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Scozia: la lezione della storia
di Giuseppe Reguzzoni 18/9/2014
 
 
Scozia: la lezione della storia

In 25 minuti si concluse nel sangue l’ultimo tentativo scozzese di indipendenza da Londra. Era il 16 aprile 1746 è un’armata che issava la Union Jack sconfisse a Colloden le truppe dei ribelli, guidate dal principe Carl Edward Stuart. Pochi giorni dopo il compositore tedesco Georg Friedrich Haendel compose uno dei suoi più celebri “oratori”, il Giuda Maccabeo, per celebrare la vittoria di Guglielmo Augusto di Cumberland, terzo figlio di re Giorgio II d’Inghilterra, della casata (tedesca) degli Hannover, veterano della Guerra di Successione Austriaca e comandante delle truppe britanniche. In Scozia le cose sono ricordate diversamente e al giovane principe prussiano fu appioppato il nomignolo “The Butcher”, il macellaio. La battaglia di Culloden, in effetti, fu un vero massacro, in cui le truppe scozzesi, molto meno organizzate di quelle reali inglesi, furono letteralmente chiuse in una sacca e annientate.


Il Principe di Cumberland sfruttò a fondo le vie di comunicazione – strade, ponti e canali – che gli Inglesi avevano approntato in Scozia, e fece largo uso di armi e tecniche di guerra mutuate dalle guerre continentali e ignote ai volontari scozzesi, pieni di buona volontà, ma disorganizzati e, spesso, persino mal nutriti. Questi ultimi avevano ancora una concezione quasi romantica della guerra, come si trattasse principalmente di uno scontro corpo a corpo, all’insegna dell’eroismo individuale. Malgrado l’accerchiamento e la situazione senza vie d’uscita i clan dei MacLeans, dei MacLachans e altri ancora contrattaccarono con la forza della disperazione, e furono letteralmente massacratati dall’artiglieria e dai fucilieri britannici. I pochi sopravvissuti furono finiti alla baionetta. Come spesso è accaduto nella storia, nei campi di Colloden, dalla parte degli Scozzesi, non mancò il coraggio, mancarono i mezzi e la fortuna. C’è, però, un pagina oscura di quella battaglia che, oggi, non può essere dimenticata. Difatti, lo strumento più efficace con cui il principe di Cumberland predispose lo scontro gli era stato fornito con dovizia da Londra: il denaro.


Quel che a mala pena e a malavoglia si ricorda è, appunto, che una buona metà dei soldati al servizio del re d’Inghilterra era di origine scozzese: truppe mercenarie, costrette dalla necessità o spinte dal desiderio di guadagni e di carriera, che accettarono di schierarsi dalla parte degli Inglesi. Il “British Empire” dimostrava, così, di essere sino in fondo, il vero erede dell’Impero Romano, con il suo motto “Divide et impera”: dividi i tuoi potenziali avversari, comprateli o mettili l’uno contro l’altro, e vincerai. Se c’è un insegnamento da trarre da quei fatti lontani è che l’unità è un valore irrinunciabile e imprescindibile. Solo uniti, si vince. Anche il Presente, però, ha qualcosa da insegnarci che, in questo caso, depone del tutto a favore della Gran Bretagna. L’Inghilterra moderna sembra avere imparato la lezione, dimostrando di non temere il voto. Certo, ancora una volta il fattore economico-finanziario sta giocando un ruolo importante, con i ricatti, aperti o impliciti, provenienti dagli ambienti della City. Tuttavia in Scozia si vota e, qualunque strada sceglieranno gli elettori, l’unità e integrità territoriale di uno Stato non è più un dogma assoluto. Almeno in questo l’Inghilterra ha davvero molto da insegnarci.


Giuseppe Reguzzoni


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