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Chi uccise Mussolini e Claretta: ecco la verità che la sinistra non ha mai voluto ammettere
di Luciano Garibaldi 12/2/2015
 
 
Chi uccise Mussolini e Claretta: ecco la verità che la sinistra non ha mai voluto ammettere

Una clamorosa – e definitiva – conferma alla tesi che porto avanti da vent’anni sulla fine di Mussolini, è giunta, a 70 anni dai fatti, dalla pubblicazione del memoriale di Vanni Teodorani (1916-1964), decisa dai figli Anna e Pio Luigi. La parte fino ad oggi inedita del diario di Teodorani (che era nipote d’acquisto di Mussolini e suo stretto collaboratore durante tutto il periodo della RSI, e riuscì per molti mesi a rendersi irreperibile ai partigiani comunisti assetati di sangue) riguarda il piano studiato dai servizi segreti americani per sottrarre il Duce alla vendetta partigiana e portarlo in salvo in una base segreta in Sardegna. Ma – come racconta Vanni Teodorani nel suo prezioso «Quaderno 1945/46» - il piano, studiato da elementi dell’OSS (Office of Strategic Services) americani, dai servizi segreti dell’Italia del Sud e, appunto, da un piccolo gruppo di fedelissimi del Duce, fu fatto fallire dai ben più abili inglesi dell’Intelligence Service, che avevano avuto l’ordine da Churchill di eliminare sia Mussolini sia Claretta Petacci.

Sulla fine del Duce e della sua amante, iniziai a indagare nel 1994 con una serie di servizi giornalistici per il quotidiano “La Notte” e il settimanale “Noi” della Mondadori, che ebbero risonanza internazionale. Poco tempo dopo, il grande storico Renzo De Felice dichiarò, nel libro-intervista scritto con Pasquale Chessa, che la “vulgata” era falsa e che il capo del fascismo era stato ucciso per ordine di Churchill. Dopo qualche anno, arrivarono i libri. Nell’agosto 2002 pubblicai, con la Ares, «La pista inglese. Chi uccise Mussolini e la Petacci?». Due anni dopo, pubblicai, con l’editore Enigma Books di New York, «Mussolini: the secrets of his death». Un capitolo era intitolato: «Così gli inglesi giocarono gli americani». Pochi mesi dopo, Peter Tompkins realizzò il documentario televisivo in tre puntate per Rai Tre intitolato: «Mussolini: l’ultima verità». Tompkins – giornalista americano che nel ’45, appena ventiquattrenne, era stato ai vertici dell’OSS a Roma – sposava in pieno la mia tesi e accreditava il racconto di Bruno Giovanni Lonati, l’ex partigiano garibaldino che era stato “ingaggiato”, con i suoi uomini, dagli inglesi dell’Intelligence per portare a termine la missione. L’ultimo mio lavoro per costruire finalmente la verità su quell’evento, è stato «Perché uccisero Mussolini e Claretta? La verità negli archivi del PCI», scritto assieme al compianto senatore Franco Servello e pubblicato da Rubbettino.

Ricordo che «La pista inglese» fu accolto con grande interesse dai lettori (tre edizioni in pochi mesi) e da quei mass media non più asserviti alla pseudocultura filocomunista che da oltre mezzo secolo domina il mondo dell'editoria italiana (cartacea, radiofonica, televisiva e informatica, quest’ultima un po’ meno). La mia indagine era il frutto di otto anni di ricerche. Prendeva l'avvio da un famoso documento: il fonogramma inviato il 27 aprile 1945 dal CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia) al comando del Gruppo d'Armate alleato che, alla notizia dell'avvenuto arresto a Dongo, aveva richiesto la immediata consegna di Mussolini, in attuazione delle clausole dell'armistizio. La risposta fu una menzogna: «Non possiamo consegnarvi Mussolini perché è stato fucilato in piazzale Loreto, nello stesso punto dove erano stati assassinati i nostri compagni».

Non era vero. Mussolini, in quel momento, era ancora prigioniero a Dongo. Ma il fonogramma dimostrava che i capi della Resistenza avevano deciso di portare Mussolini a Milano e fucilarlo in piazzale Loreto, dinnanzi al popolo, con una solenne esecuzione capitale sul tipo della decapitazione di Luigi XVI. Assieme a Mussolini, avrebbero dovuto essere «giustiziati» altri quindici esponenti fascisti: tanti quanti erano stati i partigiani fucilati per una rappresaglia a piazzale Loreto nell'agosto precedente.

Perché tale proposito non fu realizzato? Che cosa intervenne a mandarlo a monte? Intervenne la inattesa scoperta, fatta dal «colonnello Valerio» inviato da Milano a Dongo, che qualcuno lo aveva preceduto e aveva ucciso, nella mattinata del 28 aprile, Mussolini e Claretta Petacci. A questo punto, occorreva modificare il programma e portare a piazzale Loreto non i 15 «fucilandi» più il loro capo, ma sedici cadaveri. Modifica che fu realizzata con le fucilazioni del pomeriggio del 28 aprile sul lungolago a Dongo.

