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Se gli elettori sono ignoranti è meglio avere meno Stato
di Carlo Lottieri 24/7/2015
 
 
Se gli elettori sono ignoranti è meglio avere meno Stato

Fin dai tempi di Socrate, sapere di non sapere è la premessa di ogni percorso filosofico. Ed è una consapevolezza che vale per i singoli come per le comunità. In questo senso quanti studiano la politica non possono ignorare una constatazione fondamentale: e cioè che gli attori della vita pubblica -a partire dagli elettori- dispongono di una conoscenza del tutto inadeguata. Anche se sono chiamati a prendere parte a decisioni di rilievo, i votanti non sanno e spesso neppure non sanno di non sapere. È questo il punto di partenza della riflessione del giurista Ilya Somin, professore alla George Mason University -in Virginia- e autore nel 2003 di un volume dal titolo Democrazia e ignoranza politica. Perché uno Stato snello sbaglia meno (edito da IBL Libri e in vendita al prezzo di 20 euro) in cui riprende le tesi di Hayek sul rapporto tra conoscenza e pianificazione e sviluppa una riflessione originale sui limiti della democrazia di massa. Secondo Somin il comune cittadino è ignorante da più punti di vista. In primo luogo non sa quello che i governanti fanno e neppure, spesso, quello che hanno fatto in passato. Potrebbe certo cercare informazioni sui vari candidati e seguire quotidianamente l'attività dei vari governi (locali e nazionali), ma questo esigerebbe un grande dispiego di tempo. In secondo luogo l'elettore non è informato neppure sulle materie al centro dell'azione del potere politico: non conosce la teoria economica, gli studi di strategia militare, l'urbanistica e via dicendo.


Oltre a essere ignorante, l'elettore medio è anche razionalmente motivato a restare tale. Per un padre di famiglia, a esempio, ha poco senso dedicare ore e ore allo studio di materie assai complesse e all'indagine delle caratteristiche dei protagonisti della vita politica quando poi, con ogni probabilità, il suo singolo voto non deciderà nulla, in quanto ininfluente. Meglio dedicarsi ai figli o al lavoro. Se è molto razionale per ogni individuo non uscire dal proprio stato di conoscenza assai limitata e superficiale, l'esito è che la selezione di quanti sono chiamati a gestire più del 50% dell'economia è il frutto della somma di comportamenti ben poco ponderati. Impossibilitati a conoscere davvero, i cittadini delle moderne democrazie - spiega Somin - tendono a utilizzare strumenti semplificatori: come l'appartenenza a uno schieramento, il riferimento a una generica filosofia politica e via dicendo. Non potendo studiare nei dettagli il comportamento di tutti quanti sono attivi in politica ed essendo chiamato a scegliere un gran numero di rappresentanti e amministratori, se sono un americano tendenzialmente di destra voterò i candidati repubblicani e se, invece, l'insieme dei miei valori è più di sinistra mi orienterò verso i democratici. Per poi essere costretto a constatare, però, che destra e sinistra (come repubblicani e democratici) sono categorie tanto vaghe quanto inadeguate. L'ignoranza quindi pesa in termini negativi e ben poco possono fare quegli ipotetici rimedi che il libro esamina e di cui, con efficacia, mostra l'inadeguatezza. Chi pensa a esempio che sia possibile risolvere il problema semplicemente favorendo una maggiore informazione si nutre di illusioni. Fondamentalmente manca di realismo, poiché ci vuole ben altro che più tribune elettorali alla televisione o una maggiore educazione civica nelle scuole... Per giunta, l'elettore è assai più competente quando è chiamato a decidere sul mercato: questo perché in quel caso egli non si limita a partecipare a una scelta, ma decide in prima persona, sopportando le conseguenze (positive o negative) di quanto fa.


Ma se le cose stanno così bisogna che la politica lasci il più ampio spazio possibile agli scambi volontari. Se uno Stato interviene raramente e si occupa di poche cose, la nostra ignoranza nei suoi riguardi sarà inferiore e avrà comunque conseguenze meno significative. Oltre a ciò, i governi non solo sono esposti al giudizio di quanti votano, ma anche a quello di chi decide di restare dove è o sostarsi altrove. In tal senso, il cosiddetto «voto con i piedi» - che si tratti dell'impresa lombarda che va in Canton Ticino come del giovane che decide di andare a lavorare a Londra - ha una qualità ben diversa rispetto al suffragio ordinario e, alla fine, conseguenze ben più significative. Ma questo “voto” è espresso più facilmente e in maniera più intensa se le giurisdizioni sono di piccole dimensioni: così che trasferirsi da un Paese all'altro non implica neppure cambiare lingua, cultura e mentalità. Ecco perché è bene che lo Stato sia “snello”. Se i politici sono scelti da un processo elettorale caratterizzato da ampia disinformazione e assenza di motivazioni a cambiare le cose, è bene che l'azione pubblica sia confinata in pochi ambiti. Ma oltre a ciò è opportuno che le giurisdizioni -come nei cantoni svizzeri- interessino limitati territori e popolazioni non numerose. Questo non elimina il problema del rapporto tra politica e ignoranza, ma ne riduce considerevolmente le conseguenze.


Carlo Lottieri
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