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Crisi di ideali e di democrazia
di Luca Bertagnon 7/12/2012
 
 
Crisi di ideali e di democrazia

Prima ancora della crisi economica, che toccando le tasche degli individui ed incidendo sul tenore di vita di ognuno, viene immediatamente percepita nella sua gravità, va denunciata una grave, perdurante, strisciante, crisi di democrazia.
Uso volutamente l’espressione ‘crisi’ a sottolineare come via sia la necessità, da parte di chi detiene il potere, di mantenere un’apparenza di democrazia formale da poter sbandierare in ogni occasione, salvo metterla in discussione continuamente, svuotandola e rinnegandola, pur di puntellare ad ogni costo il sistema di favori e di privilegi che è andato consolidandosi dal secondo Dopoguerra ad oggi.
Si è parlato tante volte di democrazia incompiuta o di democrazia imperfetta, quello a cui stiamo assistendo oggi è un pericoloso declino verso una oligarchia di fatto, ancora più subdola in quanto ammantata di democrazia.
L’enfasi verso la Costituzione, l’inno, la bandiera, verso la figura autorevole e rappresentativa del Presidente della Repubblica, altro non sono che i segnali della deriva antidemocratica che, in mancanza d’altro, si veste pomposamente di simboli: i 150 anni dell’unità d’Italia, la nazionale di calcio, il proliferare del tricolore anche nelle decorazioni natalizie, secondo l’equazione nazione=repubblica=democrazia=stabilità e benessere.
Salvo poi mettere in discussione i fondamenti su cui si fonda la nostra tradizione democratica come: il parlamentarismo ed il bicameralismo, l’equilibrio tra poteri, i diritti e la tutela del cittadino nei confronti delle prevaricazioni dello stato, il diritto di voto e la sovranità del popolo attraverso il voto, e potremmo andare avanti.
L’ennesimo stimolo a questa riflessione mi è venuto dall’esercizio mediatico e retorico delle primarie del centrosinistra di questi giorni dove, a dispetto di proclami altisonanti, il problema principale sembrava essere quello di stabilire regole capaci di orientare o garantire un certo risultato, senza sorprese.
Lo stesso è accaduto ed accade ogni qualvolta si mette mano alla legge elettorale, compromesso tra alchimie tese non tanto a garantire la massima rappresentanza agli elettori, quanto a mantenere determinati equilibri, sempre per evitare sgradite sorprese in cabina elettorale. Perché quindi lasciare scegliere all’elettore il proprio rappresentante con la preferenza? Meglio delegare la scelta al partito, così si eviterà il rischio del voto di scambio e del voto mafioso, e soprattutto si garantiranno le rendite di posizione interne al partito! Perché concedere la possibilità del referendum propositivo? Perché ritenersi vincolati all’espressione referendaria dei cittadini? Perché istituire l’election day, con il rischio magari di raggiungere il quorum nelle consultazioni referendarie accoppiate alle lezioni politiche? Perché lasciare che legiferi il Parlamento, visto che è il suo mestiere? Perché garantire una rigida distinzione di poteri, quando un potere debordante della magistratura sembra poter fare comodo di volta in volta a questo o quello schieramento? Le domande si sperecano e servono a farci capire come, a dispetto della pompa della Corte Costituzionale e delle Alte Istituzioni, la Carta Costituzionale ed in genere i principi sui quali si fonda la democrazia nel nostro paese, siano costantemente scavalcati, elusi, dimenticati.
Non ci serve un Benigni che si prodighi a farci amare la Costituzione, recitandola, raccontandola ed illustrandola. Serve piuttosto una presa di coscienza che ci consenta di comprendere come, a dispetto dei formalismi e dei riti, nei fatti ci si stia sempre più frequentemente e sempre più irreversibilmente allontanando dai principi della Costituzione, del diritto e della democrazia.
