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Comunicazione & Politica
di Benedetta Baiocchi 4/12/2014
 
 
Comunicazione & Politica

Oggi la buona politica passa solo attraverso una buona comunicazione. Non bastano i social newtwork, alla fine sia twitter che facebook vendono un prodotto, lanciano un messaggio, creano un personaggio attraverso una squadra che lavora, a pagamento. Non esistono i miracoli, nella comunicazione. Esiste la professione. Casaleggio non mi sta particolarmente simpatico, tuttavia ha ragione quando dice che i giornali, o almeno buona parte di essi, di carta, sono un oggetto in via di estinzione. Vivono perché lo Stato con i sussidi all'editoria, li ha mantenuti in vita. Scusate, pensate, su un altro fronte, alla Fiat, allo Stato che con gli ammortizzatori sociali, ha pagato al posto delle imprese.... Accade tutti i giorni. E' vero, e lo Stato ha aiutato anche quelli che, come Corriere o Sole24 Ore, quotati in Borsa, di contributi proprio potevano farne a meno. O no? Sconti per le spedizioni, sconti sulla carta... insomma, tutto meno che un libero mercato. Ma quando un mercato è in mano ai grandi potentati della comunicazione, non è un peccato che il sostegno per far argine ai prepotenti, arrivi anche alle piccole imprese che fanno comunicazione controcorrente. Ma occorre trovare imprenditori o cordate che credano nell'impresa.
Oggi, l'informazione è infatti in mano a chi ha più soldi o a chi, in alternativa, vuole investire nella comunicazione, credendo sia un fatto di civiltà e di controllo su chi detiene il potere, per dare voce a chi non ha voce. Ma una delle ragioni per cui questo mestiere è in via d'estinzione, non è solo la crisi, non è solo la tecnologia, ma è l'idea che si ha di questo mestiere: si guarda con benevolenza ad una professione, basta una mancetta. Un bene immateriale come il pensiero non deve costare nulla.
Si pensa cioè che tanto, scrivere sia una cosa da poco, che tutti lo sappiano fare e che pagare un giornalista sia come pagare, anzi, anche meno, la badante che pulisce l'anziano incontinente. Questo è il mercato del giornalismo oggi. Il prodotto culturale non deve costare, meglio se è gratis, deve essere il più a buon mercato possibile e con la fame di lavoro che c'è, nessuno si lamenta.
La riparazione della lavatrice costa, l'avvocato costa, l'architetto costa, il fabbro che cambia la serratura costa, un pranzo servito al ristorante costa, il lavaggio dell'auto (10 minuti di acqua e sapone) costa, ma il giornalista deve costare sempre di meno. Per scrivere o leggere tanto c'è il web, c'è twitter, c'è facebook. Ci sono i blog, luoghi in cui il libero pensiero scorre a fiumi. Che ci vuole a fare copia e incolla? Tutti si improvvisano capaci di leggere, scrivere, commentare. Questo è un lavoro in via d'estinzione, pensare non conta, saper scrivere non conta, saper ragionare è gratis. Che siamo pazzi a pagare un'opinione?
Casaleggio non ha torto. D'altra parte in questo paese non si legge, se non al bar. E le discussioni della politica, d'altra parte, di quel livello sono. O no? La politica non accetta che divulgare la cultura politica sia un investimento. La politica soprattutto di destra e centrodestra, perché la sinistra ha imparato bene la lezione dai suoi padri fondatori.
La fase dello spontaneismo è finito, in corsi di aggiornamento per tutte le categorie professionali si pagano. Ma nell'editoria vale una regola diversa rispetto ad altre prestazioni: scrivere può essere anche un hooby. Che ci vuole? Così vince sempre il più forte. Si sono spesi fiumi di denaro per fare della politica un bordello a ore, per sputtanare le indennità in spesucce da peculato, truffa... Ma mai immaginare di investire nel fare comunicazione. Basta una volta ogni tanto una passerella su qualche giornale che si crede amico, e il gioco è fatto. Infatti, si vede che fine ha fatto la grande battaglia federalista, indipendentista in questo Nord scalcagnato, afono e pieno solo di eco. A casa d'altri.


Benedetta Baiocchi


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