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Chiesa, Magistratura, Italia tra potere e onestà
di Marco Della Luna 9/4/2015
 
 
Chiesa, Magistratura, Italia tra potere e onestà

Il presidente dell’Associazione Nazionale dei Magistrati, Dottor Sabelli, ha detto che lo Stato accarezza i disonesti e schiaffeggia i magistrati. Il premier Renzi gli ha prontamente replicato che queste sono falsità.

In realtà, lo Stato non se la prende mai con i magistrati che abusano del loro potere a spese dei comuni cittadini e dei comuni imprenditori, oppure per il proprio vantaggio personale o di categoria. Lo Stato colpisce i magistrati (non sempre) che disturbano i ladri dell’alta burocrazia, della pubblica amministrazione e della politica. Ma lo Stato è obbligato a far ciò, perché il consenso politico, la legittimazione al potere pubblico, in Italia, si basano sulla distribuzione del bottino di queste ruberie, che sono la struttura portante, quindi, delle istituzioni. Se ostacoli questo affarismo, mini le fondamenta dello Stato.

Le opere pubbliche in Italia costano circa tre volte rispetto alla Germania, e di solito sono peggiori. Il che vuol dire che i settanta od ottanta percento della spesa per tali opere viene rubato o sprecato: Inoltre molte di queste opere vengono decise e progettate non perché siano utili ma appunto per rubare. Non si tratta quindi dei € 10.000 del Rolex del figlio del ministro Lupi, né dei 100.000 donati da Buzzi a un certo partito, ma di oltre 100 miliardi l’anno, come ordine di grandezza, solo per mangerie e sprechi su opere e forniture pubbliche.

Con uno spread del 300% in questi costi rispetto ai paesi con cui deve competere, l’Italia ovviamente è fottuta. Ovviamente, anche, il moltiplicatore economico dei pubblici investimenti non funziona, ossia se in Italia aumenti la spesa pubblica investimenti di 1 hai un aumento del prodotto di 1, cioè il moltiplicatore zero, mentre in Germania si ha un aumento di 1,30. Perciò le ricette keynesiane, da noi, vanno poco lontano.

Misure come inasprire le pene, introdurre nuove figure di reato, allungare la prescrizione, non sono mai risultate efficaci, perché queste misure sono sempre state neutralizzate, così da far continuare la prassi delle ruberie, che viene insegnata e trasmessa dai burocrati, dai politici, dagli amministratori di professione, anno dopo anno alle nuove leve, e nei partiti vi sono scuole di delinquenza specializzate in queste materie. E, dopo Mani Pulite, le cose sono addirittura peggiorate. Pertanto, se non si risolve prima questo problema, l’Italia è spacciata.

Già, ma come risolverlo? È chiaro che i politici contemporanei non hanno idee valide, quindi dobbiamo rivolgerci a quelli del passato. Ho pertanto evocato l’anima purgante del compagno Josif Stalin e le ho chiesto come si può fare per debellare la corruzione in Italia. Stalin ha risposto che per risolvere il problema è indispensabile uccidere tutti gli alti dirigenti pubblici e tutti i politici e amministratori di professione. Il compagno Stalin ha spiegato che non si può mettersi a separare i buoni dai guasti, perché non ce n’è il tempo e perché non c’è un criterio sicuro. Ha concluso ribadendo che sterminare per intero questa categoria di persone è l’unico modo per impedire che le pratiche ladresche vengano trasmesse di generazione in generazione di questa gentaglia parassita.

Non convinto della sua risposta, ho poi evocato lo spirito di Cesare Ottaviano Augusto, e gli ho chiesto che cosa ne pensasse. Mi ha risposto che Stalin, come tutti i sovietici e i marxisti in generale, ancora oggi non capisce un tubo di antropologia culturale e di sociologia, infatti non si rende conto che, anche se li ammazzi tutti, circa 400.000, rimane intorno a loro tutta una popolazione, decine di milioni di persone, abituata a quei rapporti di scambio corruttivi e a quelle prassi di potere clientelari. Conseguentemente, anche se si compie l’operazione raccomandata da Stalin, in breve tempo tutto riprenderà come prima, la casta si rigenererà. Quindi l’unica cosa da fare con gli italiani è spolparli per bene dall’esterno, comprando la collaborazione dei loro governanti, fino a ridurli in condizioni di povertà e di servaggio, e comandarli da fuori, come popolo sottomesso da una potenza imperiale.

Il ragionamento del divo Augusto mi ha colpito per la sua lucidità, ma mi ha colpito anche un altro ragionamento, dell’onorevole Francesco Paolo Sisto, forzista, il quale alla radio, intervistato da un giornalista, alla domanda se, secondo lui, il ministro Lupi dovrebbe dimettersi, ha risposto che bisogna lasciare decidere Lupi stesso, perché questi, avendo ricevuto una solida formazione etica e religiosa cattolica, è perfettamente qualificato a decidere da sé su questa opzione.

Purtroppo però, se guardiamo alla storia della Chiesa-apparato, dei Papi e dello Stato Pontificio, nonché alla formazione che hanno dato agli italiani, ci apparirà evidente che è una storia caratterizzata da sistematica corruzione, sfrenata avidità, continui delitti, sfacciato nepotismo, assoluta ipocrisia, per non parlare della depravazione sessuale – sia pur con molte sante eccezioni, usate per camuffare la sostanza. E probabilmente, nei secoli, è stata proprio questa Chiesa cattolica la vera origine e scuola, il fomite, della particolare corruzione politica italiana e degli altri paesi cattolici. Invero, col suo continuo esempio, la Chiesa ha abituato la popolazione, e soprattutto chi vive a Roma, a considerare la corruzione come normale, accettabile, perdonabile, compatibile con la santità delle istituzioni e la legittimità del potere politico. E con la pretesa di giudicare ed ammaestrare l’Orbe intero.


Marco Della Luna
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