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2004-2014: un tempo senza “epoca”
di Eduardo Zarelli 7/11/2014
 
 
2004-2014: un tempo senza “epoca”

Negli ultimi dieci anni si è accentuata una tendenza già in atto. Non è tanto la comparazione tra singoli accadimenti che può segnare la via dell’involuzione in corso, quanto l’intera prospettiva. Paradossalmente la frenetica accelerazione degli eventi, veicolata dalla sincronicità dei mezzi di comunicazione digitali, ratifica il venir meno non solo dello “spazio” vissuto in favore di un “non luogo” virtuale, ma anche lo sfumarsi di una scansione diacronica dei fatti. Guardate fuori dal finestrino. Appezzamenti squadrati. Agglomerati urbani tentacolari. Strisce d’asfalto che si intersecano ad angolo retto. Nulla, là sotto, ha un aspetto naturale. Le forme frattali soccombono alla geometria euclidea, con le sue figure così famigliari, regolari, misurabili. Un ordine artificioso domina il paesaggio addomesticando il caos. I nonluoghi sono quegli spazi dell’anonimato ogni giorno più numerosi e frequentati da individui tanto identici, quanto soli. Nonluoghi sono sia le infrastrutture per il trasporto veloce (autostrade, stazioni, aeroporti) sia i mezzi stessi di trasporto (automobili, treni, aerei). Sono nonluoghi i supermercati, le grandi catene alberghiere con le loro camere intercambiabili, ma in genere le conurbazioni e megalopoli senza confine che si espandono come melanomi urbani. Il nonluogo è il contrario di una dimora, di una residenza, di un luogo nel senso comune del termine e della comunità. E al suo anonimato, paradossalmente, si accede solo fornendo una prova della propria identità: carta di credito.


Viviamo un “tempo” senza “epoca”: alla morte delle ideologie “prospettiche” del secolo scorso, utopiche o mitopoietiche che fossero, se ne è imposta una totalitaria e onnipervasiva senza precedenti, vocata all’eternizzazione del presente. L’affermazione del modello di civilizzazione tecno-scientifica riduce la condizione umana all’uniformità per inerzia nichilistica. La soddisfazione dei “bisogni” indotti dal mercato induce a sottrarsi da ogni sobrietà e proporzione. L’economicismo e l’individualismo utilitaristico si alimentano vicendevolmente, con protervia titanica, raggiungendo l’apogeo libertino per cui ogni pulsione si fa desiderio da perseguire come un diritto acquisito (permissività nei consumi, stravolgimento dei costumi e distruzione dei tabù). La stessa differenza della identità di genere naturale del maschile e femminile - fondamento culturale del concetto stesso di famiglia - viene protervamente abbattuta. La diffidenza giuridica sussume ogni fiducia interpersonale, dissolvendo l’etica personale e collettiva dal dovere di reciprocità sociale, appartenenza culturale, sovranità politica.


L’estremo occidente si risolve in una terminale dissoluzione dei costumi, per cui la liceità individuale combacia con il liberismo economico, in quella “notte del Mondo” - per dirla con Martin Heidegger - per cui tutto ha un prezzo, quindi nulla ha più valore. La reificazione cosmopolita dell’esistente va di pari passo con globalizzazione dei mercati, entrata però in una crisi strutturale senza vie d’uscita. La finanziarizzazione dei profitti si sostiene sul debito e la speculazione, erodendo l’economia reale e un qualsiasi equilibrio possibile tra società e mercato. Il ciclo negativo in cui si è infilato il sistema capitalistico con la crisi dei mutui subprimes, scaturisce dal cattivo funzionamento del processo di accumulazione finanziaria che, sul finire degli anni Settanta, ebbe modo di imporsi quale sbocco alla recessione di dimensioni mondiali che colpì il settore manifatturiero per sovrapproduzione. Oggi, per una molteplicità di fattori, quel processo si è inceppato definitivamente, scatenando la più grave crisi finanziaria di ogni tempo: scaricata sui cittadini con misure autoritarie, attuate con la complicità dei partiti politici, di destra e di sinistra, che si sono alternati alla guida dei governi in Europa negli ultimi vent'anni. Il servilismo della classe dirigente crede di perpetuare se medesima nell'illusione, dura a morire, che il mercato economico libero dalle regole sia in grado, per virtù “naturali” mai ben chiarite dai suoi sostenitori, di riequilibrarsi fino a riassorbire i danni prodotti dalla finanziarizzazione dell'economia, causa prima dell’ingiustizia sociale e l’abissale solco scavato tra ricchi e poveri.


