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Il deficit culturale della classe politica
di Francesco Lamendola 12/2/2015
 
 
Il deficit culturale della classe politica

Uno degli aspetti più importanti, ma probabilmente più trascurati, della profonda crisi della società italiana ed europea che stiamo attraversando – cristi i cui la recessione economica e il dilagare della disoccupazione sono solo l’aspetto terminale e più appariscente, ma che parte da lontano ed investe altri aspetti, meno vistosi, a cominciare dalla famiglia, dalla scuola e dalla stessa etica e competenza professionali – è riconducibile, a nostro avviso, a un drastico e, per certi versi, drammatico deficit di cultura da parte della nostra classe dirigente, specificamente della classe politica. La classe politica italiana ed europea è stata capace di esprimere, almeno fino alla prima metà degli anni ’70 del Novecento, uomini di notevole levatura culturale, intellettuale e, in certi casi, anche spirituale: uomini che hanno onorato i rispettivi Paesi e che hanno profuso nel loro impegno un grado di passione, disinteresse e competenza quali mai più sono stati mantenuti o anche solo conservati dalle generazioni successive. E ciò sia detto indipendentemente dal giudizio strettamente politico che si voglia dare di quella classe. Ora, non si può non essere pungolati dall’interrogativo circa le ragioni che hanno determinato il divario fra la classe dirigente europea, e italiana in specie, negli anni fra il 1945 e il 1975, e la classe dirigente degli anni successivi. Trovare una risposta soddisfacente a una simile domanda, infatti, equivale a trovare una preziosa indicazione circa la strada da battere se si vuole uscire dalla presente situazione di stallo: una situazione nella quale la classe dirigente odierna sembra assolutamente incapace di traghettare i popoli europei oltre la crisi che ci attanaglia e oltre lo scoraggiamento che ci pervade come un cancro silenzioso, ma micidiale. Si potrebbe pensare che abbiamo idealizzato la classe politica antecedente al 1975. Tuttavia, lo ripetiamo, non abbiamo inteso dare un giudizio strettamente politico, bensì valutare il suo grado complessivo di preparazione culturale, di apertura intellettuale, di senso etico e specialmente di senso dello Stato e del pubblico bene. Inoltre ci riferiamo non a tutti i politici, ma, in modo particolare, a quei politici che provenivano dall’area culturale e spirituale cattolica. I comunisti e i socialisti avevano anch’essi, personalmente, un discreto livello di preparazione culturale e di serietà e onestà professionale: non erano uomini, per intenderci, che andassero a caccia di privilegi, ma uomini che credevano in quel che facevano, anzi, che avevano fatto della politica la loro passione e il loro ideale. Tali caratteristiche, però, non bastano per fare un buon politico: ne manca ancora una, essenziale: il senso di umanità, nel significato più profondo del termine; la capacità di giungere a compromessi, ma nel senso migliore del termine, vale a dire non compromessi con la propria coscienza, ma compromessi necessari per giungere a un ragionevole accordo con la controparte, nell’interesse generale; la capacità di vedere negli uomini non solo quel che sono, ma anche quel che potrebbero essere, se considerati come qualcosa di più che degli atomi disordinati da gestire, da governare, bensì delle persone, dei soggetti spirituali dotati di anima, che aspirano al bene, se il bene viene mostrato loro e se vien dato loro il buon esempio; la capacità di comprendere gli errori altrui, di perdonarli, di accettare i limiti della natura umana, ma senza troppa indulgenza, senza facili scusanti, bensì puntando sempre in alto; infine, la capacità di pensare la politica senza rancore, senza desiderio di vendetta, ma cercando la giustizia e il bene comune, il che esclude automaticamente la lotta di classe, che si basa sulla generalizzazione e sulla stigmatizzazione di un nemico impersonale che va odiato e distrutto. E ora spendiamo due parole sulla classe politica italiana. Specialmente a partire dagli anni ’60, avvicinandosi al fatidico 1968 e, poi, dopo di esso, in misura sempre maggiore, è venuto di moda irridere quella classe politica di area cattolica, rinfacciare ad essa la sua contiguità, o la sua supposta sottomissione, alle gerarchie clericali, nonché la sua pretesa ipocrisia, il suo perbenismo, il suo conservatorismo: è diventata il bersaglio ideale per quei giovani e meno giovani e specialmente per quei sedicenti intellettuali e cattivi maestri, che sintetizzavano nella parola “borghese” tutto ciò che è moralmente e politicamente deforme, esecrabile, ripugnante. Dunque, essi rappresentavano la politica borghese, il mondo borghese, i valori borghesi; e poiché quella politica, quel mondo, quei valori, erano – inutile prendersi la briga di dimostrarlo, la cosa era fin troppo evidente – la quintessenza di ciò che è marcio, deforme, repellente, allora anche quegli uomini politici erano agenti del marciume morale, dell’ipocrisia, del gesuitismo. Sta di fatto che uomini così, poi, siamo stati costretti a rimpiangerli: anche coloro che, in politica, avevano idee di tutt’altro genere, se intellettualmente onesti, sono stati costretti a riconoscerlo, magari a denti stretti. A partire dalla metà degli anni ’70 – in coincidenza con l’avvento delle televisioni commerciali: ma forse non è stata affatto una coincidenza – la politica ha incominciato a corrompersi, a divenire un affare, una carriera, una poltrona da conquistare, un obiettivo da raggiungere a suon di promesse demagogiche, senza rispetto per la verità, senza preoccuparsi dei conti dello Stato da tenere in ordine, anzi, accumulando sempre più debito pubblico, sempre più sprechi nella pubblica amministrazione, sempre più facili ricorsi alla scala mobile e ad altri ammortizzatori sociali, invece di mobilitare ogni risorsa per rendere l’economia più produttiva, più competitiva, più efficiente e la macch8ina dello Stato più leggera, più trasparente, più seria. Sono stati gli anni dello sperpero, dei privilegi consolidati, delle corporazioni e delle caste protette, le piccole e le grandi; gli anni del sindacato onnipotente e sempre più sfrenatamente demagogico, ma attardato su posizioni culturali preistoriche, non preoccupato di creare nuovi posti di lavoro, ma unicamente di difendere quelli esistenti, anzi, per la precisione, quelli degli iscritti ai sindacati stessi.

