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Liberalismo e scientismo e teologia cattolica
di Francesco Lamendola 14/5/2015
 
 
Liberalismo e scientismo e teologia cattolica

Si nota una differenza evidente, confrontando un testo di teologia cattolica anteriore agli anni ’60 del Novecento con uno posteriore al Concilio Vaticano II: una differenza non solo e non tanto di contenuti, ma di stile, di atmosfera, di impostazione generale, quasi come se appartenessero a due sistemi di pensiero differenti. La cosa che balza più all’occhio è, nel secondo, la parsimonia, la cautela, e quasi – si direbbe – l’imbarazzo, se non proprio la ritrosia, a parlare della vita soprannaturale: il discorso si concentra sull’etica, ma in termini, a volte, così vaghi e generici, che potrebbero adattarsi a qualsiasi altra filosofia o religione; e, soprattutto, si nota una costante tendenza antropocentrica, come se l’essenza del messaggio cristiano ruotasse intorno all’uomo e fosse, per dirla come oggi si usa, un messaggio di liberazione, magari confondendo e mescolando il piano terreno, storico, per lo più in chiave economica e politica, ed il piano della realtà soprannaturale. Se si parla della figura storica di Gesù Cristo, ci si concentra sulle parabole e si evita di soffermarsi troppo sui miracoli, per non dire degli esorcismi; anche del miracolo per eccellenza, cuore del Vangelo, ossia la Risurrezione, si parla, sì, ma quasi come di una “coda” della vita di Cristo, già proiettata verso lontananze irraggiungibili e, in fondo, non strettamente attinenti alla sua missione terrena; quasi che il mistero della morte e, appunto, della risurrezione, non fossero “il” mistero cristiano per eccellenza, che si rinnova costantemente nel sacrificio dell’Eucarestia.


Ecco: è il mistero, il concetto di mistero, il grande assente dall’orizzonte di certi “teologi” cattolici che oggi vanno per la maggiore; e, se bisogna dirla tutta, anche dalle omelie di molti sacerdoti: gli stessi che riducono la liturgia a un insieme di atti cui bisogna assoggettarsi, ma, in realtà, privi di un significato profondo; una semplice cornice ereditata dal passato e che si tramanda per forza d’inerzia. Tuttavia, se si sopprime il senso del mistero, si sopprime l’essenza del messaggio cristiano: che non si rivolge alla ragione dell’uomo, bensì ad un livello più profondo e più impegnativo della ragione stessa, quello della fede. Si osservi l’aspetto di tante chiese moderne, quelle costruite negli ultimi decenni. In esse non si percepisce alcun senso del mistero; non vi è, sovente, nemmeno il rispetto elementare per il comune senso estetico: si vuole esaltare lo spirito della modernità, si vuol stupire l’assemblea dei fedeli con l’audacia o, piuttosto, l’anticonformismo costruttivo. La luce è troppo intensa o troppo scarsa; le linee ed i piani sono spezzati, irregolari; le forme sono anonime, o scomposte, o incomprensibili; domina un freddo funzionalismo che non ha niente di mistico, anzi, neppure di spirituale. Un fedele che voglia raccogliersi in preghiera non si sente nel posto giusto, non trova l’atmosfera adatta al raccoglimento. Non parliamo dell’orientamento: se, nel Medio Evo e fino a tempi assai recenti, era regola universale che le chiese cattoliche fossero orientate verso Est, con il sole che sorge nella direzione dell’abside, cioè del Santissimo, a illuminare tutta la navata, adesso nessuno bada più a simili cose, o, per meglio dire, i moderni architetti disprezzano tali retaggi del passato, impregnati di sapienza esoterica ed alchemica: sono uomini moderni, fieri di esserlo, che non hanno alcuna simpatia per l’irrazionale e che si occupano solo di cose concrete e positive. Insomma, a partire dall’Illuminismo, e poi, con più forza, con il Positivismo, è come se la cultura cattolica avesse sofferto di un costante complesso d’inferiorità nei confronti di quella profana: adottando, di conseguenza, le prospettive e molti modi di ragionare che sono propri del razionalismo e dello scientismo; non tutta la cultura cattolica e non tutta la teologia cattolica, naturalmente: ma certo quella parte di essa che si autodefinisce “progressista” e che si ritiene, per definizione, all’avanguardia rispetto alla cristianità nel suo insieme. Tale complesso di inferiorità si è ulteriormente accentuato nel corso del XX secolo e ha trovato sfogo, per così dire, in talune posizioni emerse nel Vaticano II e, più ancora, dopo di questo: posizioni che tradiscono una volontà di farsi “perdonare” l’eredità tridentina, nonché la fretta di mettersi “al passo coi tempi”, di “aggiornarsi”, di “aprirsi al mondo”, giocando però su un grosso equivoco: perché il doveroso dialogo con il mondo moderno non può significare un appiattimento sui suoi presupposti razionalisti e sulle sue prospettive relativiste o agnostiche, né, tanto meno, gettare a mare secoli e secoli di tradizione, anzi di Tradizione con la “t” maiuscola – perché, come insegnavano i teologi preconciliari, due sono le fonti della Rivelazione cristiana, entrambe indispensabili per intenderla rettamente: le Scritture e, appunto, la Tradizione. Quei teologi che la pensavano così, del resto, hanno avuto vita dura fin dai primi anni del Novecento; perché, a dispetto della solenne condanna del modernismo operata da Pio X con l’enciclica «Pascendi Dominici gregis», già a quell’epoca numerosi vescovi rivolgevano le loro simpatie verso preti e uomini di cultura di tendenza modernista e, subito dopo la morte di Pio X, incominciarono una silenziosa persecuzione dei sacerdoti e dei teologi di tendenza “tradizionalista”. Si parla spesso e volentieri di quei preti progressisti, come Lorenzo Milani, che hanno avuto difficoltà da parte dei loro superiori; ma vi sono state anche molte situazioni di segno opposto: valga per tutti il casi dei fratelli Jacopo, Andrea e Gottardo Scotton, di Breganze (Vicenza), dirigenti dell’Opera dei Congressi e autori di importanti libri e manuali di teologia, i quali incorsero nelle ire del “progressista” vescovo di Vicenza, Ferdinando Rodolfi, che giunse al punto di far chiudere il loro giornale «La riscossa» (Andrea morì di crepacuore per i suoi rimproveri).


