Nuovo aggiornamento
Vignette
Barconi e terrorismo: Alfano rassicura...

Storico Vignette

Lavagna
News > Culture > C'era una volta il maestro

C'era una volta il maestro
di Sergio Bianchini 23/11/2012
 
 
C'era una volta il maestro

La scuola è sempre stata ,con la nascita dello stato moderno, al centro di accesi dibattiti relativi alla sua organizzazione, alla sua durata, alla qualità dei docenti, al peso della chiesa, della famiglia e dello stato negli indirizzi e nei contenuti.


Col regno d’Italia (escluso il Veneto assorbito nel 1866 ed il Trentino-Alto Adige nel 1919)nel 1861 si instaurò in tutto il paese l’ordinamento scolastico del regno di Sardegna che era stato riorganizzato nel novembre 1859 da un aristocratico milanese,Gabrio Casati.

Il Casati aveva collaborato a Milano(nel 37 era stato podestà) con l’Austria ma, dopo le rivolte del 1848, si era schierato con il Piemonte divenendo ministro della pubblica istruzione dei Savoia.


La scuola di base alla nascita dello stato Italiano

L’ordinamento Casati prevedeva per tutti i bambini due anni di scuola obbligatori, i primi due anni di una scuola elementare che aveva un percorso totale di 4 anni seguiti da un esame di stato.

La scuola elementare era gestita dai comuni. Si istituiva inizialmente solo nei comuni con almeno 50 alunni in età di frequenza. L’evasione dall’obbligo scolastico era molto alta e “non perseguita penalmente” sottolineano gli amanti dello statalismo spinto. Per fortuna,direi io, ma siamo nel solito duromollismo tipico ed inevitabile dello stato italiano. L’analfabetismo si aggirava intorno all’80% col solito divario tra nord e sud.

Dopo i 4 anni di elementare (di cui due obbligatori e due opzionali) chi voleva fare il maestro doveva aspettare 5 anni se femmina e 6 anni se maschio prima di iscriversi al triennio di scuola normale che rilasciava la patente di maestro.

L’insegnante, il maestro elementare di prima nomina, era quindi un giovane con 4 +3 anni di formazione e 5 o 6 anni di esperienza sociale libera e multiforme.

La figura del maestro è stata per quasi cento anni la forma concreta dell’insegnante per la gran massa della popolazione che ne aveva in genere grande considerazione e rispetto. Ancora fino a 20 anni fa il maestro iniziava a lavorare intorno ai 18 anni dopo soltanto (dico “soltanto” alla luce del gigantismo attuale dei curricoli) 5+3+4 anni di formazione. Ancora fino a 20 anni fa la nostra scuola elementare era considerata di alto livello. Non esisteva il tempo pieno, gli alunni frequentavano le lezioni 4 ore al giorno, per un totale di 24 ore settimanali uguali all’orario di servizio del maestro unico della classe. I grandi progettisti delle riforme scolastiche dovrebbero fare considerazioni profonde circa la proporzionalità inversa che si è instaurata tra lunghezza della formazione del docente e dell’alunno e qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento nella nostra scuola di base.


La scuola e la condizione giovanile

Ma, contrariamente ad oggi, la scuola fino agli anni sessanta del novecento non costituiva l’esperienza fondamentale nella vita dei giovani, almeno per la maggioranza della popolazione e particolarmente nelle campagne, nelle zone montane e nei piccoli centri. Certo, nei cento anni trascorsi dalla legge Casati l’ordinamento era mutato gradualmente con una lenta espansione dell’obbligo e della frequenza scolastica reale. La riforma Gentile del 1923 aveva stabilito la scuola elementare di cinque anni e resi obbligatori teoricamente anche 3 anni postelementari, diversi a seconda dell’indirizzo di studi che variava dal liceale al tecnico al prelavorativo. Ma l’effettivo rispetto dell’obbligo di 8 anni era legato alle condizioni logistiche, ai trasporti, alla distanza delle famiglie dalla scuola ed alla condizione economica delle famiglie. Per cui, fuori dai grossi centri, la frequenza scolastica di massa rimaneva intorno ai dieci, dodici anni di età o anche meno, con la forte differenza consueta tra città e campagna o montagna e nord sud. Di un passato ancora recente molti ricorderanno il film autobiografico”padre padrone”di Gavino Ledda.

