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L’Insorgente: dieci anni dopo
di Piergiorgio Seveso 7/11/2014
 
 
L’Insorgente: dieci anni dopo

Aver partecipato, con altri carissimi amici, alla fondazione de “L’insorgente” il 7 novembre 2004 a Milano è una di quelle cose che puoi aggiungere ad uno speciale ma importante curriculum, quello delle cose che fai donando te stesso, le tue forze, le tue energie intellettuali e morali ad una battaglia nobile e necessaria, anche se dall’esito incerto o sfortunato. E’ un curriculum che continuo ad aggiornare anche oggi e di cui ogni voce è una parte importante, imprescindibile, indimenticabile, anche quando i ricordi possono essere più o meno foschi, più o meno amari.

Infatti non rinnego affatto quest’esperienza che, oltre a darmi l’occasione di scrivere su cose che amavo ed amo, mi ha fatto diventare parte di una piccola e variegata comunità di intellettuali e uomini d’azione che, pur con varie vicissitudini e traversie, ha portato avanti per tre anni un foglio anticonformista, antagonista ed identitario e che ancora oggi, pur con un impianto ed una struttura diversi, continua a raccogliere idee non conformi e non conformistiche.

Questa coraggiosa rivista aveva due elementi che campeggiavano sulla testata e che mi sono rimasti nel cuore: un tamburino che chiamava i popoli all’insorgere ed la parola “antagonista” presente nel sottotitolo della nostra rivista (“Foglio di lavoro per la riscoperta e la diffusione di una cultura autonomista ed antagonista”). Il tamburino chiama all’Insorgenza: si tratta di un ruolo, forse modesto ma proprio per questo imprescindibile, che oggi dovrebbe svolgere un intellettuale degno di questo nome. Il “tamburino“ deve essere un Refrattario alla Rivoluzione che oggi (ancor di più che nel 2004) tutto domina, sovrasta, svuota, divora; deve essere un Brigante controrivoluzionario in nome di un Ordine superiore, divino trascendente ed eterno, opposto alle ideologie disumanizzanti e distruttive che dominano il mondo contemporaneo (asservito al liberalismo americano ed, in ultima analisi, all’umanitarismo omicida e deicida degli “immortali principi” del 1789); deve essere Testimone dell’assedio che stiamo vivendo. Siamo infatti assediati, giocoforza il dirlo ma non mi riferisco ovviamente alle ondate immigrazionistiche che nel 2004 erano violenti marosi e oggi sono muraglie d’uragano. Mi riferisco all’assedio del politicamente corretto (che ormai sta assumendo i connotati funesti di leggi repressive presenti e future sempre più invasive), che invade le scuole, i giornali, i partiti, i tribunali, financo la Chiesa. Quest’assedio è una macina che divora le anime, le piega, ora alla viltà, ora al conformismo, ora al rifugio individualistico, al “particulare” degli affetti o degli utili, alla cupidigia di farsi servi (gridando al mondo di essere “liberi”).

E quanti abbiamo visti cadere in questi anni, quanti abbiamo visto “impazzire”, quanti abbiamo visto fuggire, quanti abbiamo visto cambiare casacca e marsina, rientrare nei “palazzi dorati”, complici dell’Assedio, con lo stesso sguardo protervo con cui ne erano usciti. Spetterà forse a qualcuno di noi di scrivere la storia di questi anni: coraggiosi e belli, perduti ma non vani e si scriverà questa storia a tempo debito, “sine ira ac studio” ma attribuendo a ciascuno il suo.

L’aggettivo “antagonista” sulla testata de “L’insorgente” richiamava a collaborare tanti ribelli alla rivoluzione imperante, alla tirannide del buonismo, alla dittatura del “buon senso” (borghesisticamente o massonicamente inteso): erano spiriti diversi, opposti, direi naturalmente “ostili” gli uni agli altri, che trovavano però un spalto da dove gridare con forza le ragioni del proprio “No”, assoluto, motivato, irrevocabile. Anche perché, per sicurezza, siamo usi far saltare i ponti per impedirci ripensamenti regressivi.

Tra questi “ribelli” (ultimo o certamente minore per acume, preparazione e ingegno) c’ero anche io ed insieme ad altre penne (ricordo Filippo Prati, Don Ugo Carandino e Don Ugolino Giugni) ho portato a “L’Insorgente” il contributo del cattolicesimo romano, integralmente inteso, professato e vissuto, che, rifiutando la rivoluzione del Concilio Vaticano II, si faceva testimone di quella civiltà ed Europa cristiana, prima vittima della rivoluzione del mondialismo. Come si sa, il fondamento (anche etimologicamente) di una comunità è il dono ed ho necessariamente cercato di donare ciò che di più prezioso avessi nel mio bagaglio culturale e personale. Ringrazio ancora Sergio Terzaghi per avermi consentito, con grande libertà e senza condizionamenti, pur in un contesto dove non mancavano voci difformi e contrarie, di portare avanti, in vari articoli, questa Weltanschauung che personalmente considero coincidente con la Verità tutta intera e massimamente utile per combattere questi demoni nuovi ed eterni che vogliono distruggere ciò di sano, di giusto e di naturalmente umano resta oggi al mondo.


Piergiorgio Seveso


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