Sono stati, anche, gli anni della politica come spettacolo, come talk-show, come racconto affabulatorio, come teleromanzo, come pubblicità; gli anni di Milano da bere, di Craxi, di De Mita, e di Berlusconi imprenditore, palazzinaro e monopolista televisivo, che incretiniva milioni di telespettatori con i programmi più stupidi e volgari, ogni mese, ogni anno un poco più stupidi e volgari, fino a che stupidità e volgarità sono entrate in tutte le case, hanno fermentato in tutte le teste, specialmente dei giovani e degli adolescenti, hanno acceso tutte le brame più superficiali e più consumistiche, hanno spento tutte le intelligenze, tutto il senso critico accumulato e capitalizzato dagli Italiani in tre decenni di politica sostanzialmente virtuosa e di cultura con la “c” maiuscola, quando – fino, appunto, all’8inizio degli anni ’70 – anche la televisione di Stato, pur tanto insultata e sbeffeggiata dai vari Moravia e Pasolini, era pur sempre un ottimo veicolo di cultura, di teatro, di cinema, di documentari, di sceneggiati a soggetto storico e letterario, di programmi educativi intelligenti e modesti, come quelli del maestro Manzi, di programmi per bambini che univano la fantasia alla delicatezza. Fino ai primi anni ’70 la famiglia, la chiesa, la scuola, l’università, la televisione, ciascuna a suo modo e nelle sue finalità e prospettive, hanno fatto cultura, e lo hanno fatto in maniera, nel complesso, più che dignitosa: poi è arrivato il diluvio, sono cominciati i divorzi facili, le messe beat, il sei politico, la lunga marcia di Mao come materia di studio, i cartoni animati giapponesi a base di mostri spaziali, i giochi elettronici al posto delle bambole, dei trenini e dei soldatini: e Berlusconi è sceso in campo, raccogliendo quel che aveva seminato, raccogliendo i facili successi a colpi di spot, di promesse mirabolanti, di illusionismo mediatico., mandando anche in parlamento un gruppo di maggiorate, di bellone e di rifatte per completare l’operazione pubblicitaria, la totale riduzione della politica a spettacolo – e spettacolo d’infima qualità, perfino al disotto del Varietà popolare degli anni d’anteguerra. La politica si è involgarita, è diventata un assalto alle poltrone, un esercizio di faccia tosta, uno sfoggio d’arroganza, senza nemmeno più prendersi il disturbo di fingere; il “buon” politico è diventato il beniamino di qualche sponsor potente, che mette a sua disposizione grandi mezzi finanziari per la campagna elettorale, quello che porta in dote alla sua parte politica un bel mucchietto di voti, comunque ottenuti, non importa come, non importa se sospetti, o addirittura in odor di mafia e di camorra; quello che è fotogenico, brillante, che possiede una parlantina sciolta da telepredicatore, che è amico dei giornalisti televisivi e viene invitato un giorno sì e un giorno no presso qualche studio televisivo per fare il suo bravo spot, in pro di se stesso e, naturalmente, del suo partito; quello, infine, che possiede quattro dita di pelo sullo stomaco, che se ne frega totalmente del servizio ai cittadini e pensa solo in termini di convenienza personale, che riceve le case in affitto a prezzo stracciato e non lo sa nemmeno, che appena eletto sindaco vuole l’auto milionaria di rappresentanza, che appena nominato sottosegretario comincia a usare l’aereo privato per andare a giocare a golf, che è amico dei banchieri e che si fa offre le vacanze ai caraibi, perché, poverino, è tanto stanco, lavora tanto e, insomma, avrà lui pure diritto a un po’ di relax, che diamine, basta coi moralismi e crepi l’avarizia, specialmente se il denaro che si maneggia non è di chi lo spende, ma di qualcun altro.

