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La moneta e la sua funzione
di Stefano Taddei 12/2/2015
 
 
La moneta e la sua funzione

Quando le monete erano di metallo prezioso, la quantità/purezza di oro, argento o rame che incorporavano ne determinavano il valore. Ogni volta che si è considerato una merce un simbolo monetario, il suo valore è aumentato enormemente (vedi i diamanti). Taluni utilizzavano anche granturco, tabacco, cacao o riso e questi assumevano valori decisamente più elevati rispetto a chi tali merci le consideravano solo per il valore nutritivo o commerciale che trasferivano. Il valore è una dimensione dello spirito: esprime un rapporto tra necessità, una previsione di necessità, una autodeterminazione di soddisfazione. Il valore della moneta non lo attribuisce chi la stampa o la emette ma chi l’accetta in pagamento.

Quando si parla di CORSO LEGALE si indica l’obbligo di accettare il pagamento delle compravendite in biglietti emessi da alcune Banche. Questi biglietti, però, potevano essere convertiti in moneta metallica (31 lire per 9 grammi oro fino). Con la Legge n. 449 del 10 agosto 1893 nasce la Banca d’Italia (fusione tra Banca nazionale del Regno, Banca Nazionale Toscana e Banca Toscana di credito). Questa è un soggetto privato autorizzato, insieme a Banco di Napoli e Banco di Sicilia ad emettere biglietti aventi corso legale, con obbligo di RISERVA pari al 40% in metallo. Il Regio decreto 50 del 21 febbraio 1894 ne cessò la convertibilità. La lira acquisiva corso forzoso: doveva essere accettata nel Regno per il pagamento delle obbligazioni e negli scambi commerciali ma non poteva più essere convertita in metallo. Rimaneva, però, l’obbligo della riserva da parte delle banche emittenti. I Paesi che non avevano la convertibilità non erano molto apprezzati sullo scenario internazionale proprio perché ai loro mezzi di pagamento non veniva attribuito granché valore. “La nostra lira, che rappresenta il simbolo della Nazione, il segno della nostra ricchezza, il frutto delle nostre fatiche, dei nostri sforzi, dei nostri sacrifici, delle nostre lacrime, del nostro sangue, va difesa e sarà difesa”. (Mussolini, Pesaro, 18 agosto 1926). Da questo discorso nascerà la famosa “quota 90” ovvero l’impegno a mantenere stabile il cambio della lira contro la sterlina, appunto a 90 lire. Il 21 dicembre 1927 il Regio decreto Legge n. 2325 decreterà la cessazione del corso forzoso e convertibilità in oro dei biglietti della Banca d’Italia. Si ripristina il Gold Standard, tanto che l’articolo 4 recita: “la Banca d’Italia è obbligata a tenere una riserva in oro o in divise su paesi esteri nei quali abbia vigore la convertibilità dei biglietti di banca in oro, non inferiore al 40 per cento dell’ammontare dei suoi biglietti in circolazione e di ogni altro suo impegno a vista. I biglietti emessi dalla Banca d’Italia sono garantiti, oltre che dalla riserva aurea o equiparata, da ogni altra attività dell’Istituto, conformemente alle esistenti disposizioni legislative. La convertibilità durerà fino al 1931 dopodiché si ritorna al regime forzoso. Con l’Accordo di BRETTON WOOD del 1944, al Gold Standard si affiancherà un Exchange (Gold Standard Exchange) poiché si costituirà un Fondo con conferimento di oro e valute nazionali eccedenti. Tutte le monete erano convertibili in dollari, ma solo il dollaro era convertibile in oro. In altre parole, si era creata una sorta di riserva aurea indiretta ma il 15 agosto 1971, il Presidente USA Nixon annunciava a Camp David, con decisione unilaterale, di sospendere la convertibilità del dollaro in oro. Da allora i paesi continuano a stampare moneta cartacea non necessariamente ancorata ad una riserva aurea, per cui la moneta diventa un valore unicamente virtuale, ancorato all’andamento economico del Paese emittente (una sorta di frazione del patrimonio della Nazione). Fino all’avvento dell’euro le banconote in lire italiane riportavano la dicitura “PAGABILI A VISTA AL PORTATORE” anche se, qualora qualcuno le avesse portate alla Banca d’Italia questa avrebbe dato in pagamento altre banconote. L’impegno formalmente esiste ma non sussiste. Con l’euro si è fatto chiarezza. Sulle banconote ci sono le sigle BCE, ECD,EZB,EKT,EKP, l’importo EURO … , e la firma Mario Draghi. La moneta è il segno della nostra ricchezza. L’euro banconota è la rappresentazione grafica di questa dichiarazione: il valore è dato dalla ricchezza delle Nazioni che lo adottano e che viene riconosciuto da chi le accetta in pagamento, fuori dei confini dei Paesi aderenti alla Convenzione legale. Il rapporto di cambio è la rappresentazione di tale valore attribuito. L’Euro non è un debito della BCE, non è un debito dell’Unione europea non è un debito della Repubblica italiana: è una convenzione legale. Non è una parte del Patrimonio europeo ma il suo valore dipende dalla valutazione dei singoli patrimoni nazionali (il debito pubblico lo influenza pesantemente, il PIL, la disoccupazione, la turbolenza sociale). La moneta-azione figurativa è anche il volano dell’economia reale. La finanza è la disciplina che riguarda il denaro e quindi la moneta. La finanza è parte dell’economia in generale ma ne rappresenta anche il suo motore. Il baratto (merce contro merce) non ha bisogno della moneta ma è molto limitativo allo sviluppo degli scambi. La banca rappresentava il soggetto che allocava il denaro di chi risparmiava verso coloro che lo impiegavano per accrescere la ricchezza. Fanno ancora questo lavoro le banche che vendono polizze, titoli, derivati, biglietti del teatro o altro ? Il debito pubblico serviva anche per dare contributi diretti all’economia ma soprattutto in Italia ha alimentato una rete di malaffare, corruzione, speculazione, peculato. Ora il contributo pubblico (più di firma di garanzia che di erogazione per cassa) viene intermediato dalle Banche che sono organismi che hanno come stella cometa “il valore per l’azionista” (dividendi, quotazioni di borsa) e che preferiscono distribuire utili anziché patrimonializzarsi. Un orizzonte troppo breve e limitato per una prospettiva economica di lungo periodo. Per questo le banche commerciali non sono più adatte alla valutazione del merito di credito o alla tenuta della “contabilità sociale”, come diceva Schumpeter.

