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Recensione de "L'Italia populista"
di Antonio Carioti 9/4/2015
 
 
Recensione de "L'Italia populista"

Sono passati quasi dodici anni e le pagine del saggio, dalla prima alla seconda edizione, sono raddoppiate. In sostanza è un libro nuovo. Niente di cui stupirsi, perché nel frattempo la materia trattata da Marco Tarchi nel suo lavoro L’Italia populista (Il Mulino, pagine 379, € 20) si è ingigantita a vista d’occhio. Abbiamo assistito all’ascesa impressionate del Movimento 5 Stelle, la Lega ha cambiato pelle, a capo del governo c'è un leader che nel suo stile comunicativo, secondo Tarchi, «attinge a piene mani al repertorio del populismo». Senza contare che in Europa crescono un po’ dovunque le forze che invocano la riscossa della gente comune contro l’establishment.


Non siamo insomma di fronte a fenomeni effimeri. I singoli partiti possono imporsi e poi tramontare anche in tempi rapidi, a seconda delle situazioni, ma il distacco tra l’elettorato e la classe dirigente ha creato le condizioni ideali per l’affermazione di quella che Tarchi chiama «mentalità populista»: un’impostazione politica che idealizza le virtù del semplice cittadino, contrapponendole ai vizi dei potenti, e invoca appunto l’unità del popolo angariato dalle oligarchie come strumento per realizzare una democrazia autentica, il più possibile diretta, senza mediazioni interessate e parassitarie. In Europa generalmente questo modo di pensare porta verso destra, soprattutto per il rilievo che ha assunto il tema dell’immigrazione. Ma in America Latina sfocia piuttosto a sinistra. E poi esiste anche il «populismo allo stato puro», estraneo e ostile alla discriminante tra conservatori e progressisti: in Italia, secondo Tarchi, l’esempio più significativo è il movimento grillino, ma già Antonio Di Pietro si era mosso nella stessa direzione. Il nodo sta nella capacità di rappresentare simultaneamente le due grandi paure che vive oggi l’uomo della strada: quella di subire un crollo del suo tenore di vita sotto i colpi della crisi e quella di non riconoscere più il proprio Paese in seguito a flussi migratori di massa che ne trasformino nel profondo l’identità etnica e culturale.


Antonio Carioti
www.corriere.it


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