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Il 25 aprile? San Marco!!!
di Stefania Piazzo 25/4/2014
 
 
Il 25 aprile? San Marco!!!

Quando Walter Tobagi, giornalista falcidiato dalle Br, fa un’indagine sul 25 aprile e la resistenza, interpella gli studenti di un liceo e di un istituto tecnico milanese. Cosa sanno e come la giudicano? Le risposte sono incredibili. “Siamo stufi di sentir parlare di Resistenza!!! Siamo stufi di sentir parlare di Fascismo!!! Siamo stufi di sentir parlare di una guerra finita venti anni fa”. Era il marzo del 1965! Tobagi, allora, interpella Giorgio Bocca, un mese dopo. E Bocca, da memoria storica di un pezzo di guerra di liberazione, gli dice: “La stagione resistenziale lascia a un paese che non ama la storia, che non la coltiva, che non ha il coraggio della storia, la prima grande fioritura storica da quando una nazione è unita”. Bocca con uno spirito quasi da retorica risorgimentale, affermava che questo Paese, l’Italia, ignora le proprie origini, non ha un’identità da 100 anni, non legge, non si cura di capire chi è e da chi, eventualmente, si sia reso indipendente, affrancato.


Da una dittatura? Dal fascismo? Da un oppressore? Da un alleato controllore? Da chi? Bocca risponde: basta leggere, finalmente c’è una ricca collezione di volumi. Per la prima volta, qualcosa unisce l’Italia, da quando è una e indivisibile: la resistenza e la manualistica sulla resistenza. Prima, un volgo disperso viveva senza padronanza di un proprio io ideale. Combattere ha creato un'identità. Ma noi dobbiamo parlare qui di un altro 25 aprile, che si incrocia con la storia delle ricorrenze partigiane. Figuriamoci se allora, 50 anni fa, la resistenza era già un orpello, che cosa ne può essere oggi di un’altra liberazione, di un’altra resistenza, di cui non si ha coscienza e conoscenza.


Oggi il 25 aprile è un giorno per fare ponte. Mezzo secolo fa una guerra era già stata archiviata e con lei i dettagli che creavano noia, quando tanto c’era ancora da raccontare e scrivere su tutta la partigianeria che aveva trattato Abele come fece Caino. Figuriamoci parlare di un’altra storia, del 25 aprile come giorno, come festa di San Marco, quando le autorità cittadine della Serenissima sfilavano col leone alato per ricordare il santo evangelizzatore! Folklore, come il “boccolo”, il bocciolo di rosa dato in questo giorno dai giovani alle amate, che diventa nelle valli più a Nord, come l’ Altopiano di Asiago, il cuco, il fischietto come pegno, promessa, desiderio d’amore. Alla rogazione, 40 giorni dopo Pasqua, le ragazze possono ricambiare con l’uovo colorato con le erbe, nella pausa della lunga marcia in località Lazzaretto. Folklore… Oppure c’è dell’altro. Il 25 aprile celebra l’identità, l’ambizione di libertà che nessuno si è preso la briga, se non in poche nicchie di cultura e di informazione, di far conoscere, di far diffondere. Di difendere a voce alta, senza che nessuno censuri. Come la resistenza, ignorata appena girato l’ angolo, perché questo è un Paese, come diceva Bocca, “che non ama la storia, che non la coltiva, che non ha il coraggio della storia”, il 25 aprile di San Marco è un’icona da gita in vaporetto. Se ci sono le bandiere col leone, la foto fa più bella figura, l’arancione sull’ azzurro sta bene. Senza rendercene conto, viviamo in un gulag quotidiano.


Il vero, il verosimile, la disinformazione, la dissimulazione, la bugia, l’intimidazione, il braccio armato della legge, il tintinnio delle manette…, il tradimento, il collaborazionismo, sono gli elementi clou che cementano la nazione. A sgretolare questa somma di poteri, bastano però pochi uomini determinati, una salda minoranza ferma sulle proprie idee, non acquistabili, non barattabili. Insindacabili. Per questo il sistema mette in atto da sempre il controllo della comunicazione, dell’ informazione, del fare giornalismo, sapendo che senza la semina della cultura, nessuna rivoluzione è possibile. Appena 20 anni dopo la resistenza, nel 1965, ce lo raccontava Tobagi, non a caso stroncato dalle Brigate Rosse, la scuola di Stato aveva spazzato via la coscienza di cosa significasse conquistare una libertà e gestirla. Perché a gestirla, per quelle “nuove generazioni”, c’era già qualcun altro. Via un padrone, ne era già arrivato un altro, di 25 aprile in 25 aprile. E ora Abele è vittima di Caino tra gli stessi fautori dell'indipendenza, amici di chi spia e distrugge dall'interno. O no?


Stefania Piazzo


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