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La macroregione che domina davvero
di Sergio Bianchini 11/4/2014
 
 
La macroregione che domina davvero

Leggo il titolo del grosso articolo del Corsera sulle scelte degli alunni italiani che termineranno a giugno la terza media. Il titolo è tutto un programma:” Avanzata dei licei nel centro-sud, Lazio da record”. E mi faccio da solo i complimenti per aver da anni contrastato il mito del liceo e della laurea nelle mie trasmissioni radiofoniche settimanali nelle quali puntigliosamente cerco di evidenziare l’importanza della formazione professionale. Poveretta! Malvista da tutti, assegnata da sempre alle regioni e da queste poco sostenuta salvo forse in lombardia, dove la formazione professionale è in costante crescita ma non tanto grazie all’iniziativa diretta della regione, bensì grazie alla saggia e prudente decisione di accompagnare e non contrastare il tradizionale sistema privato e religioso. La Gelmini nei 3 anni della sua azione da ministro della P.I. ha sancito nel 2010 il ruolo marginale dei percorsi tecnici e professionali ribaltando la linea della Moratti, sua compagna di partito ma diametralmente diversa, che aveva impostato una riforma abortita nel 2006. Così gli IPS (istituti professionali di stato) sono diventati corsi di 5 anni a carattere generalista, cioè licei scadenti con un piccolo soffritto di tecnologia.


Ma nonostante i pesci in faccia dello stato la scelta dei giovani verso la formazione professionale aumenta al nord e calano le iscrizioni nei licei. Diversa la situazione altrove. Vediamo dunque le percentuali delle singole regioni circa le nuove iscrizioni al liceo per il nuovo anno 2014-2015:


Lazio 61,7 Umbria 54,7 Abruzzo 54,5 Liguria 54 Campania 52,7 Sicilia 51 Toscana 50,8 Sardegna 50,6 Molise 49,9 Lombardia 49,6 Basilicata 49,1 Piemonte 48,3 Calabria 48,5 Puglia 47,6 Friuli 47,1 Marche 46,9 Emilia R. 43,7 Veneto 42,5


Alla luce dei dati risultano sopra il 50% tutte le regioni tirreniche ad eccezione della Calabria e con l’inserto anomalo dell’Abruzzo. Sotto il 50% tutte le regioni adriatiche, più Lombardia e Piemonte, ad eccezione dell’Abruzzo e con l’inserto anomalo della Calabria e del Molise. Significativa è la differenza tra Marche ed Umbria che pur essendo confinanti lungo la dorsale appenninica hanno percentuali molto distanti, una vicina al dato romano, l’altra vicina al dato emiliano. Anche la Puglia si rivela più vicina alle regioni industriali che alla Campania sua dirimpettaia. Sto facendo un gioco forse poco scientifico ma che mi permette di iniziare un discorso sulle macroregioni in cui andrebbe articolata l’organizzazione della Repubblica se si crede ancora nel federalismo e si escludono le ipotesi catastrofiste e secessioniste che non sono escludibili storicamente ma lo sono oggi dal punto di vista di un progetto politico possibile e dichiarabile. Pur senza essere ufficializzate le macroregioni esistono, sotto la pelle istituzionale uniformatrice e soffocante. Sono in parte figlie di storiche aggregazioni ma anche di nuove relazioni nate con lo stato assistenziale. Ad esempio il Piemonte si è staccato dal centralismo (che ha la sua base sociale nell’alleanza del centro col sud) e la scelta della Fiat di trasferirsi in Olanda ne è una prova lampante.