Dare liquidità al Sistema stampando moneta (il famoso quantitative easing) può essere un palliativo momentaneo ma se questa moneta non arriva all’economia reale (alla produzione) e riaccende la filiera economica generatrice di lavoro e ricchezza, senza arenarsi in piccoli consumi (vedi i famosi 80 euro di Renzi, buoni ma non strategici) non fa altro che aumentare un debito pubblico improduttivo e svalutare la moneta stessa (rapporto azione/patrimonio).

Come farla arrivare? Riappropriandosi di quella capacità di valutazione ed analisi prospettica che avevano ed hanno i mediocrediti o le banche specializzate o le banche di derivazione pubblica (tipo le Sparkassen tedesche) che finanziano operazioni imprenditoriali sedendo esse stesse nei consigli di amministrazione o di sorveglianza, facendoci sedere congiuntamente anche le rappresentanze dei lavoratori e di tutti coloro che hanno interesse alle buone sorti dell’azienda (skateholders) e che anche nei momenti di difficoltà non tolgono il sostegno (chiudono l’ombrello quando piove) ma cercano di individuarne le cause e rimuoverle senza andare subito ad accanirsi sui beni immobiliari dell’azienda o del fidejussore. Banche che il valore dell’azionista lo misurano in almeno 5 anni e non in trimestri e che non hanno l’incubo giornaliero dei rating dei crediti deteriorati (incagli e sofferenze) per qualche sconfinamento. Un sistema imprenditoriale che non cerchi solo di fare cassa (e tante volte fuggire!) ma fare impresa, costruendo posti di lavoro e ricchezza collettiva.

Stampare moneta non deve essere l’illusione della ricchezza. Proprio per questa sua delicata funzione il governo della moneta (che sia la lira, l’euro o la pizza de fango del Camerun, come recitava un programma satirico di qualche anno fà) è sempre rimasta fuori dalla giurisdizione dei Governi (monarchie o repubbliche che fossero). Ed è bene che ci rimanga!


Stefano TADDEI


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