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Chiesa e potere: la gerarchia in dialogo ...
di Angelo Clareno 16/5/2014
 
 
Chiesa e potere: la gerarchia in dialogo ...

State sereni: non è la galleria degli orrori, anche se assomiglia al salotto buono di Bruno Vespa o alla terrazza VIP in piazza San Pietro, il giorno della canonizzazione dei due papi. E un pochino anche al meeting di Rimini, quello dove Comunione e Liberazione da quasi tre decenni invita tutti i potenti di turno, applaudendoli (e votandoli) tutti, di scandalo in scandalo, di carcere in carcere ... È il Salone del Libro di Torino, ospite d’onore la Santa Sede. Per chi volesse averne un’idea, rapida ed efficace, si rimanda all’irenica presentazione che ne fa il, di solito, causticamente anticlericale “Fatto Quotidiano” (http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/ ... ede-ospite-donore/977047/).
La Chiesa, o meglio, il Vaticano, dialoga. Mai come oggi ha dialogato così tanto. Ha iniziato, persino, a dialogare con la scomunicata massoneria. Ho voluto verificare di persona, e sono andato a vedere quante minoranze alternative erano presenti, che spazio c’era, tra tanti libri cattolici ed esponenti della gerarchia, per il pensiero antisistema, per le nicchie di umana resistenza alla grande omologazione. E ho trovato il nulla. Ho guardato quanto si muoveva sotto le ampie volte del padiglione di acciaio e cristallo, ho visto il Cupolone di libri e ammirato i codici medievali e ho sentito riecheggiare la “lectio magistralis” del “priore” Enzo Bianchi, che deve averne trovato il tempo tra una comparsata a casa di Gad Lerner e una, in diretta, su TeleNova.
Vanità di vanità, dice Qoelet. E davvero il posto d’onore era riservato a S.E. il Cardinal Gianfranco Ravasi, che nei corridoi romani è, appunto, chiamato, Sua Vanità. Ho continuato a guardare e cercare, e ho visto passare i soliti Corrado Augias, Vito Mancuso e Giuliano Ferrara. Credenti adulti e teocon atei, a braccetto, il meglio di quanto passa oggi lo schermo televisivo, e ho mormorato tra me e me: vanità di vanità, qui tutto è vanità.
Un velo di sconcertata tristezza è, poi, calato, leggendo i nomi dei dialoganti: Giuliano Amato, Renato Brunetta, Massimo d’Alema, Andrea Riccardi, Stefano Rodotà, Walter Veltroni ... la Chiesa “dialoga”, cioè si piega alle regole della vanità televisiva. Ho cercato e non ho trovato, le nicchie, i resistenti, i diversi ... La Chiesa del 2014 dialoga con la cultura, purché sia la cultura del Potere.
Non mi scandalizza il Potere in sé anche se, a differenza dei ciellini, non penso affatto che il potere sia “neutro”, che tutto dipenda da come lo si usa (lo si chieda ad Antonio Simone, nelle ore di udienza a San Vittore, o ai formigoniani alle prese con la magistratura).
Il Potere è l’altro nome del Mondo e il mondo ha bisogno di redenzione, dunque non è buono in sé. Ma, sia pure, si cerchi il rapporto col potere, a fine di bene! La storia è spesso andata così. L’altare e il trono si sono sostenuti a vicenda e i risultati, almeno sul piano culturale non sono sempre da buttare. La Chiesa, in un tempo lontano, di potere ne ha avuto tanto e ci ha dato le cattedrali, il Rinascimento, la musica sacra, le opere d’arte di un passato ormai remoto e incompreso. Ciò che scandalizza è il servilismo, il complesso di inferiorità mascherato da “dialogo”, il cedimento allo spirito di questo mondo e l’evidente sterilità estetica e artistica che ne deriva. Mai la gerarchia cattolica ha “dialogato” tanto e mai ha costruito edifici ecclesiastici così orrendi (e così costosi).