La pretesa di uno sviluppo illimitato date risorse finite del mondo naturale, induce al salmodiare rassicurante del dogma della “crescita”, nell’illusione che la tecnologia possa risolvere i guasti da essa stessa prodotti. La Terra non è infinita. E perciò non lo sono nemmeno le sue risorse. Alcune sono rinnovabili, ma la voracità con cui le sfruttiamo supera di gran lunga la capacità del pianeta di rigenerarle. Neppure gli oceani e l’atmosfera riescono più ad assimilare i rifiuti tossici, che finiscono per compromettere gli ecosistemi in modo irreversibile. Il mondo artificiale tecno-morfo è come un’acciaieria che deve continuare a fondere metallo senza sosta o rischia di fermarsi per sempre. Per questo, ogni volta che una risorsa minaccia di esaurirsi, la risposta non è mai la riduzione dei consumi bensì la ricerca di risorse sostitutive o di mezzi più efficaci di estrazione e sfruttamento. Rubando le parole ad Aldous Huxley: «La civiltà industriale è possibile soltanto quando non ci sia rinuncia. Concedersi tutto fino ai limiti estremi dell’igiene e delle leggi economiche. Altrimenti le ruote cessano di girare».


Siccome questo “tempo” senza “epoca” non riconosce altro da sé, si impone. Vuole “redimere” l’intera umanità ai propri “valori”: l’ideologia dei diritti umani. In realtà è ipocrita propaganda atta a camuffare espliciti interessi egemonici, in una visione unilaterale e ottusa dei reali rapporti di forza e delle relazioni internazionali che caratterizzano gli equilibri mondiali. Afferma Vladimir Putin - figura non scontata nello scenario delineato - il 24 ottobre scorso, alla sessione plenaria del Forum internazionale del Club Valdai: «Il concetto stesso della "sovranità nazionale" per la maggioranza degli Stati è diventato un valore relativo. In sostanza, è stata proposta la formula seguente: più forte è la lealtà a un unico centro di influenza nel mondo, più alta è la legittimità del regime governante» e per mantenerlo occorrono «misure per esercitare pressione sui disubbidienti ben note e collaudate: azioni di forza, pressioni di natura economica, propaganda, intromissione negli affari interni, rimandi a una certa legittimità di "infra-diritto" (…).». L’espansione del caos è cioè voluta dall’occidentalizzazione del Mondo. La guerra psicologica volta a fiaccare la volontà di resistenza dei popoli ha un ruolo maggiore che nel passato, non inferiore nei suoi risultati politici a una guerra “guerreggiata”, già in corso nel cuore dell’Europa come in Medio Oriente, ma drammaticamente espandibile in un nonnulla a una scala planetaria.


La riflessione del presidente della Russia, nazione continentale, è in controtendenza all’egemonia talassocratica atlantica, cioè di quanto correntemente e ossessivamente ripetuto dal «pensiero unico» globalista: è illusorio costruire un ordine su regole («i diritti umani») poste nelle mani, per quanto robuste, di una potenza (o un potere) collocato al di sopra di tutti gli altri, e perciò «monopolista» nell’applicazione delle regole e della «violenza legittima» necessaria. Piuttosto è più realistico e pacifico (non “pacifista”), tener conto delle differenze dei popoli (tra cui le relative «tavole dei valori») degli interessi e delle forze in campo. Così, il pensiero espresso dal Presidente russo ricorda quanto scriveva Carl Schmitt, oltre cinquant’anni orsono nella Teoria del Partigiano, un “insorgente” cioè: «È il contrasto fra One World, unità politica della terra e dei suoi abitanti, e una pluralità di grandi regioni, che si controbilanciano le une con le altre. L’immagine pluralistica di un nuovo Nomos della terra è stata espressa da Mao in una poesia, intitolata Kunlun, nella quale si dice: Se il cielo mi fosse una patria sguainerei la mia spada/e ti spaccherei in tre pezzi:/uno all’Europa, in regalo,/uno all’America,/ma uno lo terrei per la Cina,/ e sarebbe la pace a dominare il mondo».


Sarà quindi il realismo politico a suggerire un mutamento di paradigma? La Terra è grande, ma non è infinita. Questo vincolo fisico rende velleitario perseguire un modello di crescita economica fondato sullo sfruttamento illimitato delle risorse naturali, il modello economico dominante del nostro tempo, e propone l’urgenza delle “frontiere”. Una epoca si può dischiudere solo nel segno del tragico, dell’amor fati, cioè della compiutezza ontologica del limite, l’Essere.


Se i Popoli ritroveranno il senso di una comunità di destino, la pluralità, la partecipazione e il bene comune porranno le condizioni in controtendenza alla deriva oligarchica e al declino irreversibile della civilizzazione occidentale.


Eduardo Zarelli


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