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Per uno Stato europeo federale - Intervista a Gérard Dussouy
di Pascal Esseyric 12/3/2015
 
 
Per uno Stato europeo federale - Intervista a Gérard Dussouy

la rivista francese Éléments ha incontrato l’autore di Contre l’Europe de Bruxelles. Fonder un État européen (éditions Tatamis), Gérard Dussouy, professore all’Università di Bordeaux. pubblichiamo molto volentieri l’intervista piena di spunti interessanti.

In un momento in cui l’Europa sembra sulla via della pauperizzazione e dell’emarginazione geopolitica, Lei ritiene che “l’unica via d’uscita risiede nella riattivazione del progetto federalista, nella realizzazione di un vero Stato europeo”. Che cosa intende dire con queste parole?


L’Europa, in quanto attore politico, continua ad essere inesistente. L’Unione europea rimane allo stadio di un’organizzazione regionale e interstatale un po’ più integrata delle altre, in quanto dispone di un potere regolamentare comune e, per quanto concerne diciassette, e presto diciotto, dei suoi membri di una moneta unica. Ma la zona euro non è neppure quella che gli economisti chiamano una zona monetaria ottimale, a causa delle disparità economiche e sociali dei suoi membri. L’Unione europea non ha né una politica né una strategia globali, e neppure, malgrado la loro esistenza ufficiale, politiche settoriali coerenti. Perciò non può che subire le costrizioni del sistema mondiale ed è impotente a definire una linea di condotta autonoma ed adeguata ai suoi interessi, di fronte ad eventi che la riguardano molto da vicino, come la crisi ucraina. La diplomazia e la politica in generale dipendono ancora e sempre dagli Stati associati, i quali, in realtà, non controllano più niente. Ecco perché, a lungo andare e con ritmi diversi, l’emarginazione, la pauperizzazione e la perdita delle loro identità saranno le conseguenze ineluttabili che i popoli europei devono aspettarsi. Il ciclo degli Stati nazionali, apertosi con i trattati di Vestfalia del 1648, sta chiudendosi. Al suo posto si è inaugurato, dopo la scomparsa dell’Unione sovietica, un ciclo della mondialità caratterizzato, simultaneamente, dal “feudalesimo transnazionale” delle grandi compagnie finanziarie, commerciali e bancarie, ben più potenti della maggioranza degli Stati, dal dominio dei macro-Stati (Stati Uniti, Cina e altri di prossimo ingresso come l’India) e dalle lotte per l’egemonia (l’egemonia americana è in via di esaurimento ed è messa in discussione dalla Cina). In questo nuovo contesto mondiale, il rifiuto della sovranazionalità, che è la condizione necessaria affinché gli europei possano ritrovare potenza e sovranità, è redibitorio. Non ci sarà mai Europa senza uno Stato europeo. In materia di relazioni internazionali, lo Stato resta l’unico strumento politico pertinente, e l’Europa ha bisogno di un centro unico di decisione. Il vecchio impero cinese è diventato una potenza moderna solo dopo che Mao Zedong ha restaurato lo Stato cinese. Formule come quella dell’“Europa-potenza”, particolarmente vaga dal punto di vista istituzionale, sono delle scappatoie per evitare la discussione.

Cosa risponde agli argomenti dei sovranisti?