Né si tratta di vicende vecchie e superate: la divisione fra cattolici “progressisti”, e velatamente modernisti, e cattolici tradizionalisti, è proseguita e prosegue fino ai nostri giorni, investendo sia le sedi vescovili, sia le università e i seminari, sia il mondo dei credenti laici: e siccome i progressisti si sono assicurati, dopo il Vaticano II, le posizioni preminenti nell’ambito della cultura cattolica, e specialmente la visibilità offerta dalle grandi casi editrici, dalle maggiori riviste e dalla presenza nei programmi televisivi, essi sono riusciti a trascinare sulla loro linea, insensibilmente ma efficacemente, l’intero mondo cattolico, Chiesa compresa: sicché sono ormai in pochi ad accorgersi che siamo in presenza di una autentica rivincita del modernismo, che, condannato solennemente nel 1907, riesce ora a dettare la linea in fatto di teologia, di catechismo, di liturgia, per non parlare del cosiddetto ecumenismo e del dialogo con le religioni non cristiane, impostati ormai sui binari di un puro e semplice relativismo. In particolare, negli ultimi decenni la teologia cattolica è stata largamente permeata, ed inquinata, dalla teologia del cosiddetto protestantesimo liberale, otre che dallo scientismo di matrice laica, materialista e di tendenza implicitamente o esplicitamente atea. Molti teologi cattolici parlano dando per scontato che dal paradigma moderno non si possa prescindere e che bisogni ripartire dalle sue acquisizioni, che si vorrebbero infallibili e definitive (mentre, si noti, perfino settori della cultura laica cominciano a metterli seriamente in discussione): a cominciare dalla psicanalisi freudiana, dall’evoluzionismo darwinista e perfino dal materialismo dialettico marxista; o così, almeno, facevano tranquillamente, fino alla caduta dei regimi sovietici: si veda il caso della “teologia della liberazione”. Tale processo di infiltrazione ha avuto origine sotto la pressione che il mondo cattolico del Nord Europa, largamente minoritario, ha subito da parte del luteranesimo, del calvinismo e di altre confessioni protestanti; e che, come un virus, si è diffusa anche nei Paesi di più antica tradizione cattolica, come quelli dell’Europa meridionale. Si è trattato di una pressione psicologica e culturale lenta, ma tenace e capillare. Da molti anni, ormai, le società dell’Europa settentrionale e quella statunitense vengono presentate, anche nei Paesi cattolici, come dei modelli vincenti, dunque da imitare: il loro successo nel campo economico, politico, militare e il dilagare dei loro prodotti culturali, non importa se ridotti alle dimensioni del mercato consumista (vedi il cinema hollywoodiano, o la moda dei “best-seller” anglosassoni, magari del tutto privi di dignità letteraria) ha portato molti, anche nel mondo cattolico, a pensare che sia indispensabile mutuare quei modelli culturali. Basta vedere in quale maniera trionfalistica i libri di testo scolastici presentano la storia dei Paesi Bassi moderni, o come descrivono la filosofia di Spinoza, di Locke, di Kant, quasi che esistesse un rapporto immediato di causa ed effetto tra la “libertà di pensiero” (un concetto su cui vi sarebbe molto da dire, visto che Locke, il padre nobile della tolleranza, negava si dovesse avere alcuna tolleranza verso i cattolici) e successo economico o politico. Che un tale rapporto esista è, infatti, un convincimento tipicamente calvinista - lavora duramente, produci, soprattutto guadagna, e questo starà a indicare, molto probabilmente, il favore divino -; e il fatto che, senza accorgersene, tanti cattolici lo abbiano fatto proprio, anche nel mondo della cultura, è un segnale eloquente. Si potrebbero fare moltissimi esempi di tale fenomeno: basti dire che vi erano scuole confessionali cattoliche in cui l’insegnante di storia adottava, come libro di testo, il manuale di Giorgio Spini, un valdese che presenta la Riforma protestante e la Riforma cattolica (che lui chiamava semplicemente Controriforma) in maniera estremamente tendenziosa.


