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Quando i nodi vengono al pettine
di Luca Bertagnon 4/12/2014
 
 
Quando i nodi vengono al pettine

Bombe d’acqua, frane e smottamenti, alluvioni, esondazioni: il problema è di portata planetaria e, nel nostro ‘piccolo’, riguarda in maniera indistinta l’intera Europa. In particolare i fenomeni metereologici che si originano sull’Atlantico, si riversano sull’Europa e, a seconda di dove colpiscono, esigono il medesimo tributo di distruzione e morte. Le alluvioni che hanno interessato, anche recentemente l’area del Reno del sud della Germania, non sono meno gravi di quelle che hanno colpito la Francia o che si riversano, ormai abitualmente sulla Liguria e sull’alto Piemonte. Non è quindi un problema italiano e non si tratta di emergenze che si manifestano solo in corrispondenza di aree con intrinseche fragilità territoriali (come lungo le Alpi e gli Appennini) ma sono invece l’effetto combinato di un aumento dell’energia sugli oceani (dovuta probabilmente al surriscaldamento globale) che si amplifica esponenzialmente nel momento in cui i fenomeni meteorici si riversano su un territorio spesso mal gestito e a volte devastato, maltrattato e offeso. Stante che ormai poco si può fare per prevenire il surriscaldamento ed il cambiamento del clima globale, non resta che lavorare su una più oculata gestione del territorio. Si tratta di un obiettivo raggiungibile che, per portare risultati, deve liberarsi dai proclami elettoralistici che promettono piani nazionali di riassetto idrogeologico con investimenti e progetti faraonici. Si deve piuttosto ripartire dal basso, da una nuova cultura del territorio, liberandosi una volta per tutte dall’idea che la terra costituisca un valore esclusivamente in funzione della sua potenzialità edificatoria.


La devastante crisi che stiamo vivendo in questi anni, che si sta riversando principalmente sull’edilizia e sulle costruzioni, ci sta insegnando che il territorio è qualcosa che merita di essere disgiunto dai valori edificatori potenzialmente insediabili. La terra è indispensabile per mangiare, per scaldarsi, per sviluppare potenzialità nuove come il turismo ed il benessere, nell’ottica di uno sviluppo economico che si fondi sul paesaggio sull’estetica dei luoghi e sulla loro qualità. Piuttosto che costruire ancora si dovrebbe investire in una capillare opera di recupero del patrimonio storico e di demolizione dei molti danni compiuti negli scorsi decenni in ossequio al profitto e al dio denaro. Nonostante la crisi non siamo ancora pronti: terreni incolti, vaste aree abbandonate, interi comprensori boscati e agricoli, sottratti all’uso e volutamente dimenticati, in attesa ‘di tempi migliori’, nella speranza di poter costruire, speculare, realizzare in un prossimo futuro. Quando finalmente ci accorgeremo che le aree marginali al costruito, gli ambiti interstiziali, gli spazi boscati torneranno ad essere gestiti, coltivati, condotti, ci accorgeremo di cosa vuol dire fare paesaggio e di cosa vuol dire gestire il territorio e fare prevenzione. Solo con questo radicale cambio di prospettiva diventerà consequenziale e naturale liberarsi e rimuovere le scorie della speculazione, i rifiuti di un presunto sviluppo distorto, ingordo e di rapina. Torniamo quindi alla terra, riscopriamo i borghi, il paesaggio, la natura e scagliamoci contro i simboli dell’oppressione del capitalismo di rapina, abbattendoli con rabbia, come si è fatto in un recente passato con le statue di Stalin, con i simboli del Fascismo e con il muro di Berlino!


Luca Bertagnon
picconatore demolizionista convinto


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