E qui il secondo colpo di scena: l'uccisione della Petacci non era stata programmata da nessuno. Non era prevista, né voluta. Addirittura il suo nome non era compreso nella lista dei prigionieri consegnata dal comandante partigiano «Pedro» al «colonnello Valerio». Ma il «colonnello Valerio», nello spuntare i nomi della lista, disse, anzi esclamò, come testimoniato da tutti i presenti: «Mussolini: a morte! Clara Petacci: a morte!». Perché? Perché, al pari del Duce, l'aveva trovata cadavere quella mattina, ma soprattutto perché «doveva» assumersi l'onere di una uccisione del cui carico i suoi veri artefici - i servizi britannici - preferivano liberarsi.

Ma quale fu il vero movente che spinse gli uomini di Churchill a neutralizzare Mussolini e la sua amante? Il timore che i due, interrogati dai giornalisti americani (gli unici veramente liberi e più interessati agli “scoop” che agli ordini dall’alto), rivelassero i contatti esistiti fino all'ultimo tra Mussolini e Churchill e aventi lo scopo di spingere Hitler a cessare la resistenza in Occidente per volgersi unicamente contro l'Armata Rossa.

Su questo tema specifico, raccolsi per la prima volta le moltissime testimonianze, per decenni in pratica ignorate, sui contatti segreti tra Mussolini e gli inglesi. Testimonianze che portano le firme di Dino Campini, segretario del ministro Biggini, Sergio Nesi, ufficiale della Decima Mas, Pietro Carradori, attendente di Mussolini, Filippo Anfuso, ambasciatore della RSI a Berlino, Ermanno Amicucci, direttore del «Corriere della Sera», Alfredo Cucco, sottosegretario alla Cultura Popolare, Ruggero Bonomi, sottosegretario all'Aeronautica, Edmondo Cione, fondatore del Raggruppamento Repubblicano Socialista, Nino D'Aroma, direttore dell'Istituto Luce, Georg Zachariae, medico tedesco del Duce, Drew Pearson, giornalista americano, Umberto Alberici, notaio in Milano.

Personaggi come Quinto Navarra, commesso di Mussolini, Raffaele La Greca, cassiere capo della polizia di Salò, Pietro Carradori, attendente del Duce, e Urbano Lazzaro, il partigiano «Bill» che aveva catturato Mussolini travestito da tedesco, furono sempre concordi nell'affermare che il cosiddetto «oro di Dongo», rinvenuto dai partigiani nella «colonna Mussolini» e incamerato dal PCI, non era il «tesoro di Stato» della RSI, ma era composto dai valori confiscati alle famiglie degli ebrei arrestati e rinchiusi nei campi in seguito alle leggi razziali. Valori che Mussolini intendeva consegnare agli americani, dopo la resa in Valtellina, affinché fossero restituiti ai superstiti e a dimostrazione del fatto che quelle confische non erano state fatte per arricchire la RSI a danno dei perseguitati, ma erano state un pesante obbligo derivante dall'alleanza con il Terzo Reich. Come tutti sanno, invece, quelle ricchezze finirono nelle casse del PCI. Consapevole della loro provenienza? Se esistesse ancora, il PCI lo negherebbe con sdegno, ovviamente.

La mia ricerca fu arricchita dal cosciente e coraggioso sostegno fornitomi da Massimo Caprara, per vent'anni segretario di Togliatti fin dal 1944 e in seguito grande pentito del comunismo, che, in un memoriale scritto appositamente per il mio «La pista inglese», rivelò come la «versione Audisio» (ossia l'uccisione di Mussolini e di Claretta Petacci nel pomeriggio del 28 aprile davanti al cancello di Villa Belmonte) fosse stata «un falso deliberato», ma soprattutto raccontò gli assolutamente inediti incontri dell'immediato dopoguerra tra Togliatti, allora massimo esponente occidentale del comunismo sovietico, e Churchill, che, dopo il discorso di Fulton (durante il quale aveva coniato il termine «cortina di ferro»), era divenuto il nemico numero uno della Russia di Stalin. Incontri a dir poco inimmaginabili, che lasciano intuire una scelta segreta del capo comunista italiano a favore dell'Occidente ben prima di quella ufficiale e ormai «storica» di Enrico Berlinguer. Togliatti infatti ben sapeva che cosa sarebbe accaduto - innanzitutto alla dirigenza del partito - se l'Italia fosse caduta nelle grinfie di Stalin: gulag per tutti, a cominciare dai capi del PCI.

Massimo Caprara, giornalista, storico, segretario, in quegli anni, di Palmiro Togliatti, ha testimoniato, nei suoi articoli e nei suoi libri, il grande tabù che per il Partito rappresentò sempre il «tesoro di Dongo». Ha ricordato come Togliatti, in una intervista a «l'Unità» poi acquisita dal tribunale di Padova durante l'inutile processo, avesse dichiarato: «È un'invenzione la circostanza che la colonna di Mussolini fosse carica di valuta italiana e straniera». E ha rivelato che quei beni razziati sulla strada tra Musso e Dongo, fatti portare nel Comune di Dongo dal «capitano Neri» e scrupolosamente catalogati dalla «Gianna», finirono tutti nelle casse del Partito. Da dove, poi, un esperto avvocato provvide a riciclare il tutto in Svizzera.


Luciano Garibaldi


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