Tale pressione psicologica si è esercitata anche nel campo strettamente religioso, per esempio con il sorgere di movimenti come quello denominato “Noi siamo Chiesa” (e si noti l’immodestia, se non l’arroganza, di quel “noi”, come se non vi fosse legittimità per alcun altro), molto forti nei Paesi di lingua tedesca, ma presenti anche in Italia; e, più in generale, la si respira nei discorsi e nelle stesse prediche di non pochi sacerdoti cattolici, nei testi di catechismo, nei libri di teologia, i quali tutti, col favore dei mass-media, danno l’impressione che la linea progressista sia tutt’uno col cattolicesimo e che qualunque dubbio su di essa, qualunque tentativo di ripristinare elementi della tradizione (come il rito della messa tridentina) equivalgano a un tradimento del Concilio e, per ciò stesso, della Chiesa e del cristianesimo in quanto tali. Ma tornando al mistero e al soprannaturale: il fatto che, sempre più, nella cultura cattolica, si tenda ad oscurare il primo e a mettere fra parentesi il secondo, è un segnale di quanto in profondità vi siano penetrate, in maniera strisciante e silenziosa, le idee moderniste, laiciste, scientiste, relativiste e semi-protestanti. È un’idea semi-protestante, ad esempio, quella che vorrebbe eliminare, o ridurre ai minimi termini, qualunque mediazione fra Dio e il credente; e che, di conseguenza, tende a svalutare, se non proprio ad ignorare, sia il ruolo del sacerdozio e della Chiesa stessa, sia quello di intercessione svolto dagli angeli, dai santi e dalla Madonna. Prendiamo il culto degli angeli. Fino al Concilio esso occupava un posto centrale nell’insegnamento del catechismo (insieme alla credenza nel Diavolo e nell’Inferno); oggi, in omaggio alle idee “moderne”, esso è passato alquanto in seconda linea. Non sembra più una dottrina accettabile alla mentalità razionalista e scientista ormai dominante, perciò si tende a parlarne il meno possibile. Ai bambini, fino all’inizio degli anni Sessanta, veniva insegnato che esiste un angelo custode, accanto a ciascuno di essi, per seguirne i passi, per sostenerli, per aiutarli, per consigliarli; oggi non se ne parla più. In compenso, il mondo profano si è impossessato di tale concetto, andando ad occupare il posto vuoto così creatosi: ed ecco la credenza nei cosiddetti “spiriti guida” e il proliferare, nella galassia New Age, delle disinvolte pratiche di “channeling”, tramite le quali chiunque crede di poter accedere all’assistenza di uno spirito disincarnato, che si suppone buono per definizione (mentre il cattolicesimo insegna che vi sono anche gli spiriti malvagi e che non è bene scherzare con le sedute spiritistiche e con le pratiche di necromanzia), in maniera tale da oltrepassare la condizione umana e da farsi simile a un Dio. Il sacerdote redentorista Andreas Resch, uno dei più insigni studiosi a livello mondiale dei fenomeni paranormali, docente alla Pontificia Accademia Alfonsiana, nel corso di una conversazione con lo scrittore Vittorio Messori, di cui riportiamo solo un breve passaggio, ha tracciato una diagnosi severa, ma acuta, della progressiva secolarizzazione della cultura cattolica (in: V. Messori, «Inchiesta sul cristianesimo», Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 1993, 2003, pp. 335-7): «[Dopo aver discusso circa la possibilità teorica della reincarnazione.] Comunque, anche se sono inaccettabili per la fede e non provate dai fatti, le tesi reincarnazioniste sono un segno dei tempi che va decifrato. C’è da chiedersi se la loro intuizione fondamentale non richieda una nuova attenzione sulla fede cattolica sul purgatorio. I protestanti lo avevano negato e così, tra l’altro, ciò che nella dottrina cattolica era attribuito alle anime del purgatorio fu addossato al diavolo, allargando dunque la sua sfera di influenza. È noto del resto che Lutero aveva una relazione quasi anormale con Satana. Ora, certa teologia protestante sembra ricuperare una qualche forma di purgatorio. Ed è un bene; così come sarebbe un bene che anche la teologia cattolica lo “rilanciasse” in pieno: si tratta infatti di un concetto benefico, positivo. È la possibilità di portare a termine quel perfezionamento che l’uomo in vita non ha potuto compiere. Ed è anche la possibilità di un dialogo fecondo con i defunti: noi preghiamo per quel loro perfezionamento, essi intercedono per noi. […] In questa prospettiva, che soprattutto mi interessa, di dialogo, di rapporto tra i vivi e i morti, non sono affatto persuaso da certe linee di tendenza della teologia cattolica attuale. L’aver quasi nascosto il purgatorio è tra quelle tendenze. Ma c’è anche l’aver taciuto, troppo spesso, in questi anni, sugli angeli e sul loro ruolo positivo. La riforma liturgica ha riunito in un solo giorno, ad esempio, il ricordo di tutti gli arcangeli; molti tendono poi a far sparire gli angeli custodi. Si tratta invece di un articolo d fede grande, bello, fecondo. Lo constatiamo nelle nostre ricerche: il bisogno di uno “spirito guida” è presente in tute le tradizioni religiose. Rinunciarvi è pericoloso per l’equilibrio della fede e dell’uomo. Per allargarci a un discorso più generale, i cattolici d’oggi sono esposti al rischio del razionalismo che impedisce al’uomo di esprimersi in modo integrale, dunque di vivere in modo davvero umano. Questo razionalismo lo constato anche quando qualcuno viene da me a riferirmi fatti inspiegabili; perfino i sacerdoti sembrano vergognarsi, hanno come paura di uscire dagli schemi accettati dalla cultura dominante. […]