Insomma, la politica oggi è diventata una porcilaia, una fogna, nella quale bisogna essere ratti o pantegane per sguazzare senza provare imbarazzo o un po’ di schifo; ed è diventata tale perché il pubblico, cioè, volevamo dire i cittadini elettori, si sono rimbambiti a forza di televisione e consumismo, hanno perso il rispetto di se stessi e il senso della realtà, accettano tutto purché suoni gradito ai loro orecchi, purché non disturbi i loro sogni voluttuosi, purché non abbia lo sgradevole sapore di un risveglio che li costringerebbe a misurare tutta la bassezza in cui sono sprofondati e tutta la putredine – questa volta sì, non quella, inventata dagli pseudo-intellettuali del ’68, e a torto attribuita ai vecchi politici cattolici; e, forse, li indurrebbe a riscuotersi, a reagire, a fare qualcosa, per esempio a mandare a casa almeno i ladri più sfrontati e matricolati e ad eleggere in Parlamento, una volta tanto, qualche persona perbene, qualche uomo o donna che siano onesti e competenti, e che non si limitino a sembrarlo. C’è una cosa da aggiungere. La politica italiana è stata una cosa abbastanza seria fino a che in essa ci sono stati i cattolici, ma ha incominciato a non esserlo più quando a fare politica hanno cominciato ad essere i preti. Quando i preti di sinistra hanno scoperto che il Concilio Vaticano II, a loro dire, ha riaperto il vero senso del Vangelo e le porte del Paradiso, prima serrate dinanzi a tanta ipocrisia e a tanto fariseismo, si è verificato l’osceno connubio fra l’ala “progressista” del mondo cattolico, clero in testa (non tutto, si capisce) e i cascami del comunismo sconfitto, sbugiardato e svergognato, i quali, però, mai hanno saputo fare l’esame di coscienza, mai hanno osato tirare le conclusioni della caduta del Muro di Berlino, anzi, più arroganti che mai, si sono imbrancati con il clero di sinistra, ed esso con loro, in nome di una improbabile e blasfema riedizione del Vangelo in salsa marxista: pronuba la teologia della liberazione e testimoni di nozze tutti quegli intellettuali disonesti e falliti e tutti quei politici mezzi smobilitati e quasi disoccupati, che il crollo mondiale del comunismo aveva rischiato di lasciare nudi come vermi: gente, fra parentesi, che non ha mai lavorato in vita sua, ha solo fatto politica, ma far politica dopo il 1975, come abbiamo visto, non era più un servizio e nemmeno un semplice lavoro, era proprio dare l’assalto alla diligenza e saccheggiare le borse degli inermi Italioti.

La conclusione di tutto ciò è stata che, al giorno d’oggi, in due soli luoghi dell’Orbe terracqueo non ci si è accorti che il comunismo è crollato e che Marx aveva torto su tutta la linea: la Corea del Nord e certi ambienti della Chiesa cattolica, Curia compresa. Leggere certi giornali “cattolici” è come tornare indietro nel tempo, rispetto alle lancette della storia. Incredibile ma vero, la Chiesa e il mondo cattolico sono ancora pieni d’individui i quali pensano, come lo pensava Pasolini, che marxismo e Cristianesimo siano perfettamente compatibili e che i cattolici devono riprendere in mano la bandiera che ai comunisti è sfuggita di mano, per una qualche misteriosa ed inspiegabile incongruenza della storia, e marciare trionfalmente verso il paradiso in terra che essi sono in procinto d’instaurare, con immenso giubilo dell’umanità (e senza troppo preoccuparsi delle migliaia e centinaia di migliaia di cristiani che muoiono ammazzati nel mondo, ogni anno, perché le loro priorità sono ben altre: dal sacerdozio femminile ai matrimoni gay in chiesa). Ancora una volta, assistiamo a un deficit culturale: quei signori non sanno nulla della storia e della filosofia moderne...


Francesco Lamendola


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