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Da Craxi al federalismo e al presidenzialismo
di Sergio Bianchini 16/5/2014
 
 
Da Craxi al federalismo e al presidenzialismo

Riportano i giornali che Bossi a Pontida abbia detto “abbiamo fatto errori” senza però dire quali. Nessuno però sopra o sotto il palco gli ha chiesto e poi raccontato particolari che sarebbero importantissimi. Ebbene, ancora una volta emerge l’incapacità del leghismo di fare il bilancio aperto e trasparente dei propri errori e quindi l’enorme difficoltà o impossibilità a mantenere un sano rapporto base-vertice ed una sana gestione della linea politica e degli obiettivi. Ci sono stati quasi 30 anni di esperienza leghista indipendentista- federalista- autonomista e bisogna fare un bilancio di quella esperienza e degli errori commessi, sia nella strategia esterna sia nelle modalità organizzative interne, dalla selezione dei dirigenti, all’assegnazione degli incarichi, al dibattito tra diverse opzioni sia politiche generali sia di singolo settore. Parlando con vari amici della situazione di crisi generale e di stallo teorico del movimento nordista è emerso chiaramente che mai il movimento seppe risolvere il cruciale nodo della scelta chiara tra federalismo italiano e secessionismo. Tantissime crisi passate sotto traccia nella lega e mai esplicitate hanno questa origine. Indipendentismo o federalismo o autonomismo? Sono tre cose diverse, invocate contemporaneamente e alternativamente senza coerenza e sull’onda delle arrabbiature o delle delusioni. Perché dalla confusione indipendentista-federalista-autonomista siamo passati alla macroregione e poi, sempre in silenzio, all’indipendentismo veneto, all’autonomismo lombardo al mutismo piemontese? Le macroregioni di Miglio furono snobbate, le modifiche Prodiane del titolo V sono state ignorate, sono state fatte alleanze ondivaghe e spesso incomprensibili più sull’onda del destra-sinistra che della visione federalista-italianista. Anche la presenza nei governi ha avuto una caratteristica schizofrenica, oscillando tra ruolo di guaritori neutrali e diligenti dell’Italia e minacciatori di sfracelli. Questa ambiguità va risolta, deve essere risolta per procedere con chiarezza interna e credibilità esterna. Dobbiamo parlare chiaramente tra di noi e fare il bilancio sistematico dell’esperienza. Un amico autorevole ha dichiarato che la soluzione sarebbe un modello costituzionale federalista e presidenzialista che già Craxi aveva proposto 32 anni fa proprio a Pontida. Di seguito un articolo di Repubblica del 4 marzo ’90 su quell’evento. Il primo raduno leghista di Pontida fu del 20 maggio 90.






La Repubblica 4 marzo 1990


CRAXI DETTA IL DECALOGO DI PONTIDA PONTIDA.


