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La questione veneta secondo Beggiato
di Carlo Lottieri 24/7/2015
 
 
La questione veneta secondo BeggiatoUna storia di più mille anni non può
dissolversi senza lasciare tracce: e questo è ancor più vero se a quella
vicenda plurimillenaria appartengono figure come Marco Polo e Paolo
Sarpi, Tiziano Vecellio e Antonio Vivaldi.

La Repubblica di Venezia muore a
Campoformio, per volontà di Napoleone, ma da quel 1797 in poi numerosi
episodi hanno visto i veneti sognarne la rinascita. E non ci si
riferisce solo alla Repubblica di San Marco guidata da Daniele Manin
(un'esperienza istituzionale che durò quasi un anno e mezzo, dal marzo
del 1848 all'agosto del 1849), poiché spinte ribelli si sono avute in
varie circostanze.


L'ultimo lavoro di Ettore Beggiato ( Questione
veneta. Protagonisti, documenti e testimonianze , edito da Raixe Venete e
in vendita a 15 euro) accende i riflettori su questa costante
aspirazione all'indipendenza. L'obiettivo dell'autore è aiutare a
comprendere il profondo malcontento di un Veneto che continua a non
sentirsi a proprio agio all'interno delle istituzioni italiane, così
come era analogamente riottoso quando a governarlo erano i francesi o
gli austriaci.


Dalla documentazione raccolta nel volume emerge una
storia in parte sorprendente, se si considera che perfino il 12 giugno
del 1945, poco dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale, un
telegramma del ministro dell'Interno si rivolgeva al prefetto di Venezia
per avere informazioni sule spinte separatiste. Il motivo di quella
richiesta stava nel fatto che su L'Avanti! , organo del partito
socialista, un'intervista al professor Ugo Morin (presidente del Cnl del
Veneto) aveva richiamato l'attenzione su un gruppo volto a ottenere
«una autonomia integrale del Veneto e alla costituzione di una
Repubblica di San Marco». Ma spinte centripete di questo tipo si
incontrano di continuo, come un fiume carsico che periodicamente viene
alla luce.


La prima importante manifestazione di questo spirito si
ebbe nel 1809. Contro i francesi e in sintonia con altre rivolte in
varie parti d'Europa, in Veneto hanno luogo ribellioni popolari che il
10 luglio portano addirittura alla nascita di un governo provvisorio con
sede a Schio, nel Vicentino. In quegli anni le «insorgenze»
anti-napoleoniche sono molte, dal Tirolo di Andreas Hofer alla Spagna
della guerra d'indipendenza, ma ciò che colpisce della vicenda veneta è
il silenzio successivo: il quasi totale oblio di quelle iniziative
politiche che tentarono di riportare in vita la Serenissima.


La
tesi di Beggiato è che studiare il passato aiuta a comprendere come il
disagio del Veneto contemporaneo affondi in un'identità lungamente
negata e in una serie di soprusi causati da un potere statale sempre più
oppressivo. Da oltre due secoli il Veneto soffre una grave mancanza di
libertà ed è vittima di malgoverni di ogni genere. Con determinazione
esso ha manifestato a più riprese questa sua voglia di autogoverno in
molteplici modi e, soprattutto, ha sempre coltivato un forte sentimento
di ostilità verso le istituzioni.


Il volume sottolinea come taluni
scrittori abbiano bene compreso questa difficoltà veneta a sentirsi a
proprio agio in Italia. Nel 1982 sul Corriere della Sera Goffredo Parise
scrisse un articolo memorabile che iniziava in questo modo: «Il Veneto è
la mia patria». E qualche anno dopo Indro Montanelli parlò senza mezzi
termini della Repubblica Veneta come di «una civiltà non italiana, ma
europea e cristiana».


Quello che questi e altri autori colgono in
forma intuitiva una volontà indipendentista che, sul piano politico, si
traduce in un susseguirsi ininterrotto di iniziative e movimenti: più o
meno spontanei, più o meno organizzati. Quanti pensano che parole come
indipendenza o autodeterminazione siano apparse nel dibattito pubblico
veneto solo a partire dalla nascita della Liga Veneta, nel 1980, forse
non sanno che all'indomani della Grande Guerra l'onorevole Luigi
Luzzatti, già presidente del Consiglio dei ministri, mise in guardia
Vittorio Emanuele Orlando in merito alla possibilità di «un'Irlanda
Veneta», e cioè di una rivolta separatista.


Non erano timori
infondati, se si considera che nel 1921 alle elezioni politiche si
presentò una lista «Leone di San Marco» che in provincia di Treviso
ottenne il 6,1% dei voti. Parallelamente operava un socialista anomalo
come il deputato Guido Bergamo, il quale arrivò ad affermare: «Ora
basta! Il problema veneto è così acuto che noi da oggi predicheremo la
ribellione dei veneti. Cittadini, non paghiamo le tasse, non
riconosciamo il governo centrale di Roma, cacciamo via i prefetti,
tratteniamo l'ammontare delle imposte dirette nel Veneto».


Come
Beggiato sottolinea, è sempre un intreccio di motivi anche diversi a
tenere in vita il desiderio dei veneti di essere «padroni a casa loro».
Ci sono ragioni culturali e perfino linguistiche (se si considera
l'attaccamento dei veneti alla lingua di Carlo Goldoni e Giacomo
Casanova), motivazioni storiche e simboliche, frustrazioni economiche,
aspirazioni libertarie. Se la Repubblica di Venezia era stata uno dei
centri economici della prima globalizzazione, con la perdita
dell'autogoverno questo territorio è entrato in un declino causato dalle
tasse, dalla devastazione delle guerre, dalla coscrizione obbligatoria.


In
tal senso a più riprese il leone di San Marco ha finito per incarnare
un passato glorioso che fa sfigurare il presente, ma al tempo stesso è
pure divenuto il simbolo di una battaglia ideale volta a restituire ai
veneti la libertà di governarsi da sé.


Non è un caso se qualche
settimana fa il sistema politico italiano, su richiesta del governo
Renzi, ha dovuto scomodare la Corte costituzionale affinché annullasse
una legge regionale veneta che istituiva un referendum consultivo
sull'indipendenza. A Venezia si era pensato che se un plebiscito
(truffaldino) nel 1866 aveva decretato il passaggio del Veneto
all'Italia, un altro voto popolare potesse restituire ai veneti la
facoltà di costruire proprie istituzioni. La repubblica italiana ha
negato ai veneti la facoltà di votare, ma è forte la sensazione che -
oggi come ieri - sotto la cenere vi siano braci che continuino ad
ardere.


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