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Il populismo
di Alain de Benoist 7/12/2012
 
 
Il populismo

Come il “comunitarismo”, il “populismo” è diventato oggi una parola per nascondere di tutto. Ne è prova il fatto che personaggi molto differenti tra loro come Nicolas Sarkosy, Ségolène Royl, Georges Marchais, Jean –Luc Mélenchon, Bernard Tapie, José Bové, Marine Le Pen, Christophe Blocher, Jörg Haider, Geert Wlider, Silvio Berlusconi, ma anche Mao Zedong, Mussolini, Juan Peron, Getùlio Vargas, Fidel castro, il colonnello Gedhafi, Umberto Bossi, Ahmed Ahmadinejad, Luis Inàcio”Lula” da Silva o Hugo Chàvez si sono visti attribuire questa etichetta. “La parola è dovunque, la sua definizione da nessuna parte” diceva qualche mese fa lo storico Phlippe Roger. “ Semplicemente noi non disponiamo di niente che assomigli ad una teoria del populismo”, aggiungeva il politologo Jean-Werner Mueller: Cerchiamo dunque almeno di definire questo termine in un modo più rigoroso di quanto lo si faccia d’abitudine.

L’emergenza del “populismo” è certamente anzitutto il segnale di una crisi, in occasione di una disfunzione della democrazia, i cui sintomi più evidenti sono stati descritti parecchie volte: discredito dell’intera classe politica, aumento dell’astensionismo, voti di pura protesta, fossato che si scava tra “l’alto e il basso”, sentimento comune di uno spodestamento dei valori democratici. .

Interrogati nell’autunno 2005, su come percepivano la classe politica, il 71% dei francesi dichiara di avere una cattiva opinione della loro classe dirigente, il 76% afferma di non avere fiducia, il 49% la giudica addirittura corrotta. Secondo un altro sondaggio, più recente, sette francesi su dieci circa dichiarano di non avere “ fiducia né nella destra né nella sinistra”. si tratta dunque di un discredito di massa, che tocca anzitutto le persone, ma che si estende anche alle istituzioni. I cittadini non hanno fiducia nella capacità d’azione di una classe politica che non cessa di presentare come possibili da raggiungere degli obiettivi che essa non raggiunge mai, e il suo atteggiamento più comune oscilla tra il disinteresse e il rifiuto, l’astensione o l’opposizione sistematica.

Un altro sondaggio del 2006 dimostra ancora che 6 francesi su 10 non arrivano più a differenziare la destra dalla sinistra. È evidentemente una conseguenza della rifocalizzazione dei programmi dei partiti, risultato di un consenso implicito sulle finalità sociali che lega tra di loro i principali partiti e impedisce ogni messa in discussione del sistema. Convinti che le elezioni “ si vincono al centro” – secondo la teoria dell’”elettore moderato” sviluppata dal politologo Anthony Downs – i grandi partiti non hanno smesso di rifocalizzare i loro discorsi per convincere gli elettori incerti. Le posizioni “di destra” e “di sinistra” sono così diventate sempre di più indistinguibili e questo ha rafforzato l’idea di una complicità oggettiva delle élites ( la “banda dei quattro” diceva Jean –Marie Le Pen, la coalizione “UMPS” secondo la figlia). Improvvisamente l’alternativa (sostituita dalla semplice alternanza) diventa impossibile ed un numero crescente di elettori hanno la sensazione che il sistema politico è cifrato in anticipo affinché possano vincere solo coloro di cui è certo che non cambieranno niente del sistema.

Noi siamo dunque, come hanno già constatato molti osservatori, davanti ad una crisi evidente della rappresentanza Questo può condurci ad interrogarci sui limiti della democrazia rappresentativa, ma anche sui rapporti che esistono tra la democrazia e rappresentanza.

Il concetto di rappresentanza appare all’inizio del Medioevo, epoca in cui si forma all’interno del diritto pubblico sotto l’influenza del diritto privato. A partire dal XVIII secolo tale concetto diviene un elemento chiave per il funzionamento dei regimi “liberali rappresentativi”. Montesquieu è uno dei primi a difendere l’idea , ripresa in seguito mille volte, secondo la quale il popolo, pur non in grado di decidere da solo, è di fatto capace di scegliere i propri rappresentanti. Rousseau ha difeso, si sa, la tesi contraria a quella di Montesquieu. Difensore del mandato imperativo, egli sostiene che un popolo non possa che perdere la propria sovranità dal momento in cui se ne priva a vantaggio dei rappresentanti.

Da allora in poi quasi tutte le democrazie occidentali sono state democrazie rappresentative, costituzionali, parlamentari e liberali. Ora, la rappresentanza è, per essenza, un sistema oligarchico, dal momento che essa sfocia necessariamente nella formazione di un gruppo dominante, i cui membri si coalizzano tra di loro per difendere a priori i loro interessi.

La sfiducia del popolo deriva oggi dal fatto che non si sente più rappresentato da coloro che pretendono di parlare a nome suo, essendo costoro anzi accusati di non cercare altro che mantenere i propri privilegi e servire ai propri interessi particolari. Si è così scavato un fossato tra le élites ed il popolo, un fossato ideologico e sociologico che non cessa di allargarsi.

Il divario tra la classe politica e l’elettorato rappresenta un problema soprattutto per la sinistra che, nel passato, aveva sempre preteso di rappresentare più della destra le aspirazioni del popolo.Ma oggi la sinistra si è progressivamente distaccata dal popolo.Gli intellettuali di sinistra hanno abbandonato le speranze messianiche che poco tempo fa essi riponevano nella classe operaia, mentre le élites politiche sempre di più per disprezzo di classe hanno perso il contatto con l’ambiente popolare. Esattamente come la destra, la sinistra si è installata nelle classi medie superiori, quando non è nell’apparato statale. Aderendo all’economia di mercato, privilegiando le rivendicazioni marginali a discapito di coloro che sono maggiormente minacciati dalla disoccupazione e dalla insicurezza sociale, offrendo lo spettacolo di un’élite installata nella scena mediatica, essa ha profondamente deluso coloro ai quali aveva presunto di dare la precedenza.


Fine prima parte


Alain de Benoist


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