I sovranisti hanno buon gioco nel puntare l’indice contro l’impotenza dell’Unione europea, ma si limitano alla diatriba. Dimenticano che l’Unione continua ad essere soggetta alla volontà degli Stati che la compongono. Sono questi ultimi a ratificare i trattati. E lo fanno perché i loro dirigenti condividono la stessa ideologia, per esempio sul Trattato Transatlantico, che sicuramente firmeranno. Cosa che qualunque governo francese avrebbe fatto anche se l’Ue non esistesse. Per questo, il discorso sovranista è infondato nella misura in cui si basa sulla falsa idea di una cessione di potere a un’istanza fantomatica. Rimane allo stadio di discorso incantatorio e privo di argomenti, perché lo Stato nazionale al quale sono abbarbicati coloro che lo sostengono non ha più alcuna presa sulla realtà. Le cose andrebbero diversamente se i sovranisti facessero appello alla sovranità di uno Stato realmente in grado di esercitare le proprie funzioni. Come potrebbe appunto essere lo Stato europeo, dal momento che esso disporrebbe della massa critica che gli conferirebbe, nel contempo, un vero potere di negoziato internazionale e la possibilità di restaurare il potere pubblico al proprio interno. Paradossalmente, una mutazione di questo tipo dei sostenitori francesi della sovranità potrebbe fare di loro la punta di diamante della sovranità europea, giacché essi hanno più attaccamento allo Stato e meno inibizioni politiche di molti altri europei.

Il debito della Francia sta per raggiungere il livello record di 2.000 miliardi di euro, ovvero il 95% del Pil. Come si può uscire da questa logica di mercato globalizzata che pone gli Stati sotto la minaccia delle agenzie di valutazione?


L’Unione europea si è volontariamente scontrata, in questi ultimi decenni, con due sfide simultanee: l’allargamento ad Est, troppo precipitoso, e l’approfondimento ad Ovest con la creazione della zona euro, dando prova di una mancanza di discernimento quanto alla salute economica e finanziaria di taluni paesi membri (la Grecia). In entrambi i casi, le politiche di convergenza strutturale fra i partners non sono state al livello delle poste in gioco. E molti dei problemi attuali provengono da ciò. La cosa si può spiegare in due maniere. In primo luogo, l’Unione europea è stata dirottata dall’obiettivo iniziale, ovvero la comunità economica ed esclusiva degli europei, per non essere altro che una zona di libero scambio, la più ampia possibile. Il che, tenuto conto dell’accanita concorrenza internazionale che si è creata, ha alterato le solidarietà europee, dato che la Germania non poteva colmare le lacune degli uni e degli altri in ogni tempo e in ogni luogo. Inoltre alcune nazioni, come la Francia, continuano a rifiutarsi di riformare il proprio sistema sociale e amministrativo, estremamente pesante e costoso, mentre le strutture demografiche ed economiche che presiedevano al momento della sua creazione non esistono più, a causa dell’invecchiamento della popolazione, della deindustrializzazione e della precarizzazione del lavoro produttivo. Partendo da queste considerazioni, si può credere alla perennità della zona euro, se talune condizioni vengono rispettate e sebbene essa possa modificare un po’ la propria geografia. La prima condizione consiste nello sforzo che resta da fare in materia di convergenza e di competitività dei partners. La riduzione dei deficit pubblici e dell’indebitamento dello Stato è una necessità ovunque. Quanto alle esportazioni tedesche, olandesi, italiane e anche spagnole che sono in ripresa, e alle eccedenze commerciali che procurano, esse sono la prova che la competitività non è inaccessibile agli europei. Si deve essere consapevoli che il cattivo stato della Francia, mal gestita e dotata di una struttura amministrativa arcaica, non pregiudica quello dell’intera zona euro!

Più l’integrazione economica dell’Europa si approfondisce, più il rischio di divergenza tra le economie europee si accresce. In queste condizioni, che ne è dell’euro?


