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Il populismo (seconda parte)
di Alain de Benoist 21/12/2012
 
 
Il populismo (seconda parte)

Seconda parte

Allo stesso modo, la crescita di una cultura di sinistra d’ispirazione edonistico-libertaria ha contribuito a separare i partiti di sinistra dagli strati popolari, che hanno assistito con stupore alla formazione di una sinistra mondana e arrogante, più incline a difendere l”omogenitorialità”, l”arte contemporanea”, i diritti delle minoranze, il “politicamente corretto”, che a difendere gli interessi della classe operaia.

La “gente” ha così preso il posto del popolo. Eletta dalla mondializzazione, si è installata una nuova classe politico-mediatica, che unisce, all’interno di una medesima situazione elitaria di potere e di apparenza, dirigenti politici, uomini d’affari e rappresentanti dei media, tutti intimamente legati gli uni agli altri, tutti convinti della pericolosità delle aspirazioni popolari.

L’adesione al Fronte nazionale di una larga parte della vecchia classe operaia ha giocato a tale proposito un ruolo decisivo: Ha permesso alla sinistra parlamentare di ripudiare il popolo col prestesto che “pensava male”, mentre un antirazzismo di convenienza le permetteva di nascondere le proprie derive ideologiche. L’ “antilepenismo (Jean-Marie Le Pen è l'ex presidente del partito di estrema destra Fronte nazionale) ha preso il posto dell’anticapitalismo, prezioso alibi per giustificare di aver messo in secondo piano la questione sociale nel momento stesso in cui essa risorgeva con una forza sconosciuta dal periodo dei 30 anni di forte crescita ( dal 1945 al 1973).

Nell’ultima elezione presidenziale, in base ad un sondaggio Ipsos, Marine Le Pen (figlia di Jean-Marie Le Pen) ha sedotto circa un terzo dell’elettorato operaio. Il voto operaio a favore della sinistra ( il voto di classe), scontato dal dopo guerra alla fine degli anni settanta, è scomparso. Progressivamente numerosi operai sono passati al Fronte nazionale, in particolare i nati a partire dal 1960, più colpiti dai problemi dell’immigrazione e della disoccupazione . Queste generazioni hanno vissuto la cristallizzazione di una frattura prodotta dalla mondializzazione nel gioco politico francese, allo stesso modo in cui i gruppi operai del periodo tra le due guerre avevano vissuto la cristallizzazione della frattura di classe. Ricordiamo anche che in occasione del referendum sul progetto di trattato costituzionale europeo il 60% dei giovani, l’80% degli operai e il 60% degli impiegati, così come la maggioranza dei salariati, hanno votato no; il sì era maggioritario solo presso l’alta borghesia, i quadri superiori e i pensionati.

Ciò non significa che gli operai costituiscano la maggioranza dell’elettorato del Fronte Nazionale ( ne rappresentano circa il 13%), ma la presenza del mondo del lavoro all’interno di questo elettorato ha contribuito in modo indelebile a squalificare il popolo agli occhi delle élites. Da qui deriva la questione posta da Annie Collovad: “Il populismo del fronte Nazionale non potrebbe essere il segno di una nuova congiuntura intellettuale e politica nella quale le élites politiche d’oggi non vedono più nei gruppi popolari una causa da difendere, bensì un “popolo senza classe” diventato un problema da risolvere?”.

Regolarmente definito come “irrazionale” ( preferisce gli attori politici fuori dal sistema dei partiti, non vota come gli si dice di fare) e sensibile alle tesi “autoritarie”, cosa che spiegherebbe la sua tendenza ad affidarsi ai attivi pastori, il popolo può essere rappresentato come pericoloso, grossolano, incolto, come un segmento di popolazione composto da “buoi” che non riescono a liberarsi dai loro pregiudizi arcaici, anacronistici, e incapaci di mettersi al passo con la prospettiva di una “mondializzazione felice”.

Diviene così evidente, sia che il popolo non sa ciò che vuole, sia , quando esso fa sapere di volere qualcosa, che non è il caso di tenerne conto. È dunque inutile parlare con lui prima di parlare a nome suo. Ed è soprattutto pericolo consultarlo, dal momento che non vota mai come ci si aspetta che faccia. è per questo che sotto il termine di “populismo” si tende oggi a riunire, per meglio mantenerne le distanze, tutte le forme di secessione riguardo al consenso dominante. Un tale modo di fare, scrive Jacques Rancière, “ nasconde e al medesimo tempo rivela il grande desiderio dell’oligarchia: governare senza il popolo”.

Chi oggi parla del popolo si espone necessariamente al rimprovero di “populismo”: Divenuto oggi un’ingiuria politica, accusato di risvegliare le cattive inclinazioni delle classi popolari, utile alle classi dirigenti per stigmatizzare quanti rimproverano loro di aver confiscato il potere a proprio vantaggio, il populismo è presentato in una prospettiva insieme peggiorativa e screditante, con lo scopo, come ha ben osservato Alexandre Dorna, di “gettarlo fuori dalla storia, come se si trattasse di un fenomeno senza radici né vere cause”. L’idea di fondo è che sarebbe sufficiente di far sparire il popolo – o di cambiarlo – per sbarazzarsi del populismo!

La parola “populismo” compare nel 1929 negli scritti di André Thérive e Léon Lemonnier per designare una nuova scuola letteraria ( il primo premio populista fu attribuito a Eugène Dabit per l’opera Hotel du Nord). Ma il populismo, in quanto fenomeno politico , è di gran lunga anteriore. È in Russia e negli stati Uniti che si devono ricercare le radici, all’interno dei movimenti che, nell’uno e nell’altro caso, cercavano di smuovere i gruppi più deboli contro le élites del momento.

I narodniki (“gente del popolo”) della Russia zarista volevano avvicinarsi al popolo per ritrovare una comunità perduta e proponevano la nascita di un sistema di economia socialista agraria. Nello stesso periodo, alla fine del XIX secolo, il populismo americano indica un movimento principalmente rurale. Di fronte ai prezzi proibitivi che un accesso privilegiato al potere pubblico ha permesso alle compagnie ferroviarie di imporsi, i populisti spingono per un ritorno alle sorgenti della democrazia americana.

Il populismo appare dunque chiaramente a sinistra, anche se questo populismo di sinistra è sempre stato ostile all’ideologia del progresso ( ciò spiega l’ostilità dei bolscheviki nei confronti dei narodniki russi). Da questo punto di vista, lo storico Michel Vinock non ha torto a scrivere: “ Il populismo non è specificamente di estrema destra. La parola designa una fiducia nel popolo che si ritrova nei discorsi di Robespierre o negli scritti di Michelet”.

Ma il populismo supera di fatto tutte le fratture: è ciò che constata Christophe Guily, autore del saggio Fractures françaisess, quando fa osservare che oggi “ la frattura non è più tanto tra la sinistra e la destra quanto tra le classi dominanti, indifferentemente di destra e di sinistra, e le classi popolari.” Questo spiega anche il fato che il populismo sia stato criticato sia dalla destra che dalla sinistra.


Alain de Benoist


la prima parte dell'articolo al seguente link http://www.insorgente.com/modules/news/item.php?id=41


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