Nuovo aggiornamento
Vignette
Barconi e terrorismo: Alfano rassicura...

Storico Vignette

Lavagna
News > Polititca > Il genocidio degli Armeni e la libertà di opinione secondo Strasburgo

Il genocidio degli Armeni e la libertà di opinione secondo Strasburgo
di Giuseppe Reguzzoni 25/4/2014
 
 
Il genocidio degli Armeni e la libertà di opinione secondo Strasburgo

L’Europa delle lobby e delle logge guarda con simpatia all’ingresso della Turchia nella UE. Del resto non è certo un mistero che gli Stati Uniti di Obama premano da tempo in questa direzione, non si capisce bene su quale fondamento giuridico, non essendo gli USA né un paese europeo né, tanto meno, membro della UE. Forse, quindi, non è un caso che sia passata quasi sotto silenzio la sentenza del 13 dicembre scorso, con cui l’Alta Corte Europea per i Diritti dell’Uomo ha dichiarato che la negazione del genocidio armeno rientra tra i diritti della libertà di opinione. L’approssimarsi del 24 aprile, data in cui si fa memoria di quella tragedia storica, è, dunque, una buona occasione per riprendere non solo quei fatti lontani, ma anche le velleità negazioniste cui questa Europa concede spazio. Evidentemente, c’è negazionismo e negazionismo ... Cominciamo, allora, dai fatti. Gli storici, con l’espressione “genocidio armeno” si riferiscono a due distinte serie di eventi. La prima è relativa alla campagna contro gli Armeni condotta dal governo turco tra il 1894 e il 1896, la seconda alla deportazione e all’eliminazione degli Armeni tra il 1915 e il 1916. Nel 1890 nell’Impero Ottomano si contavano circa due milioni di Armeni, cristiani ortodossi, eredi spirituali di una delle più antiche civiltà e tra i primi popoli a convertirsi al Cristianesimo. La prima serie di eventi fu caratterizzata da una serie di pogrom, ampiamente tollerati, se non organizzati, dal governo centrale, che mal tollerava le aspirazioni autonomistiche di questa etnia. Il numero delle vittime non è facile da calcolare, ma si parla di quasi centomila morti. Nella notte tra il 23 e il 24 aprile 1915 ebbero inizio i primi rastrellamenti tra le élites armene, sospettate di essere sostenute dalla Russia, in quel momento in guerra con la Turchia.


Nel giro di un mese furono arrestati più di mille intellettuali armeni, inclusi alcuni deputati. Seguì la deportazione di massa di 1.200.000 persone, a opera soprattutto dei “Giovani Turchi”, il partito che sta all’origine della moderna Turchia. Nel corso di queste “marce della morte” la maggior parte degli Armeni turchi morì di sfinimento, malattia e fame. Altre centinaia di migliaia furono massacrate dalle milizie curde e dall’esercito regolare turco. Negli anni successivi, a ogni ricorrenza del 24 aprile i sopravvissuti della diaspora armena in tutto il mondo iniziarono a far memoria di quella tragedia, al punto che, a poco a poco, ben 21 paesi del mondo hanno ufficialmente riconosciuto quella data, istituendo il giorno della memoria del genocidio armeno. A tutt’oggi la Turchia nega che ci sia mai stato un genocidio. In molti paesi europei, invece, tale negazione è considerata un reato.


La sentenza di Strasburgo del dicembre 2013, pur non negando la verità storica di quei fatti, concede libertà di opinione rispetto ad essi. Alla sua origine vi è un ricorso presentato da Doğu Perinçek , segretario del Partito Turco dei Lavoratori che, in linea con la posizione ufficiale del governo turco, ha sostenuto e sostiene che quella del genocidio armeno sia una “menzogna” internazionale. Perinçek, che, all’epoca, aveva tenuto diverse conferenze revisioniste in Svizzera, era già stato condannato a una pena pecuniaria da un tribunale elvetico, per violazione delle leggi federali contro il razzismo. La sentenza di Strasburgo, peraltro, apre, potenzialmente, la strada a esiti pericolosissimi, a meno che si vogliano fare differenze tra forme di negazionismo. Il rispetto della verità storica dovrebbe essere un dovere primario per tutti. Tra i diritti dell’uomo c’è anche il diritto alla verità, da cui discende il diritto al rispetto e all’onore dovuto alle vittime innocenti. È questo, del resto, uno dei pilastri su cui si regge la civiltà europea. O, forse, si ha in mente un’altra Europa?


Giuseppe Reguzzoni


Seguici anche su:


 
Centro studi L'Insorgente © 2012 - 2014

Insorgente.com è la versione on line de “L’Insorgente”
Registrazione Tribunale di Varese n°846
Editore e proprietario “Centro Studi L’Insorgente” C.F. e P.IVA 95056410126