In nome del benessere, della legalità delle conquiste democratiche e di civiltà ci hanno insegnato a restare buoni, obbedienti e pazienti, ci hanno abituati a subire, a delegare, a fidarci, con la consapevolezza della garanzia di conquiste irrinunciabili come il lavoro, la pensione, l’assistenza, la possibilità di consumare, spendere, possedere oggetti. In cambio di tutto ciò il compito del cittadino è quello di lavorare, produrre, innovare, intraprendere, pagare le tasse …. ed obbedire, con l’illusione di poter incidere o dire la propria, con il voto democratico, nel momento in cui le cose non dovessero progredite nella giusta direzione.
Eccoci quindi nella condizione di lavorare, affannarci, inventare e reinventarci, soffrire per arrivare a pagare tasse sempre più insostenibili, sciupate nelle clientele e nei vizi dell’oligarchia privilegiata, senza più neppure l’illusione delle garanzie e della certezza di poter mantenere il tenore di vita tanto inseguito e sudato e con la consapevolezza di non contare niente, di non poter incidere sulle decisioni degli oligarchi, cercando al massimo di anelare ad entrare a far parte della ristretta cerchia di chi campa di potere e di politica.
Per arrivare a questa situazione l’altro passaggio chiave è stato quello di spegnere gli ideali, sepolti da una falsa idea di benessere e di progresso, esaltata da un materialismo edonistico anch’esso molto giocato sull’apparenza e sulla forma.
Crisi di ideali e crisi di democrazia quindi, per constatare, troppo tardi, l’inconsistenza delle certezze con le quali siamo stati comprati e illusi.
Di fronte ad una tale presa di coscienza l’unica possibilità è insorgere, per riconquistare un ruolo, un diritto di cittadinanza e di rappresentanza, per spazzare via i vecchi e i nuovi parassiti, o almeno per definire una linea di demarcazione tra i produttori di ricchezza ed i fagocitatori del lavoro e delle risorse altrui. Si tratta di un’insurrezione che, tardando, si connota sempre di più come un’opzione ultimativa e disperata, che sembra non più essere controllabile e gestibile entro un processo di transizione pacifico e graduale: troppi sono i parassiti del sistema, troppi i privilegi da scardinare.
Il pericolo è quello di un’insurrezione di disperati, senza ideali né leader o, peggio, un’insurrezione pilotata da leader arrivisti e senza scrupoli.
Insorgere vuol dire prima di tutto recuperare gli ideali, agganciarsi alla tradizione, alle radici, amare il proprio territorio ed i propri fratelli, sapendo dove andare e cosa conquistare. Per questo L’Insorgente ha intrapreso una lenta e paziente opera di recupero delle tradizioni, della lingua, degli ideali, che devono costituire lo scheletro di un progetto di autodeterminazione in un’Europa dei popoli che, superata la parabola discendente del capitalismo affaristico e dei consumi, sappia rilanciarsi forte di propri principi, della propria civiltà e dell’operosità dei propri abitanti. La paventata autodeterminazione come traguardo di un percorso, difficile e traumatico, per scrollarsi di dosso le sovrastrutture burocratiche e dirigiste che orientano le risorse verso il potere finanziario e le oligarchie istituzionali e partitiche. E’ un percorso che va costruito dal basso, senza l’appoggio di partiti o di strutture organizzate, senza le istituzioni ed i poteri costituiti, tutti accomunati dalla volontà di mantenimento dello status quo. La via non può essere istituzionale o parlamentare, perché chi arriva in parlamento passa fatalmente dall’altra parte, trai privilegiati, tra gli oligarchi della conservazione. La via è innanzi tutto culturale ed economica e passa dallo sciopero fiscale, dalla capacità e dal coraggio di non fare arrivare più l’oro nel forziere degli affamatori. Contrazione della produzione, decrescita, baratto, micro solidarietà locale, per fare mancare la linfa ai parassiti che ci assediano ed al sistema di potere che ingordamente ci fagocita. La via di una cura dimagrante dei produttori è stretta perché rischia di far morire il Corpo sano sano prima del parassita che lo assedia, la risorsa chiave è la convinzione, la forza della ragione, la disponibilità a lottare per una prospettiva nuova per i nostri figli e per le future generazioni. I tempi sono maturi, prepariamoci ad insorgere!


Luca Bertagnon


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