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Veneto: se la sinistra ha votato l'indipendenza
di Stefania Piazzo 28/3/2014
 
 
Veneto: se la sinistra ha votato l'indipendenza

Anche la sinistra ha votato per il referendum sull’indipendenza veneta. Tanto, conseguenze istituzionali e costituzionali non ce ne sarebbero state. E l’indicazione dentro al Pd è stata: votate liberamente. Il risultato complessivo è notevole e per certi versi quasi scontato. D’ altra parte la dichiarazione d’indipendenza della Padania non venne pronunciata nel 1996 a Milano o a Torino ma a Venezia.


La sede del governo della Padania, simbolica quanto si vuole, ma concreta, fu in un palazzo di Venezia e non nella capitale dell’Expo 2015, a Rho Fiera o nella piana di Benevento. Ciò significa che la storia ha il suo peso e determina sempre sedimenti che la politica prima o poi va a pescare per rigenerare se stessa o per rimpolpare le scarne schiere ideali dei propri generali. Sul referendum si è scritto di tutto, si è visto di tutto, cosa c’è da aggiungere? La prima ovvia domanda che si pone un cronista che guarda con dovuto distacco l’evento: e quindi? La domanda “e quindi?” si impone dopo e durante la sbornia. Che cosa cambia negli equilibri di governo? Niente. Cosa muta negli equilibri della politica veneta? Qualcuno può riposizionarsi su velleità indipendentiste potendo passare un domani all’incasso e dire: io sono stato con voi, favorevole. Che cosa cambia nella politica della sola forza che, allo stato attuale, vanta la parola indipendenza nella propria ragione sociale? Nulla. Nessuna indipendenza dalle poltrone, dai quadrupli incarichi, dall’inabissarsi dell’idea di indipendenza. Oggi altre sono le questioni. Chiedersi come mai ad esempio vi sono commissari delle ex Province che siedono in tre o quattro consigli di amministrazione, portandosi a casa più di 350mila euro l’anno. Nella sola Lombardia. E chissà quanti altri casi silenti non si conoscono.


L’indipendenza è una bella cosa, ma la giustizia sociale abbraccia tutto l’universo mondo e fino a quando vi saranno politici grassi, senza problemi di fame la sera o già alla seconda settimana del mese, avere anche l’indipendenza con simili mister sarebbe come aver vinto lo scudetto e restare però sempre sotto le medesime grinfie della falsa democrazia. Un po’ come quella di ora, che ci fa votare per far decidere a chi ci toglie il diritto a sapere. Il problema resta quello della classe dirigente e dei partiti che la alimentano. Senza l’alternanza, non c’è libertà ma una delega in bianco. La sinistra, si diceva, ha votato per il Veneto indipendente, e io partirei da questo aspetto. Come all’estero, si può essere indipendentisti di sinistra, di destra, di centro. In Italia no. Oggi chi ha spinto o sospinto con fortune e disgrazie verso questa meta, stava solo da una parte. E quella parte oggi vibra di gioia perché la Le Pen, nazionalista fino all’ultimo pelo in testa, ha sfondato in Francia alle amministrative.


Io chiedo di chiedere agli alleati padani della Le Pen cosa avrebbe votato la signora che detesta i bretoni davanti al quesito referendario. Avrebbe stracciato il Leone o baciato il tricolore, come fa a casa propria, negando il libero esercizio dell’identità per non imbastardire l’identità nazionale col suo inno e la sua lingua ufficiale? Sull’indipendenza non c’è dialogo. C’è furto di idee: Grillo che le frega a chi ha sputtanato un progetto, la Lega che le rilancia alleandosi con la destra del Lazio e la Giovane Italia, Forza Italia che spinge per demolire le regioni come sono (in 40 anni sprechi, corruzione, scandali, spese folli, trans, festini e altro da ricordare?). Eppure il movimento naturale degli stati è verso la loro lenta ma progressiva dissoluzione. C’è una evoluzione in corso, afona politicamente, perché i soggetti chiamati a ricostruire, che stanno oltre la destra, la sinistra e gli indipendentisti per sport e poltrone, non hanno ancora iniziato abbastanza a confrontarsi. Non è dunque la “generazione Renzi” a salvare quel che resta ma lo sarà la costruzione prepolitica di qualcosa che va sponsorizzata in ogni luogo d’informazione. In Francia ha vinto il vecchio, vincono ancora gli schemi del passato, la sinistra o la destra o l’ultradestra. In Italia gli indipendentisti si alleano con gli ex fascisti, per andare dove non si sa. Forse a Ostia a prendersi un posto al sole.


Sono tutte alleanze con il passato, per conservare il potere. Ma il tarlo resta: nelle urne referendarie venete c’è anche il voto della sinistra che non pensa più alle ideologie e che pensa invece all’appartenenza ad un territorio. Il territorio è il partito, il luogo d’incontro, e tutto ciò che lo alimenta per sviluppare la coscienza di una ribellione; è l’ anello che mancava. C’è chi questo anello lo guarda e sta alla finestra. E dice: vai avanti tu, andate avanti voi che poi vediamo come va a finire. Come se, stando in attesa del ritorno del Messia padano, si potessero risistemare le carte e far tornare di nuovo le cose come prima, posti e nomine compresi. Meglio insomma, restare coperti, non esporsi. Non funziona più così. Con chi state? Con la Le Pen, con Renzi, con un "Capo" che vive di ricordi, con la suggestiva nostalgia che possa capitare ancora qualcosa per sistemarsi da qualche parte, oppure state con il superamento di un confine ideologico, che vede i più avveduti politicamente spingere dall'ex sinistra come dall'ex Lega ad una idea di gestione del territorio oltre questo Stato dei commissari delle ex Province o dei commissari prefettizi o dei podestà laziali? Un po' di palle, per favore. Su la testina.


Stefania Piazzo


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