È indubbio che, dopo il Concilio, sulla nostra teologia ha agito l’influsso del protestantesimo liberale e dello scientismo: entrambi si propongono in ogni modo di ridurre l’ambito del mistero. Nei Paesi germanici la teologia soffre di un complesso di inferiorità verso la critica biblica protestante, nei Paesi latini verso la cultura laicista. Questa caduta della sensibilità al mistero si vede persino nell’architettura delle chiese moderne, incapaci di cogliere il senso religioso: quella “vibrazione”, ad esempio, espressa mirabilmente dai rosoni nelle cattedrali romaniche e gotiche. Nelle cattedrali medievali, tutto era simbolo sapiente che i fedeli, anche se ignoranti secondo le categorie accademiche, sapevano cogliere, appagando così quel bisogno religioso che è in ogni uomo. Misure, proporzioni, scorci: pensi che, in quelle cattedrali mirabili, la luce era filtrata in modi ispirati alla sapienza dell’alchimia di cui pochissimi avevano la formula. La liturgia cristiana d’oggi, invece, ha dimenticato che la liturgia deve essere sposa fedele dell’arte; anzi, la liturgia stessa è arte che deve fare appello alle emozioni e ai sentimenti che stanno al fondo di ogni uomo. Si è ignorato che emozioni e sentimenti hanno pari (se non superiore) importanza del nostro aspetto intellettivo. Oltretutto, ponendo l’accento sulla sola dimensione della ragione si perde quella universalità delle emozioni e dei sentimenti che unifica la razza umana: prova ne sia che poso innamorarmi di una persona di una qualsiasi razza o cultura. È anche nei vuoti aperti da questo razionalismo, che da qualche tempo contrassegna pure il cattolicesimo, che si insinuano le sette e ogni forma di occultismo ed esoterismo.» Proprio così. E a pensarla in tal modo non sono soltanto dei fideisti senza cultura e inclini ad ogni sorta di “miracoloso”, ma anche delle persone di vasta cultura e di acuta intelligenza, come padre Resch e come teologi e filosofi della statura di Romano Amerio e di Romano Guardini, tanto per citare un paio di nomi particolarmente significativi. Possibile costoro si siano ingannati, si stiano ingannando? Possibile che la Chiesa si sia ingannata per quasi due millenni? Possibile che solo con il Vaticano II, o subito dopo di esso, la cultura e la spiritualità cattoliche abbiano imboccato la strada giusta, peraltro senza avere il fegato di dire chiaro e tondo che Pio X si era sbagliato e che i modernisti avevano ragione, ma anzi proclamando che tutto procede come prima e meglio di prima, senza scosse né traumi, senza brusche inversioni di rotta, in perfetta coerenza con i principi eterni?


Francesco Lamendola


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