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L’emozionante storia della raggera lombarda
di Diana Ceriani 20/11/2015
 
 
L’emozionante storia della raggera lombarda

L’emozionante storia della raggera lombarda L’idea è stata un po’ da folli. Decisione presa quasi di getto con la complicità di mio marito che mi ha dato una mano nella realizzazione. Qualcuno diceva che era “troppo”. Era troppo evidente, troppo diversa, troppo poco conosciuta e soprattutto troppo poco capita. Ma l’idea di fondare il mio personaggio rendendolo inseparabile, anzi, direi tutt’uno con la “corona lombarda” era non solo inevitabile, ma anche rivoluzionaria. Se si legge il famoso romanzo del Manzoni, non si può separarlo dalla raggera tipica lombarda indossata da Lucia. Se si guarda una donna lombarda, orgogliosa di esserlo, non la si può separare da questo tipico raccogli capelli colmo di fascino, ma anche di storia. Una storia tutta da raccontare e da conoscere….


In una tipica casa lombarda, un uomo ed una donna parlano tra di loro ed, insieme, prendono una decisione importante, che volta la pagina della vita di tutto il nucleo famigliare: reputando la loro figlia, ormai non più fanciulla, in età da marito, decidono di regalarle lo “sponton”. Quel raccogli capelli con due “pomelli” laterali che serve per raccogliere le trecce, che allora tutte le bambine (o quasi) portavano. Immaginate la meraviglia della ragazzina quando tra le mani si trova il simbolo della crescita, che poteva essere di due materiali: d’argento (in caso di famiglia appartenente alla media o alta borghesia) o di ottone (faticosamente acquistata con i risparmi di una famiglia non abbiente). Immaginate l’emozione nell’indossarla e nel mostrarla, durante i giorni di festa, a tutti i “fiö e i giuinott dur paes o della città”. Chissà quanti potenziali morosi attirati da questo simbolo che dichiarava non solo la disponibilità della ragazza, ma anche quella della famiglia, pronta al grande passo di una figlia magari con la “schirpa” (dote) in preparazione. Sembrano tempi lontani, ma non sono molto distanti da noi, in ordine di tempo. Spesso le ragazze trovavano il moroso non molto dopo il dono prezioso dello sponton, ostentato come un trofeo e, il moroso, doveva avere la premura, durante il fidanzamento ufficiale, di regalare alla sua amata i “cogiarit”. Certo che, pensandolo oggi, era quasi obbligato il fidanzamento tra due ceti sociali simili. Mi chiedo come, una ragazza con uno “sponton” di ottone, potesse avere in regalo dal fidanzato i “cogiarit” di argento o viceversa. Chissà se è mai capitata una cosa simile. Tornando ai cogiarit, dovevano essere il numero corrispondente all’età della ragazza nel momento del fidanzamento. Immaginiamo che la nostra “tusa” si fosse fidanzata a 15 Anni (allora era normale fidanzarsi a questa età) ; il moroso doveva acquistare 15 cogiarit per arricchire la capigliatura della sua amata, dimostrando così a tutti gli altri “giuinott” che “gh’era pü nagott de fa”: la fanciulla era promessa ed intoccabile. L’imminente matrimonio avrebbe portato ad arricchire la “carta d’identità lombarda femminile” con gli spaditt. Uno per ogni anniversario, fino ad un massimo di 47 tra cogiaritt e spaditt. Indossare questa meraviglia diventava gradualmente sempre più laborioso, guardandosi nella “spegina” e affrancando ogni Anno di vita alla propria identità, ostentata con onore. Onore che è venuto a mancare quasi improvvisamente a causa della seconda guerra mondiale, momento in cui, soprattutto le raggere più preziose, vennero date in pegno allo stato. Non sarebbero più tornate, insieme all’identità femminile colma di fascino e di significato. Proprio in una “spegina”, mi sono immaginata che una ragazza, in tempi moderni, trovasse quasi per caso, nascosta da anni in un cassetto, una delle poche raggere (dette sperade in Brianza e quazz qui da noi in provincia di Varese) rimaste integre. Così un testo in lingua bosina ha preso vita ed insieme ad esso una melodia che apre tutti i miei interventi musicali, siglando un sogno: far tornare forte il senso di appartenenza alla nostra bella terra lombarda.


La curuna lumbarda

(Testo e musica di Diana Ceriani)


La vedi in d’un caset e ma sa streng ul cör
Però l’è lüstra ammò cume fudess de moda
La ciapi anca in man
ghe salta via ul sponton
sa staca un cogiarin da mett in di trezitt


Al tegni lì a sari i öcc ma par da vess chi la purtava
Chissà ogni völta che emuziun quand ul so omm i a regalava
e intant la diveniva granda e un pu’ pesanta in sul so co
ma quand ca lè la ‘ndava in giir la sa vantava dul so amur.

La curuna lumbarda
l’è mia par ‘na regina
ma par di a la gent
che sunt pü piscinina
podi fa sü i me trezz
in sui cavei g’ho l’argent
e ma senti impurtanta
al’è ul simbul di me gent

Ragera ‘me i ragg del su
Sperada me la speranza
Quazz par di che anca mi
sun vegnuda granda chi (2 volte)

la ciapi dal casset e la rimeti insema
ga do una nettava e cunti i cogiarit
e vo dinnanz a ul specc
ma tiri sü i cavei
ma ven un pu’ ul magun
a pensà al prim sponton

Al tegni lì a sari i öcc ma par da vess chi la purtava
Chissà ogni völta che emuziun quand ul so omm i a regalava
e intant la diveniva granda e un pu’ pesanta in sul so co
ma quand ca lè la ‘ndava in giir la sa vantava dul so amur.

La curuna lumbarda……….

La corona lombarda

La vedo in un cassetto
E mi si stringe il cuore
Però è ancora lucida
Come se fosse di moda

La prendo anche in mano
Le salta via lo “spuntone”
Si stacca un “cucchiaino”
Da mettere nelle treccine

La tengo lì, chiudo gli occhi mi sembra di essere chi la portava
Chissà ogni volta che emozione quando suo marito glie li regalava
E poi diventava grande e un po’ pesante sulla testa
Però quando lei andava in giro si vantava del suo amore

La corona lombarda
Non è per una regina
Ma per dire alla gente
Che non sono più bambina
Posso raccogliere le mie trecce
Nei capelli ho l’argento
E mi sento importante
È il simbolo della mia gente

Raggera come i raggi del sole
Sperada come la speranza
Quazz per dire che anche io
Sono cresciuta qui

La prendo dal cassetto
E la ricompongo
La pulisco
E conto i “cucchiaini
” E vado davanti allo specchio
Mi raccolgo i capelli
Mi commuovo
A pensare al primo “spuntone”.


Diana Ceriani


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