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Semi e biodiversità: la resilienza ai cambiamenti climatici
di Vandana Shiva 24/7/2014
 
 
Semi e biodiversità: la resilienza ai cambiamenti climatici

Per migliaia di anni i contadini, specialmente donne,
hanno selezionato e coltivato i semi liberamente, collaborando gli uni
con gli altri e con la natura per aumentare ulteriormente la diversità
che la natura stessa ci ha dato, adottandola in base alle diverse
culture. La biodiversità e la diversità culturale si sono influenzate
reciprocamente. Ogni seme è quindi l’incarnazione di millenni di
evoluzione della natura e di secoli di selezione degli agricoltori. È
l’espressione dell’intelligenza della terra e dell’intelligenza delle
comunità agricole. Gli agricoltori hanno selezionato semi per la
diversità, la resilienza, il gusto, la nutrizione, la salute e
l’adattamento agli agro-ecosistemi locali.  


In tempi di
cambiamenti climatici, abbiamo bisogno della biodiversità delle varietà
degli agricoltori per adattarci ed evolvere. Fenomeni climatici estremi
sono già stati sperimentati, come cicloni più frequenti e intensi che
hanno portato a inondare di acqua salata alcuni terreni. Per la
resilienza ai cicloni abbiamo bisogno di varietà di semi resistenti al
sale, e abbiamo bisogno di questi semi come beni comuni. Lungo le zone
costiere, gli agricoltori hanno sviluppato varietà di riso in grado di
tollerare le alluvioni e il sale come il “Bhundi”, il “Kalambank”, il
“Lunabakada”, il “Sankarchin”, il “Nalidhulia”, il “Ravana”, il
“Seulapuni” e il “Dhosarakhuda”. 


Dopo il Superciclone Orissa,
la nostra associazione Navdanya ha potuto distribuire agli agricoltori
risi che tollerano il sale perché li avevamo conservati come bene comune
nella nostra banca del seme comunitaria, gestita da Kusum Mishra e dal
dottor Ashok Panigrahi a Balasore, in Orissa. Abbiamo poi potuto donare
due camion carichi di semi resistenti al sale ai contadini che non
potevano più coltivare il riso sempre a causa del sale marino depositato
sui loro terreni. 


Come ho scritto nel libro “Soil, not oil” (Suolo, non petrolio, ndt), il 40% dei gas che producono l’effetto
serra provengono da un modello globalizzato di agricoltura industriale.
Oggi, le aziende che hanno fatto profitti con l’agricoltura industriale
vogliono trasformare la crisi del clima che hanno contribuito a creare
in un’opportunità per il controllo dei semi resilienti ai cambiamenti
del clima e dei dati climatici. Tanto che alcune multinazionali hanno
preso fino a 1.500 brevetti sulle colture resistenti ai cambiamenti
climatici.  


La Fondazione Navdanya / Ricerca per la
Scienza, la Tecnologia e l’Ecologia ha pubblicato l’elenco nel nostro
rapporto “Biopirateria delle Coltivazioni resilienti al clima: i giganti
della genetica rubano le innovazioni dei contadini”. Con questi
brevetti, aziende come Monsanto possono impedire l’accesso ai semi
resilienti al cambiamento climatico anche dopo un disastro dovuto allo
stesso climate change, dato che il brevetto è un diritto esclusivo di produrre, distribuire e vendere il prodotto brevettato.  


La
natura e gli agricoltori hanno sviluppato i tratti della resilienza al
clima attraverso i semi, e questa non è un’invenzione aziendale. Le
aziende con personalità giuridica stanno assumendo il ruolo di
“creatore”, dichiarando che i semi sono di loro “invenzione”, quindi la
loro struttura è stata brevettata. Un brevetto è un diritto esclusivo
concesso per una “invenzione”, che permette al titolare del brevetto
stesso di escludere tutti gli altri dalla fabbricazione, dalla vendita,
dalla distribuzione e dall’utilizzo del prodotto brevettato. Con i
brevetti sulle sementi, questo implica che il diritto degli agricoltori di conservare e condividere i semi ora è definito come “furto”, e ritenuto un “crimine contro la proprietà intellettuale”. 


In tempi di cambiamenti climatici, tali monopoli aggravano il disastro,
negando agli agricoltori il diritto a semi che loro stessi hanno
selezionato.


Fonte: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=48714


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