poi le ceneri andavano sparse sui campi per fecondarli in vista della ripresa primaverile».
Oggi la tradizione perde qualche colpo. Se Giavini ricorda che il piatto d'onore del dì di scenén è il risòtu cun't a lüganiga e non la polenta con i bruscitti, si vedono anche Giöbie di foggia strana, ma quest'ultimo pensiero non turba il custode della tradizione.

«È buon segno che si facciano fantocci di forme diverse, vuol dire che la tradizione è viva e si adatta ai tempi, restando sempre nuova». Comunque la storia di questo ricorrenza folkloristica porta con sé diverse varianti, a seconda della differente area geografica.
Per alcuni la Giubiana è una strega, spesso magra, con le gambe molto lunghe e le calze rosse. Vive nei boschi e grazie alle sue lunghe gambe, non mette mai piede a terra, ma si sposta di albero in albero. Così osserva tutti quelli che entrano nel bosco e li fa spaventare, soprattutto i bambini. E l'ultimo giovedì di gennaio va alla ricerca di qualche bambino da mangiare. Ma una mamma, che voleva molto bene al suo bambino, le tese una trappola. Preparò una gran pentola piena di risotto giallo (zafferano) con la luganega (salsiccia), e lo mise sulla finestra. Il profumo era delizioso, da far venire l'acquolina in bocca. La Giubiana sentì il buon odore e corse con la sua scopa, verso la pentola e cominciò a mangiare il risotto. Il risotto era tanto ma era così buono, che la Giubiana non si accorse che stava per arrivare il sole. Il sole uccide le streghe, così il bambino fu salvo.
Un’altra versione un poco più orrida, dice che una mamma prese una bambola e la riempì di coltelli e forbici, poi la mise nel letto, al posto della figlia. A mezzanotte si sentono i passi della Giubiana. La bimba spaventatissima, si stringe vicino alla mamma, mentre si sente la Giubiana salire i gradini ed entrare nella stanza. La Giubiana è feroce e in attimo ingoia la bambola, pensando di mangiare la bambina. Si sente un urlo, la mamma va nella stanza della bimba e trova il corpo della Giubiana a brandelli, per via dei coltelli e delle forbici.

Un’altra e suggestiva versione è quella tramandata dagli abitanti del paese di Casorate Sempione (VA), luogo in cui dopo aver bruciato la strega d'inverno (la Giœbia), le donne si riunivano e festeggiavano così la puscena di dónn (festa delle donne).

La puscena di donn, ricorrenza anche varesina e varesotta, letteralmente dopo cena delle donne (dal lat. post cenam), era un ritrovo serale in versione rosa in cui le donne dei cortili si radunavano, assenti mariti, figli e padri, una volta l'anno, per raccontarsi storie, cantando, ballando, mangiando e perché no? Bevendo anche un buon bicchiere di vino magari di produzione autoctona che sarà sicuramente stato "ul pisarèla"o "stràscia pàta", prodotto con le uve di Casorate, o del varesotto, che dava un vino di pochi gradi.
A Varese, invece, gli uomini erano soliti donare alle mogli e portavano in dono alle amate un dolce a forma di cuore: ul cör. Era un riconoscimento offerto loro per il lavoro svolto a favore della famiglia.
Una tradizione locale che si era persa per strada, ma che negli ultimi anni è ritornata in auge.
Narro, infine, di un fatto locale realmente accaduto.
L'ultimo giovedì del mese di gennaio (di un tempo che fu) le donne si ritrovano per festeggiare fra di loro la “gœbia. Si racconta che una volta, gli uomini, (esclusi dalla festa) giocarono uno scherzo alle donne mentre stavano festeggiando con frittelle e vino dolce, calando una gamba dall’arbüşèll facendola dondolare per aria intonando una tiritera con voce cupa e roca. Le donne tutte spaventate scapparono via, abbandonando tutto quel ben di Dio che gli uomini fecero loro. Ecco di seguito la tiritera.
Dón, dón, andé a durmì, ghi giald ‘i œcc, i da murì, se vurì mia, che Dìu la manda, guardé ' in aria ca dúnda la gamba
Donne, donne, andate a dormire, avete gialli gli occhi dovete morire, se non volete che Dio vi faccia morire, guardate in alto che dondola la gamba
Viva la “vecchia” tradizione, e buona Giöbia a tutti.


Libero SanGiorgio


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