A mezzogiorno in punto, mentre le campane dell' abbazia benedettina di san Giacomo suonano l' Angelus, in una saletta messa a disposizione dal priore don Giustino Farnedi, Bettino Craxi comincia a parlare. Smagrito, un elegante completo grigio fumo di Londra e una cravatta rosso cupo, saluta i sindaci socialisti di Roma, Franco Carraro; di Napoli, Lezzi; di Milano, il cognato Paolo Pillitteri; il segretario regionale Moroni, il vicepresidente della Regione Lombardia, Ugo Finetti, e il vicesegretario del Psi, Giuliano Amato. Ci sono anche il ministro Carlo Tognoli, Ugo Intini, Sabino Acquaviva e Giusy La Ganga. Craxi tiene in mano quattro fogli dattiloscritti. L' intestazione è molto solenne: dichiarazione di Pontida del 3 marzo 1990. Nelle intenzioni di Craxi si tratta proprio di un documento fondamentale, l' arma giusta per sfondare le linee delle prossime elezioni amministrative. E' il decalogo del Psi per la rifondazione dell' autonomia regionale, nell' ambito di uno Stato dotato di nuovi assetti istituzionali. Uno Stato di tipo federativo, dove le Regioni siano dotate di maggior forza e di più sicura autonomia perché si possa attuare il cambiamento che noi caldeggiamo per la forma di governo statale. Il passaggio ad una Repubblica di tipo presidenziale avrà una carica realmente innovativa e potrà esplicare senza squilibri i suoi effetti positivi solo in un contesto di efficace decentramento, ha premesso Craxi. Insomma, è ormai tempo di voltar pagina, di rinnovare lo strumento del governo locale, vittima di uno Stato sempre più burocratico e centralista. Bando agli indugi, esorta Craxi. La proposta del partito socialista, o meglio, il programma politico evocato dalla dichiarazione di Pontida è schematico. Più che risposte pone delle condizioni. Come quella del primo punto: Chiediamo che siano conferite alle Regioni nuove e più ampie competenze adeguandone la struttura alla società del nostro tempo, riscrivendo l' articolo 117 della Costituzione. Consentendo così alla cultura, alle potenzialità, ai valori sociali e morali di ciascuna comunità regionale di trovare le migliori risposte attraverso le istituzioni. Corollario di tutto ciò, l' indispensabile autonomia finanziaria perorata nel secondo dei punti programmatici, supporto necessario di responsabilità che le Regioni non rifiutano ma non possono esercitare, e premessa necessaria perché i cittadini di ciascuna Regione possano avere un più diretto controllo sulle risorse con cui concorrono al finanziamento dei pubblici servizi. Craxi e il Psi ben sanno che per ottenere reale autonomia non soltanto si devono districare le funzioni amministrative regionali da quelle dello Stato, ma si deve fortemente esigere, ed ottenere, che lo Stato finisca dove comincia l' azione delle Regioni e degli enti minori. Guai a ricalcare i vecchi schemi. Quelli delle cosiddette vie della legislazione speciale e di emergenza che, in nome dei terremoti, calamità e urgenze sociali, ha sottoposto parti crescenti del territorio a ordinamenti derogatori, che da un lato hanno fatto affluire risorse, ma dall' altro hanno sovente cancellato autonomia, responsabilità, trasparenze. Salvi i progetti di comprovato interesse nazionale, l' inversione di tendenza va avviata anche nel Mezzogiorno, enuncia il quarto punto di questo decalogo socialista del buon governo. Quindi (punto 5), ridurre drasticamente e sostituire ove necessario con le sedi giurisdizionali, i controlli amministrativi, fonti di distorsioni burocratiche e talvolta anche di faziosità. Non bisogna perder tempo, ora che l' appuntamento col mercato unico dei beni e dei servizi è alle porte: l' Europa del 1992, ha spiegato Craxi, esalterà insieme al valore competitivo delle imprese, il tessuto di servizi e di interventi affidati all' autorità di ciascuna Regione. Le quali, assieme agli enti locali, sono al massimo stazioni, a volte persino secondarie, di vicende procedimentali che le attraversano e che hanno bisogno per concludersi di assensi e sanzioni centrali. La dipendenza dallo Stato riduce fortemente, nei fatti, l' autonomia sbandierata dalle dichiarazioni di principio. Uno stato di cose sempre più insoddisfacente, ha detto Craxi, inaccettabile e fonte di tanti disagi per i cittadini. Occorre cambiare, occorre farlo con tempestività e, se mi è consentito dirlo, con decisione. Regioni più autonome, più efficienti servono non solo al complesso della nazione ma anche all' Europa che sta per nascere - ha sottolineato con una certa enfasi Craxi, quasi scandendo le parole successive: Servono alle politiche riformatrici degli anni Novanta, servono ai nuovi assetti istituzionali di cui da tempo è necessario dotare lo Stato. Per questo, il Psi chiede (punto 6) che sia recuperato il ruolo della Regione, rompendo i fili di quel centralismo statualistico, che imbrigliano e a volte prevengono le autonome potenzialità delle collettività regionali e locali. Basta modificare la stessa forma di governo delle Regioni, basta modificarne gli assetti organizzativi. Tutto in funzione dei bisogni dei cittadini. Eravamo soli a parlare di riforme istituzionali - dirà più tardi l' ex presidente del Consiglio - vedremo chi saranno adesso i nostri compagni di strada. Noi non abbiamo preclusioni.... Per cambiare lo Stato, per modificare la Costituzione si deve cercare l' unità. Soprattutto a livello locale, fa capire Craxi. La scelta di Pontida non è stata casuale. Anzi. Una sfida aperta a chi reclama una malintesa autonomia che sfocia in sterile separatismo. Proprio qui, così vuole la tradizione, il 7 aprile del 1167 avvenne lo storico giuramento di Pontida dei Comuni lombardi che fecero Lega per non dar tregua al Barbarossa. Con plateale riferimento alla più recente Lega Lombarda che a Pontida nelle ultime elezioni europee ebbe 260 voti, il 16 per cento e che promette di sottrarre voti ai partiti di governo. Già. Perché fuori, ci sono quelli della Lega Lombarda che manifestano contro il summit socialista: per essi, una provocazione. Sbandierano cartelli, Salutiamo un incontro di tipo mafia si legge, Craxi torna a Messina . A tornare non ci penso affatto, ha commentato Craxi, visto che sono nato a Milano, sono lombardo di padre siciliano. Il vanto di Milano è che è una città che ospita cittadini di cento città diverse. Quel cartello me par propri una stupidada. Le cose serie sono altre, stanno nei difficili rapporti con gli alleati di governo, a Roma, c' è una situazione confusa, dalla quale si deve uscire. Abbiamo posto il problema di un chiarimento, penso che lo otterremo. Se non lo otterremo, prenderemo le nostre decisioni. Poi, ha salutato tutti e si è infilato nel monastero per un piatto di risotto allo champagne, un arrosto di coniglio e antipasti