Perché la zona euro diventi una zona monetaria ottimale, bisogna anche che Stati come la Grecia, che ha cominciato a farlo, come l’Italia, che annuncia di volerlo fare, o come la Francia, che non fa nulla, vadano nella direzione della convergenza. Sarebbe molto più razionale federalizzare la Francia al fine di renderne più fluida l’amministrazione, sbarazzarsi della pesantezza parigina, ridurre il suo pletorico personale politico. E poi, il cedimento della Francia non metterebbe automaticamente fine alla zona euro. Certamente, la destabilizzerebbe assai più di una partenza della Grecia, perché è uno dei due principali clienti di tutti i suoi principali partners. Ma la zona euro potrebbe riaccentrarsi sull’Est dell’Europa, dall’Italia alla Lettonia, accogliendovi dei nuovi venuti. E, dal momento che le necessità geoeconomiche finiscono con il prevalere, prima o poi, sui pregiudizi ideologici, un suo riavvicinamento alla Russia non sarebbe da escludere. Tuttavia, le politiche di razionalizzazione e di aggiustamento hanno dei limiti. Soprattutto se si intende allineare questo aggiustamento sui costi di produzione dei paesi a bassi salari. Il che accade quando si fa del libero scambio con questi ultimi ed inoltre vi si trasferiscono le tecnologie. Tanto il libero scambio può rivelarsi un gioco a somma positiva quando è praticato fra partners di un livello di sviluppo sostanzialmente uguale, come è accaduto in Occidente al tempo del Gatt (fra il 1948 e il 1994), tanto la sua logica è suicida nel contesto del mercato globalizzato. Per questo, anche negli Stati europei dalle migliori prestazioni, le popolazioni (come inizia ad essere il caso in Germania) non accetteranno indefinitamente la precarizzazione del lavoro e il continuo calo dei salari e del potere di acquisto. L’omogeneizzazione della zona euro è possibile, a vantaggio di tutti, ed è indispensabile. Quanto alla ricerca della competitività, è legittima, ma nel contesto di un vero patto sociale europeo. E si torna all’Europa politica. Il problema fondamentale dell’euro è quello della sua gestione, quello dell’uso di tutte le sue potenzialità, all’interno (in quanto strumento di regolazione) e all’esterno. Se rende più care le esportazioni europee, abbassa il costo delle importazioni. Che, sia detto di passaggio, sarebbe più alto nel caso francese, e ben più pesante da sopportare, tenuto conto del deficit del commercio estero, con una moneta nazionale svalutata. Ma sul piano internazionale serve soprattutto da moneta di riserva, e non è abbastanza utilizzato come moneta di pagamento. Potrebbe esserlo, fino al punto di soppiantare il dollaro. Questa è la preoccupazione di quegli economisti americani, come Stieglitz e Krugman, che preconizzano la fine della moneta unica.

Si assiste alla trasformazione dello Stato-nazione in uno Stato-mercato multiculturale. Che posto c’è per le nazioni in uno Stato europeo?


La trasformazione dello Stato-nazione in uno Stato-mercato multiculturale dovrebbe far riflettere tutti coloro che, in Francia, respingono il principio della sovranazionalità europea (e non soltanto l’Unione europea così quale la conosciamo) in nome del passatoi glorioso della Grande Nazione. Da una parte, per effetto dell’immigrazione di massa, e l’Europa non ne è responsabile, questo paese diventa uno “Stato-mosaico” come gli altri, cioè un conglomerato di gruppi umani molteplici e vari, ciascuno dei quali ha i propri valori e le proprie regole di vita. Cosa resta della nazione franca? D’altra parte, esso si trasforma in una concessione commerciale nelle mani dei poteri finanziari che si appropriano, a poco a poco, del suo patrimonio economico e culturale. È la prova che, nel suo contesto striminzito, sia dal punto di vista dell’identità, sia sul piano della prosperità, lo Stato non è più in condizione di difendere la propria Nazione dalle derive della globalizzazione. Gli europei hanno il diritto di voler conservare le proprie differenze e di difendere le loro identità ancestrali. Hanno il diritto di rifiutare che le une e le altre siano dissolte all’interno di comunità allogene che non devono far altro che attendere che la legge del numero giochi a loro favore. Così come è legittimo che i popoli europei intendano rimanere padroni delle decisioni economiche che li riguardano. Ma è solo riunendosi all’interno dell’imperium europeo che le nazioni conserveranno una possibilità di soddisfare tali aspirazioni. Di conseguenza, per compiere questo passo politico, bisogna ammettere che si debbono dissociare lo Stato e la Nazione e si deve concepire, sulla falsariga di quel che accadeva a Roma, l’esistenza di un popolo europeo composto di varie nazioni, sapendo che, presso i Romani, il populus (popolo) designava la comunità politica e la natio (nazione) il gruppo etnico. Questa è anche la migliore maniera di tenere in conto tutta la diversità culturale e linguistica degli europei, concependo lo Stato sotto forma di una repubblica federale.

