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La rete federale
di Giorgio Bargna 18/1/2013
 
 
La rete federale

Non è una novità, e neppure è la prima volta che ne scrivo; per forza di cose ci stiamo dirigendo, volenti o nolenti, verso un’evoluzione drastica della forma di stato … due i possibili scenari: uno sviluppo in senso autoritario proveniente da fonte economico finanziaria oppure un cammino verso autonomie e sistemi costruiti sui beni comuni.

Il primo scenario sarebbe il diretto effetto della realizzazione totale del capitalismo, con le dovute conseguenze di implosione (prossima) successiva su se stesso e le relative derive in termine di regime. Lo sviluppo di questo percorso possiamo suddividerlo in due fasi: un’iniziale, anche se parziale, libera concorrenza tra gli attori economici (ormai tempi lontani), poi la formazione sullo scenario economico di soggetti dominanti, soggioganti ed incontrastabili.

In pieno contrasto con la prospettiva politica portata avanti dalle lobby finanziarie internazionali stanno invece prendendo corpo teorie localiste e/o autonomiste e promotrici della sostenibilità ecologico/solidale.

Da sempre sostengo che le realtà più piccole, basate sulla condivisione di tratti identitari (o ancor meglio comunitari) ed economicamente meglio efficienti siano la soluzione migliore; anche perché per natura corrono pochi rischi di compromissione con le burocrazie centraliste.

Sono convinto che l’unica soluzione applicabile siano un ampia autonomia e l’autogoverno supportate dalla pratica legata all’esercizio dei diritti fondamentali (diritto alla vita dignitosa, alla salute, alla cultura, all’ambiente salubre, alla libera manifestazione del pensiero, etc.) ed al libero sviluppo della persona umana; i principi di reazione attuale sono giusto dovuti alla progressiva mancanza di tutela di questi diritti.

Sostenendo che comunque è in atto il fallimento del sistema attuale, va ridisegnato l’intendere della responsabilità sociale in luogo della delega verso una condivisa e diretta appropriazione e gestione dei beni che sono funzionali al benessere collettivo della comunità di riferimento.

Oggi le decisioni più rilevanti, che un tempo erano appannaggio esclusivo dello stato nazionale, sono appaltate a organi non legittimati. Siccome un soggetto privato non potrà mai garantire la tutela di beni che soddisfano bisogni essenziali della società questo agire va combattuto: meno tecnocrati, meno stato, meno tasse, più comune. Occorre oggi attuare quel passaggio che porta oltre il sistema di delega rappresentativa.

E’ un passaggio, soprattutto dal punto di vista culturale, smisurato, occorre un impegno notevole per imparare ciò che davvero è il metodo democratico, il metodo dialettico. La delega sparisce: per la gestione di certi beni a livello territoriale bisogna creare, anche sul piano di diritto, situazioni e spazi di esercizio e sperimentazione di nuovi modelli decisionali.

Come già scrissi in precedenza sognare di secedere territori o di guadagnarsi autonomie calate dall’alto è pia illusione, ma costituire un processo che federi dal basso obbligando il mondo ad arrendersi all’evidenza, se ve ne è la volontà, è un passaggio possibile.

Cito un passaggio dello studioso di diritto costituzionale e teoria dello stato Guido De Togni: “Per chiarire: esiste una sentenza della Corte Costituzionale italiana che sancisce, sulla base dell’articolo 5, che non può essere fatta richiesta di referendum per la secessione territoriale da parte di una Regione o di un popolo, per il principio di indivisibilità. (…). Bisogna aggiungere però che la tensione che sussiste tra la tutela di diritti riferibili alla carta dei diritti dell’uomo e ai due patti sui diritti civili e politici del ’66, e le decisioni politiche e normative dello stato centrale italiano, considerata la sua adesione alla Comunità europea e al suo sistema di diritto, sta provocando la rottura dello stesso sistema di equilibri previsto dalla Carta costituzionale italiana”.

Dunque creare, legittimare formule di autogoverno.

Sostenevo nel finale di un mio recente articolo che solo tramite la decisionalità della cittadinanza attiva, attraverso la Comunità Locale, si possono poi attivare a livelli ampi percorsi partecipativi e federativi. Se i Comuni, al contrario, sono ostaggio del sistema, le reti più ampie risulteranno, come è oggi, mere gerarchie oligarchico-burocratiche alla mercé di società immobiliari e di gruppi finanziari o commerciali. Soprattutto bisogna avere la prospettiva di basarsi sul concetto dell’ Area Omogenea Territoriale, da leggersi però quale Rete Federata Policentrica di Città.

Questa Rete Federata può, deve, gestirsi, ad esempio il controllo locale di acque ed energia, predisponendo piccole reti di produzione e consumo, ma anche di istruzione, trasporti, sanità attivando un percorso che miri nell’arrivare a delegare al governo centrale solo la difesa, la lotta al grande crimine, le relazioni con l'estero e la moneta (e forse neppure quella).

La nascita di queste Reti Federate rappresenta, senza ogni sorta di dubbio, il Federalismo dal Basso e disegna la giusta scala territoriale ed amministrativa da costruire che consente di non perdere il filo conduttore trasmesso dall'Autogoverno Locale e di ridisegnare finalmente la sequenza delle gerarchie amministrative.


Giorgio Bargna


http://giorgiobargna.myblog.it/


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