dal nostro inviato LEONARDO COEN0 4 marzo 1990 sez.


Cosa ne dite?


Per quanto mi riguarda proprio la tragica fine di Craxi mi convinse che un riformismo nel quadro nazionale Italico era impossibile. Craxi era allora solitario nazionalista, deriso e sbeffeggiato ogni giorno per questo da una intellighenzia "ANTIRETORICA" non solo di sinistra ma anche cattolica e liberale. Fu Ciampi a rilanciare con continuità, poi ininterrotta fino a Napolitano, una visione neonazionalista. Padoa Schioppa arrivò a parlare della mancanza di un programma nazionale italico. A me Il federalismo apparve, dopo aver conosciuto come preside i veri meccanismi dello stato, come un tentativo di dare pace ai territori separandoli almeno in parte dal centralismo rissoso, pettegolo, inconcludente, futile, opprimente romano. Ma se davvero un secessionismo deciso, vigoroso e intransigente avesse preso piede mi avrebbe fatto piacere. Invece nella lega si unirono , sotto l'apparente dominio incontrastato di Bossi, tutti gli opportunismi e le ambiguità. Per cui ancora oggi, come nella famiglia con la coppia in crisi, si oscilla tra desiderio di fuga e tentativi di riaggiustamento. Ma l'Italia può davvero essere riformata? Quando Obama è venuto ha detto che se vogliamo il predominio nel mediterraneo dobbiamo prenderci delle responsabilità. E guarda caso l'importazione ormai chiaramente smisurata di immigrati africani ha per nome OPERAZIONE MARE NOSTRUM che non c'entra niente con l'umanitarismo ridicolo di copertura. Avrebbe potuto chiamarsi MARE SICURO o Mare amico o altro. Invece no, NOSTRUM. L'Italia è quindi destinata ad essere il ventre molle dell'Europa da cui passano tutti gli attacchi all'unità europea non filoamericana. Ogni governo Italiano deve galleggiare tra questi due estremi, europeismo e americanismo. In fondo Monti prima e Renzi adesso ci provano. Ma le tensioni internazionali tendono a rendere sempre più difficile la mediazione. Ancor più un vero protagonismo creativo come Renzi sbandiera a suo modo. Sul presidenzialismo bisogna approfondire molto pur accettando la prospettiva federale italiana. L'immagine di Cominelli del monarca come figura esemplare di capo del governo è ottima. In Italia il potere governativo si chiama ESECUTIVO. Cioè viene visto come meccanica e lineare esecuzione degli "ordini" emanati dal parlamento e dalle leggi. Proprio questa visione del potere governativo come esplicazione servile, quasi automatica, del potere giuridico è alla base del superpotere della magistratura. Ma cosa possa essere davvero un potere governativo forte e democratico non è chiaro ed ancor meno come possa esserlo in Italia. Quale peso potrebbe avere, per funzionare e non far discutere inutilmente altri 30 anni, in una Italia federale, il nucleo governativo centrale? Questo è il nodo.


Sergio Bianchini


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