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Lombardia tradita dai capi lombardi
di Agilulfo 28/3/2014
 
 
Lombardia tradita dai capi lombardi

Ho fatto un sogno, anzi, ho un sogno – I’ve a dream -, ma tutto longobardo, ma, forse era un incubo. Ho visto l’Italia dopo il referendum veneto, non più solo virtuale, ma reale, con tanto di riconoscimenti diplomatici internazionali, accordo con gli USA per mantenere le basi venete (sennò, senza gli States, di indipendenza neanche a parlarne) e ingresso nell’UE, area euro forte, con Germania, Austria, Finlandia e Olanda. Ho visto i prefetti fare armi e bagagli, mettersi in colonna con tre quarti di finanzieri, esercito e carabinieri e oltrepassare il Mincio e il Po: l’Italia alla vigilia del 1866, con il Veneto in giubilo, i lombardi a guardare e il resto stranamente indifferente.


Poi, ho visto i venti miliardi di residuo fiscale veneto, trasferito su Lombardia, Emilia e Piemonte: alla prima, dieci miliardi secchi, cinque ciascuno agli altri due. I Lombardi, si sa, sono ubbidienti. Borbottano, si lamentano, ma poi si mettono in coda all’Agenzia delle Entrate, sotto la pioggia o sotto il sole. Alla televisione Sua Maestà il Re, con alle spalle il Tricolore e la celeste bandiera europea, esortava gli italiani alla reciproca solidarietà, lodava il senso della responsabilità del Governo Romano, che aveva evitato una guerra civile, e invitava le parti “più progredite del Paese” a fare sino in fondo il loro dovere fiscale. Uno strano personaggio, barbuto come un muezzin, accompagnato da un ometto con gli occhialini rossi, strillava, chiedendo l’autonomia per la regione Lombardia. Intanto, misteriosi foglietti giravano, con nomi altrettanto misteriosi, tra i colli fatali di Roma. Nomi lombardi, si intende, i migliori, i più competenti, i più ubbidienti “a logiche finalmente meritocratiche”, perché ora, gridava l’ometto, “la priorità è Expo, dove l’Italia farà la sua bella figura”.


La Lombardia si lamenta, ma, poi, ha la sua valvola di sfogo, una pentola a pressione, dove i Lombardi son cotti e tassati a dovere, che, però, almeno, è una valvola tutta Made in Lombardy. Roma-Roma e Roma-Milano si stringono forte e, come scriveva tanto tempo fa un grande lombardo: “Col novo signore rimane l’antico; / L’un popolo e l’altro sul collo vi sta. / Dividono i servi, dividon gli armenti; / Si posano insieme sui campi cruenti / D’un volgo disperso che nome non ha”.


Agilulfo


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