Lo Stato europeo che Lei invoca con tanta convinzione è possibile nelle attuali circostanze?


Lo Stato europeo non è all’ordine del giorno. Purtroppo è più probabile che, nei decenni che verranno, si assisterà a un deperimento delle nazioni europee annegate sotto i flussi finanziari, commerciali e demografici mondiali e a un’emarginazione degli Stati europei sulla scena mondiale. La dipendenza nazionale, la polarizzazione sociale, la pauperizzazione del maggior numero, l’insicurezza individuale ne saranno le conseguenze inevitabili. Lo scenario è tanto più temibile in quanto l’Europa in via di invecchiamento appare rassegnata (è la legge dell’età) e inibita dalla sua ideologia universalista e teleologica (la sua fede nell’avvento di una società mondiale sviluppata, omogeneizzata e pacificata). Per non disperare, bisogna sapere anche che ogni Stato si costruisce contro le avversità. Le prospettive della crisi europea che si vanno precisando potranno generare una presa di coscienza europea e l’emersione di un nazionalismo europeo costruttivo ed unificante. In questa direzione si può forse scommettere sulla “legge di interferenza storica” di Wilhelm Röpke, secondo la quale la storia sembra compiersi sempre in due fasi, quella della “incubazione interiore e spirituale” e quella della “realizzazione esteriore e materiale”. Il che lascerebbe supporre che, malgrado le apparenze, quelle delle società europee sempre più anomiche e degradate, questa presa di coscienza si produca negli strati profondi delle popolazioni, a volte sotto la copertura dei “populismi” dei vari orizzonti, che usano espressioni regolarmente inopportune, troppo spesso xenofobe, e hanno orientamenti politici sfalsati o incoerenti, ma che sono sempre rettificabili e emendabili. In questa ipotesi, è opportuno che gli europei più convinti della necessità dell’imperium europeo agiscano e comunichino per favorire una cristallizzazione massiccia, ancora improbabile, delle coscienze unificanti e delle volontà politiche in tutti i paesi del vecchio continente. Per arrivare a questo, essi devono europeizzare i dibattiti su poste in gioco che sono, già e di fatto, comuni. Devono operare per il progetto di uno Stato europeo che sia uno Stato etico, cioè garante della sopravvivenza delle nazioni culturali, della libertà e della prosperità dei popoli europei. Uno Stato è anche l’idea che ci se ne fa; al di là di ogni ideologia, è il servizio del bene comune. La perpetuazione della sua civiltà è la sua ragion d’essere, la forza centripeta magistrale della repubblica europea. Gli europei hanno bisogno di un nuovo quadro politico. Non si sormonterà il declino con concetti e strumenti obsoleti. L’obiettivo non deve essere abolire l’Unione europea, bensì prendere il potere a Bruxelles, e altrove in Europa, per bloccare tutte le derive attuali e restituire un senso alla comunità europea. A questo fine, sarebbe stato auspicabile che uno degli Stati nazionali potesse inscriversi nella storia come capofila di questo “nazionalismo europeo”. Ma è difficile, oggi, vedere quale di essi sia suscettibile di adempiere a una simile missione. In assenza di uno Stato di questo genere, federatore di tutti gli altri, questo ruolo storico incombe con ogni evidenza agli stessi cittadini europei. A costoro resta il compito di organizzarsi sul piano sovranazionale in vista delle prove decisive.


intervista a cura di Pascal Esseyric
http://www.revue-elements.com


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