Ho cercato e ho chiesto, per esempio, notizia di Dominique Venner, intellettuale e storico francese, suicida lo scorso anno sull’altare di Notre dame a Parigi, dopo l’approvazione dei “matrimoni” omosessuali, dopo la demolizione dell’idea di cittadinanza, dopo la sconfitta della sua idea di patria e di nazione. Prima di uccidersi, aveva scritto: «Serviranno, certamente, gesti nuovi, spettacolari e simbolici, per scuotere i sonnolenti, le coscienze anestetizzate e risvegliare la memoria delle nostre origini». Con lui la Chiesa non ha dialogato. Lui a Torino, tra i grandi stand degli editori cattolici, non c’è. Lui apparteneva a un mondo che i giornali, servi del sistema, hanno definito di “estrema destra”.
Sarebbe potuto essere anche di “estrema sinistra” - forse - , ma non sarebbe cambiato molto. La gerarchia di oggi non dialoga con le “estreme”: aspetta che arrivino al potere o, quanto meno, all’egemonia, e, poi, in ritardo, inseguendo lo spirito di questo mondo, ci dialoga.
Venner ha compiuto un gesto sacrilego, un gesto disperato, un gesto che nessuno dovrebbe, mai, imitare. Ma il suo grido era ed è rimasto inascoltato. Scriviamo la “Chiesa”, piegandoci all’uso comune, ma dovremmo scrivere “la gerarchia”, quella che a Torino fa passerella accanto agli Augias e ai Ferrara, sacerdoti del magistero televisivo.
Troppo forte è la tentazione di adorare il Potere, di piegarsi a fare ciò che il Suo fondatore, nel deserto, ha rifiutato di fare.
«Di nuovo Satana lo condusse sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria, e gli disse: “Tutto questo io ti darò, se prostrandoti mi adorerai”. Ma Gesù rispose: “Vattene, Satana! Sta scritto: Adora il Signore Dio Tuo e a Lui solo rendi onore”». Se ci fosse stato qualche cardinale o qualche pezzo grosso di certi movimenti ecclesiali, avrebbe “dialogato”, in cambio di tanta, ma tanta, parte ai «regni del mondo» e alla loro «gloria».
Vanità di vanità, nient’altro che vanità. Quanti Venner inascoltati e abbandonati alla disperazione ci sono oggi in questa Europa lasciata sola? Mentre loro dialogano, nulla sembra frenare l’iniquità, nulla sembra trattenere l’omologazione, nulla sembra opporre resistenza e dialogare, questa volta sì, con i resistenti.
Troppi monsignori hanno identificato il dialogo con la cultura con il dialogo con la cultura egemone, tout court, quasi che quel che conta siano sempre e solo la visibilità televisiva e la capacità di muovere consensi e ottenere favori. Eppure non è vero ciò che fa rumore, ma è vero ciò che è nascosto e impercettibile.
«Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce ..., ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero». E il Signore era nel vento leggero. Così la Scrittura. O, con le parole di uno scrittore cattolico francese, d’altri tempi, a proposito di una santa, Giovanna d’Arco, patrono di Francia e cara anche a Venner: «Dal rogo dell’inquisitore al Paradiso: Davanti a centocinquanta vescovi e teologi che la condannavano come eretica, Giovanna saliva al cielo come santa» (Bernanos). E a papa Bonifacio, che stupito della sua “ingenuità”, gli chiede – a lui che al potere aveva rinunciato -: «Le anime non dipendono dalle istituzioni?», l’ex pontefice Pier Celestino (già papa Celestino V), risponde: «Ne possono dipendere, ma il compito del Cristianesimo è di affrancarle con la verità. Dio ha creato le anime, non le istituzioni. Le anime sono immortali, non le istituzioni, non i regni, non gli eserciti, non le chiese, non le nazioni» (I.Silone, L’avventura di un povero cristiano). Forse, è anche per questo che nella Professione di Fede, quella antica e perenne, nata dai concili di Nicea e di Costantinopoli, e ben radicata nella Scrittura, si proclama: «Credo in un solo Dio», ci si accontenta di dire «Credo la Chiesa» (cioè credo che la Chiesa sia etc etc.) e non si dice: «Credo nel Vaticano» o «Credo il Vaticano».


Angelo Clareno


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