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Secessione! Il senso di una scelta radicale e coraggiosa
di Luca Bertagnon 5/6/2014
 
 
Secessione! Il senso di una scelta radicale e coraggiosa

Torno sul tema dell’italianità perché mi affascina la dicotomia insita in questo nostro sentirci italiani pur senza riconoscerci del tutto nella nazione che ci ospita. E’ come se ci fosse la profonda consapevolezza di essere uniti in uno stesso destino pur sentendosi diversi gli uni dagli altri, orgogliosi delle nostre peculiarità. Torno su questo tema perché puntando spregiudicatamente sulla controversa condizione dell’essere italiani e non sentirlo (e viceversa), si gioca da decenni la partita dell’assetto istituzionale del nostro territorio, con inevitabili implicazioni anche sugli equilibri e sulla forma che assumerà la ‘nazione europea’. Facendo leva sull’italianità, ci fanno digerire da decenni un complesso regime oligarchico e di potere che ha stabilito la propria sede a Roma, che drena tutte le risorse su Roma e che, nella capitale, si spartisce il bottino. Se ci fosse un Re la forma di potere sarebbe più individuabile ed esplicita; se ci fosse un territorio o una regione prevaricante sulle altre sarebbe più agevole individuare il nemico o l’affamatore. Siamo invece in presenza di una struttura di potere decisamente più complessa, occulta e sfuggente, che deriva direttamente dal patto, non scritto, che fu stilato all’atto dell’unificazione tra la nascente struttura pre-industriale del Nord ed i latifondisti del Meridione. A queste due categorie, indispensabili per sostenere il nuovo stato unitario, si aggiungevano la casa regnante dei Savoia, i militari, e tutte quel multiforme parassitismo legato alla politica, alle istituzioni e all’organizzazione dello stato che, non disponendo di un potere economico proprio, metteva a frutto l’effimero potere acquisito e detenuto all’atto dell’unificazione, coalizzandosi in oscure congreghe e massonerie per poter mantenere ed ampliare la propria influenza. È così che si è venuta a creare un’oligarchia in parte produttiva ed in parte parassitaria, che, in nome dell’italianità, ha riproposto, in piccolo, la struttura dell’impero degli antenati: con una differenza, che Roma con la propria organizzazione ed il nucleo primigenio del proprio esercito conquistò con la forza immensi territori, dai quali attingeva le risorse per mantenere lo sfarzo della capitale. Nell’italietta post unitaria, al contrario, pochi uomini di potere si sono accordati per spremere, da Roma, i loro stessi territori di origine ed i loro concittadini, comprandone il sostegno con favori ed elemosine, come le famose scarpe di Achille Lauro o le recenti 80 € in busta paga inventate da Renzi. Si capisce quindi come il tema dell’unità e dell’italianità sia un ingrediente fondamentale della battaglia politica ed istituzionale e come, allo stesso modo, lo sia il tema della separazione, del federalismo o della secessione. Due facce della stessa medaglia che si sintetizzano in uno slogan: ‘con Roma o contro Roma’ ma che, a loro modo, fanno il gioco degli oligarchi al potere, andando a spostare sull’ambito territoriale ed identitario un problema che in realtà non ha alcuna valenza territoriale. Roma infatti, non disponendo di un potere proprio, non può essere il nemico, ma solo il rifugio, il paravento dietro al quale opera indisturbato il nemico. I territori periferici sono di fatto colonizzati e soggiogati.


Il giogo però non è imposto da Roma ma da quell’oligarchia di politici, burocrati e finanzieri che da quegli stessi territori provengono e che in quei territori spadroneggiano e fanno affari per poi, periodicamente, ritirarsi a Roma a spartirsi il bottino con il resto della banda. L’opzione identitaria e territoriale fatica ad attecchire fra i popoli dell’Italia perché si è compreso da tempo che il nemico non è Roma, il nemico alberga comodamente in casa nostra, spesso con il nostro consenso e la nostra approvazione, esattamente come il parassita che dimora nel corpo accogliente dell’ospite. Perché dunque, se questi sono i presupposti, continuiamo a coltivare il sogno separatista, federalista o secessionista che sia? Perché riteniamo che l’unico modo per neutralizzare il parassita sia quello di rompere il cordone ombelicale con Roma e con una gestione estremamente centralizzata dei poteri e delle istituzioni. Il ‘nutrimento’ dell’oligarchia parassitaria al potere (sia essa politica, finanziaria, burocratica o istituzionale), pur generandosi nei territori, e più massicciamente nella aree produttive del Nord, per poter entrare a pieno nella disponibilità dei beneficiari, ha bisogno di transitare da Roma e dalle istituzioni centrali, così che il cittadino contribuente ne perda traccia ed il denaro si disperda nel sistema di sprechi, corruzione e malaffare, che sono la mangiatoia degli oligarchi di ieri e di oggi. Solo rompendo il flusso con Roma potrebbero finalmente innescarsi virtuose forme di controllo periferico delle risorse.


Un’altra domanda sorge a questo punto spontanea: perché perseguire un’opzione secessionista e separatista e non continuare sulla strada federalista già intrapresa a suo tempo con determinazione dalla Lega Nord? Anche qui la risposta viene da sola ed è molto semplice: basta vedere che fine ha fatto la riforma federale dello stato, il federalismo fiscale, il tentativo di imporre dei costi standard alla spesa pubblica. Chi si ingrassa quotidianamente, da più di 150 anni sull’attuale sistema, chi usa la Nazione, l’unità e la bandiera come paravento, non ha alcun interesse a cambiare le cose, a ridurre gli sprechi, a ricercare una maggiore equità. La transazione ‘istituzionale’ verso il federalismo è fallita semplicemente perché impraticabile da parte di coloro che prosperano sull’attuale sistema. L’ipotesi cosiddetta secessionista è invece ancora attuale perché ambisce alla costruzione di un diverso sistema istituzionale europeo attraverso la costituzione dei un’Europa dei Popoli, come era nelle intenzioni dei padri fondatori della moderna idea di Europa. Un’Europa che, così come appare oggi, è già ampiamente compromessa nella sue basi, che però ha meno incrostazioni degli stati nazionali che la compongono e che potrebbe offrire l’occasione unica, all’atto del trasferimento dei poteri dalle istituzioni nazionali a quelle comunitarie, per rompere l’egemonia dell’attuale blocco di potere. La rottura di un blocco di potere così forte e strutturato anche in Europa, oltre che saldamente radicato nei singoli stati membri, non è certo impresa facile e può avvenire solo con la piena consapevolezza dei Popoli. Saremo quindi prima di tutto Lombardi, Sardi, Tirolesi, Fiamminghi, Scozzesi o Catalani, ….., capaci di autodeterminarci ed autogestirci in un’Europa unita che sia finalmente capace di fare l’interesse di TUTTI i suoi abitanti. È una partita tutta da giocare … e siamo solo all’inizio.


Luca Bertagnon


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