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Ascesi: un esercizio della tradizione
di Luca Siniscalco 20/11/2015
 
 
Ascesi: un esercizio della tradizione

L’immagine dell’ascesi trapassa dagli archetipi del mito ai simboli dei saperi mistici per far sopravvivere le intuizioni originarie della coincidenza fra condizione superiore e inferiore attraverso anche l’utilizzo del corpo verso un’azione libera dal finalismo.


Ascesi.


Una pratica che è reminescenza etimologica del greco ἄσκησις, “esercizio”, prova pedagogica e atletica, gesto formativo di una personalità organica. Un riverbero originario che si mantiene nella traslazione di senso del termine, assurto a indicare l’unione di «atteggiamento spirituale e dottrine miranti al raggiungimento di una purificazione rituale e spirituale e alla conquista della perfezione religiosa» [1].


Una conquista che, in verità, è sempre un attestarsi sulla soglia, un “avvicinamento”, in senso jüngeriano, a un’unità originaria che perennemente vige nell’incontro fra l’uomo e la trascendenza. Ascesi allude in questo senso a un movimento d’innalzamento, un’approssimazione verso quell’axis mundi che collega le molteplici dimensioni dell’essere nel simbolismo del polo verticale, declinato eterogeneamente nelle diverse culture: dal Monte Meru della tradizione orientale al fallo divino di Śiva, il linga, da Yggdrasil, albero cosmico della spiritualità scandinava, al corrispettivo cristiano dell’Albero della Vita, solo per citarne alcuni.


Tale topografia, ispirata a uno spazio qualitativo entro cui la quantità della materia si scioglie nella pratica spirituale, incorpora l’ascesi come dimensione essenziale della realizzazione umana. La scalata verso la dimensione oltremondana e sovratemporale parte solitamente da una catabasi, una discesa nel mondo infero – sotterraneo o interiore che sia, giacché ogni atto immanente rimanda al correlativo trascendente – da cui attingere la linfa spirituale necessaria alla successiva anabasi.


Da qui, la stretta parentela fra ascesi e crisi: senza un radicale punto di svolta, spesso prossimo all’annientamento, la pratica ascetica non porta frutti. La stessa etimologia greca della parola “crisi” può chiarificare tale accostamento: κρισις, che deriva dal verbo κρινω, “separare”, “dividere”, “decidere”, incorpora l’intero dualismo dell’attimo decisivo, quello che scinde per poi riunificare. Si tratta infatti dell’«ambito di un’opzione decisiva, tramite la quale procedere alla revisione del cammino percorso sino al presente, ispirando il senso di una svolta, in vista della salvezza comune» [2]. A ricordare tale principio intervengono gli intellettuali più svariati: dal controverso Emil Cioran, secondo cui «il fallimento è indispensabile al progresso spirituale […], è un’esperienza filosofica capitale e feconda» [3], all’antroposofo Massimo Scaligero, autore del seguente passo: «Quale che sia l’oscurità, o il dolore, o la lotta, nulla può impedire il ritmico sorgere del tracciato di luce: anzi, l’oscurità è ciò che, addensandosi, sollecita lo scaturire della luce dalle zone solari dell’anima, vietate alla coscienza ordinaria» [4].


Toccando il punto più basso, sepolto fra le rocce della terra come fra le pieghe dell’animo, si incontra il punto più alto, la polarità complementare: è questo l’insuperato insegnamento della Tavola Smeraldina, la rivelazione di Ermete Trismegisto con cui tutti gli esoteristi si sono a lungo confrontati. «Il più basso è simile in tutto al più alto e il più alto è simile in tutto al più basso, e questo perché si compiano i miracoli di una cosa sola» [5], tuona questa antica sapienza, riannodando la polisemia del cosmo nell’immagine dell’unità originaria. L’ascesi, illuminata da tale consapevolezza, mira pertanto a misurarsi con le diverse potenze elementari sino a dominarle, affinché diventino un mezzo di propagazione dello spirito. «L’unica a dover essere distrutta – ricorda lo studioso Titus Burckhardt – è la tendenza egocentrica che snatura le forze in questione, in sé né buone né cattive» [6]. L’ascesi si realizza così nella postura impersonale del praticante, che rinunciando ai frutti delle proprie azioni consacra alla processualità dello Spirito il proprio esercizio.


Il corpo assurge dunque a ponte verso l’ulteriore, così come quest’ultimo viene “somatizzato”, nel senso etimologico del termine, facendosi corpo (in greco soma) per diffondersi sintonicamente rispetto ai ritmi cosmici. La dimensione “economica” e finalistica scompare, lasciando emergere in primo piano l’azione stessa, nella sua intrinseca pienezza e autonomia. Quella medesima autarchia capace di condurre a una rottura ontologica di livello, in cui l’alterità si riveli attraverso le fenditure aperte dall’esercizio tradizionale.


Nel frammento del gesto si può riconoscere l’organicità del tutto: così, nella complessa, inattuale e, per molti versi, a noi contemporanei distante pratica ascetica, nelle sue più svariate declinazioni, si manifesta una sapienza meritevole di attenzione.


Un rifulgere del Sacro, questo, di cui le presenti considerazioni sparse non sono che brevi note a margine.


NOTE


[1]    Voce “ascesi” nel Dizionario di filosofia (2009) Treccani, online (http://www.treccani.it/enciclopedia/ascesi_(Dizionario-di-filosofia)/).


[2]    Gian Franco Lami e Giuseppe Casale, Qui ed ora. Per una filosofia dell’eterno presente, Il Cerchio, Rimini 2011, p. 18.


[3]    Emil M. Cioran, Un apolide metafisico. Conversazioni, trad. it. di Tea Turolla, Adelphi, Milano 2004, p. 119.


[4]    Massimo Scaligero, La tradizione solare, Teseo, Roma s. d., p. 68.


    Tavola Smeraldina, cit., in Titus Burckhardt, Alchimia. Significato e visione del mondo, a cura di Ferdinando Bruno, Guanda, Parma 1996, p. 169.


[6]    Titus Burckhardt, Alchimia. Significato e visione del mondo, cit., p. 106.


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