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Ara és l’hora, Catalunya!
di Chiara M. Battistoni 18/9/2014
 
 
Ara és l’hora, Catalunya!

Barcellona – 11 settembre: un’alba che non dimenticherò più, preludio di una giornata che segnerà il futuro dell’Europa dei Popoli, senza retorica, con la forza dirompente dell’entusiasmo e della determinazione di questo popolo un po’ spigoloso come la lingua che parla, fiero e audace, capace di mostrare al mondo intero, con dignità e maturità, l’amore appassionato per la libertà, la libertà di essere Popolo tra i Popoli. Oggi il cielo è blu, blu come il triangolo delle bandiere catalane che in questi ultimi anni sono sempre ben visibili sui balconi e i davanzali di molte case e che oggi, giorno della Diada, campeggiano ovunque. E’ una Diada speciale: si ricordano i trecento anni dalla caduta di Barcellona in mani spagnole, l’11 settembre 1714 ma, soprattutto, si attende il referendum per l’indipendenza del prossimo 9 novembre, referendum che Madrid ha già considerato inaccettabile, paventando interventi duri. 11S e 9N, numeri e lettere presenti ovunque, legati indissolubilmente uno all’altro: dall’esito della Diada (11S = 11 settembre), democratica, inclusiva, pacifica (come ricorda già di primo mattino la presidente del Parlamento de Catalunya, Nuria De Gisperta) dipende la consultazione referendaria (9N = 11 novembre).


Alle nove la città è già tutta un brulicare di magliette gialle e rosse, le magliette acquistate e indossate da un milione ottocentomila persone (lo saprò in serata) protagoniste della più grande mobilitazione che la Catalunya abbia mai vissuto: undici chilometri di cittadini, insieme per disegnare la V di Vittoria (Visca Catalunya!) per le vie di Barcellona, con i colori rossi e gialli delle strisce della bandiera catalana. Anche il Parlamento apre le sue porte, accoglie il suo Popolo; le generazioni si incontrano: ci sono intere famiglie, bambini, genitori, nonni, tutti insieme, sereni e tranquilli come può essere chi ha le idee chiare, ha capito qual è il proprio ruolo e conosce l’obiettivo: l’indipendenza.


Non vedo una sola manifestazione di nervosismo, insofferenza o prevaricazione; la serenità con cui i cittadini vivono la Diada è l’espressione della maturità con cui questo Popolo cammina verso la libertà. Inutile derubricare la Diada in manifestazione folcloristica; questa è la lezione più cristallina e audace che un Popolo europeo abbia dato all’ Europa contemporanea, la dimostrazione che idee strutturate e passione si tengono per mano e realizzano l’inimmaginabile; non c’è traccia di violenza neppure negli slogan; c’è invece fermezza in quel “Som una Naciò”, “Volem Votar” che si alza all’unisono dalla folla, allo scoccare dell’ora fatidica, 17:14 (a ricordare l’anno 1714). E’ un pugno allo stomaco, per chi come me proviene da un Paese che ha smarrito identità prima e dignità poi, incapace com’è di riconoscere la libertà, di capire che nell’ipertrofia di leggi, norme e burocrazia si nasconde il giogo che ci toglie tutto ciò per cui le generazioni precedenti hanno dato impegno e vita. E’ un cazzotto sul naso, per chi vive in un Paese che preferisce la politica degli annunci e delle parole all’audacia delle scelte, che accetta riforme centraliste dimenticando che la nostra unica ricchezza (nonché via di salvezza) è nella specificità delle genti e dei territori, che smarrisce il senso della storia e non sa più costruire un futuro. Volem Votar perché Votar és normal en un paìs normal (perché votare è normale in un paese normale) è il sogno coltivato dalla Catalunya, dai suoi bambini come dai suoi vecchi. E’ l’obiettivo comune che da qualche anno ha saputo unire schieramenti politici diversi, è lo strumento per raggiungere l’ agognata indipendenza, è il bene comune su cui articolare il domani, a partire dalle accurate analisi di impatto sul tessuto economico, sociale, ambientale di cui la Catalunya in questi anni si è dotata. E’ il Progetto, che catalizza risorse, affina l’intelletto, illumina le giornate e riscalda i cuori. E’ la Visione, che diventa volontà condivisa di un popolo in marcia che costruisce il proprio futuro, che accoglie in un abbraccio caldo e luminoso, come solo il cielo di Catalunya sa essere. Ara és l’hora, Catalunya!


Chiara M. Battistoni
Fonte: www.lindipendenza.com


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