La Liguria invece sembra molto convinta dell’alleanza col centralismo. Ma vediamo meglio la vicenda del discorso sulle macroregioni. Nel dicembre del “92 la Fondazione Agnelli, in un convegno sul mezzogiorno , presentò una proposta di riorganizzazione delle regioni che le riduceva a 12: Piemonte, Valle d' Aosta e Liguria tranne la provincia di La Spezia; 2. Lombardia; 3. Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia; 4. Emilia-Romagna, provincia di La Spezia; 5. Toscana, provincia di Perugia; 6. Marche, Abruzzo, Molise; 7. Lazio, provincia di Terni; 8. Campania, provincia di Potenza; 9. Puglia, provincia di Matera; 10. Calabria; 11. Sicilia; 12. Sardegna. La F.A. dichiarava: “Vogliamo dare un contributo al dibattito che si sta svolgendo nell' ambito della Bicamerale e che presuppone un rafforzamento dei poteri regionali". L’articolista di Repubblica presentando il progetto commentava così: ” Le regioni che attualmente possono vantare un' autosufficienza finanziaria sono soltanto quattro: Piemonte, Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna. Il residuo fiscale per i piemontesi e per gli emiliani romagnoli è di 1,1 milioni a testa, per i lombardi di 2,3 milioni, per i veneti di 826 mila lire. Se, tuttavia, si considera come acquisito l' obiettivo del governo Amato di azzeramento del disavanzo primario, il gruppo dei "ricchi" si allarga a Lazio, Toscana e Marche. L' équipe di studiosi ha scoperto che le regioni con il maggior deficit tra entrate e spese sono quelle di dimensioni inferiori, il che dimostrerebbe l' importanza di mettere in moto economie di scala nella produzione di alcuni servizi pubblici. “Esiste, cioé, una soglia demografica sotto la quale vengono a mancare i presupposti per una reale autonomia finanziaria", scrivono i ricercatori. Basta questo per cominciare a spazzare via un po' di campanili, rischiare di essere accusati di sposare la causa federalista della lega, rivoluzionare la cartina geografica? “ I cambiamenti maggiori erano relativi alla regione Piemonte, al Veneto ed alle Marche. Il resto rimaneva uguale o quasi, compresa la lombardia, la toscana, il Lazio, la Puglia e le grandi isole. A 20 anni di distanza osserviamo che la fuga in olanda della Fiat ha spazzato via l’idea dell’estensione dalle alpi al mare del Piemonte. Il Veneto sembra voler andare per conto suo. Nelle Marche si parla di una regione adriatica da costruire che arriverebbe fino alla Sicilia seguendo adriatico, ionio e mediterraneo.


Sempre in quegli anni Gianfranco Miglio enunciava nel suo libro “Una Costituzione per i prossimi trent’anni” la sua diversa proposta: …………………


“MACROREGIONI PER IL FUTURO Ho già scritto altrove che bisognerà partire da un ormai improrogabile rimaneggiamento dell’attuale ordinamento regionale, nel senso che le Regioni dovranno essere restituite alla loro fondamentale funzione normativa, e a quella organizzativa dei sottostanti enti locali. Nel rivedere (e aggiornare) l’elenco dei settori di competenza, prescritto dall’articolo 117 della Costituzione (che è ormai superato ed è diventato irrazionale) bisognerà stabilire con chiarezza che le Regioni non sono soltanto autorizzate, ma addirittura tenute a cercare e a favorire accordi tra loro: seguendo e assecondando il naturale intreccio interregionale dei bisogni e degli interessi. Una ricerca condotta anni fa dal compianto professore Innocenzo Gasparini (e purtroppo mai pubblicata) ha dimostrato che le relazioni economiche fra le Regioni padane, fra quelle dell’Italia centrale e quelle dell’Italia meridionale configurano l’esistenza di almeno tre potenziali “macroregioni”. Sono probabilmente proprio queste aggregazioni i futuri soggetti della struttura federale, che potrebbe nascere, pertanto, spontaneamente, senza traumi ideologici e psicodrammi, soltanto assecondandosi il comportamento dei cittadini. Il crisma di un assetto costituzionale formale dovrebbe consacrare, ad un certo punto, questo nuovo modo di essere dell’unità degli Italiani: aggiungendo, alle tre grandi unità particolari di cui ho parlato, le isole, le altre Regioni a statuto speciale, e un “territorio federale” intorno a Roma (anche per risolvere il problema difficile della “città capitale” e del suo statuto). “ ……………………


A quel tempo il federalismo sembrava vincente. Oggi vediamo invece la potenza di un nuovo vento centralista che spira dal centro meridione con alla testa la Toscana. Certo che la Lega non ha mai impugnato davvero la bandiera macroregionale. Non ha mai definito veramente la scelta federalista che doveva necessariamente essere anteposta e perfino contrapposta a quella secessionista. Proprio l’oscillazione quasi schizofrenica tra le due opzioni è a mio parere l’origine vera del ristagno dell’iniziativa della Lega e del suo progressivo inaridimento ideologico e politico che dovremo analizzare meglio.


Sergio Bianchini


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