L’educazione e la crescita della gran massa dei giovani fino al primo dopoguerra erano gestite quasi interamente dalla famiglia, dalla Chiesa e, dopo i 12-13-14 anni, dal mondo del lavoro. E’ negli anni 60 del ‘900 che si sviluppa potentemente la spinta all’ampliamento della scuola di stato favorita e forse generata dal grande sviluppo economico e tecnologico del paese. La crescita dell’obbligo scolastico in Italia si scontra costantemente con il divario nord sud. Divario socioeconomico ed organizzativo. Ad esempio nel nord le scuole tecniche regionali hanno una grande tradizione che manca al sud dove ancora oggi l’evasione dall’obbligo scolastico è presente sotto i 14 anni sebbene l’obbligo di legge sia arrivato ai 16 anni di età: obbligo generalmente rispettato e superato massicciamente al nord. Nel 1963 nasce la scuola media unica per giovani dagli 11 ai 14 anni che cancella le scuole di avviamento commerciale e industriale, frequentate dalla maggioranza dei giovani tra gli 11 ed i 14 anni e la vecchia scuola media ginnasiale a cui accedeva una minoranza tramite un esame selettivo. L’assunzione al lavoro dopo i “soli” 14 anni è stata superata meno di venti anni fa giungendo agli attuali 16 anni.


Il mito dell’uniformità totale

La tendenza costante, quasi ossessiva, dello stato postbellico nella scuola è l’estensione e l’uniformazione del curricolo scolastico uguale per tutti. Non si cerca cioè di innalzare l’obbligo di frequenza scolastico lasciando agli individui ed ai territori la scelta degli indirizzi e valorizzando quindi la libertà individuale ed il patrimonio organizzativo accumulato nei territori. Questa inesorabile tendenza all’uniformità totale si presenta massicciamente ancora oggi dove lo statalismo vorrebbe un obbligo scolastico fino a 18 anni con un curricolo uguale per tutti.

L’uniformità imposta ai giovani(ed ai territori) è fortemente innaturale sia perchè ignora tutte le articolazioni professionali e territoriali sia perchè, sul terreno puramente cognitivo, impedisce un iter differenziato alle due (schematizzando,in realtà esistono moltissimi livelli intermedi) forme più diffuse di apprendimento: quello astratto per idee, concetti ed immagini e quello che si basa sull’esperienza pratica. C’è un buon 50% di persone che fatica ad apprendere al di fuori dall’esperienza pratica: l’uniformità della media unica ha eliminato tutte le chance che moltissimi giovani tra gli 11 ed i 14 anni avevano di scelte più vicine alle inclinazioni personali. Estesa indefinitamente questa tendenza sarebbe disastrosa. Ma anche per gli alunni più portati all’apprendimento astratto la vita scolastica si è molto appesantita ed inaridita: il ritmo della classe“ total” è necessariamente più lento, ripetitivo, noioso e l’aumento continuo delle ore di lezione diventa insopportabile.

Si sa(ma non si dice) che il puro lavoro mentale è pesante e non può superare le 3-4 ore giornaliere. L’introduzione, empirica e casuale ma massiccia e gradita, del lavoro laboratoriale nella scuola dimostra la portata di queste considerazioni che però non rientrano nei piani dei progettisti centralisti delle riforme scolastiche. Oggi secondo loro bisognerebbe studiare tutti fino a 18-20 anni, dalle 30 alle 40 ore settimanali(più i compiti a casa) e per insegnare ci vorrebbero 20-25 anni di curricolo. Il gigantismo del curricolo obbligatorio ha ridotto fortemente anche i margini di manovra della scuola privata dove le materie opzionali, il tutoraggio, il lavoro mirato alla persona e la flessibilità costituiscono il valore aggiunto tradizionale che le caratterizza.

Nel frattempo la qualità reale, quella dei docenti statali reali , precari o immessi in ruolo in regime di continua emergenza, con procedure a loro volta d’emergenza e successive sanatorie, è diventata pietosa e la voglia di studiare nei giovani è crollata verticalmente con i conseguenti problemi disciplinari e gestionali aumentati a dismisura. L’impossibile ricerca dell’uniformità totale ha generato il caos reale e la difformità totale casuale e frustrante.


Si potrà uscire dalla palude solo con il frazionamento dei curricoli e la regionalizzazione.

Un curricolo statale ridotto al minimo(12-15 ore settimanali ma attuate con vero scrupolo) e ampliato con segmenti regionali e di istituto fino a 20 ore settimanali obbligatorie, infine arricchito con ore opzionali in grado di aprire osservatori autentici sulle esigenze dei giovani e del territori, in una visione federalista che lascia ai territori l’organizzazione concreta delle scuole forse potrebbe ridare vita al sistema. Ma tutto sembra bloccato.

E mentre l’enfasi verbale circa le supreme esigenze dell’educazione si sviluppa senza sosta siamo al punto che oggi nessuno sa più..... come si fa per diventare insegnanti! Oggi solo la nascita di una forte volontà organizzatrice regionale e quindi di una forte classe politica regionale può farci sperare in un cambiamento.


Sergio Bianchini


Seguici anche su:


 
Centro studi L'Insorgente © 2012 - 2014

Insorgente.com è la versione on line de “L’Insorgente”
Registrazione Tribunale di Varese n°846
Editore e proprietario “Centro Studi L’Insorgente” C.F. e P.IVA 95056410126