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Suvorov, un generale russo che seppe farsi amare da Veneti e Lombardi
di Giuseppe Reguzzoni 28/3/2014
 
 
Suvorov, un generale russo che seppe farsi amare da Veneti e Lombardi

Aleksandr Vasilevič Suvorov fu uno dei più grandi generali russi di tutti i tempi, anche se i suoi rapporti con la corte e con lo zar non fu sempre dei migliori. Alla fine del 1798 la situazione militare degli Alleati nella lotta allo strapotere napoleonico era drammatica. Suvorov, a quell’epoca, aveva alle spalle numerose campagne militari – contro Turchi, Prussiani e Polacchi - ma era inviso alla corte, non ultimo perché persona onesta ed estremamente morigerata. Da qualche tempo, viveva quindi ritirato, dedicandosi a una sua piccola tenuta agricola. Su pressione degli alti comandi di mezza Europa lo zar Paolo I, che non lo aveva in simpatia, lo reintegrò nel ruolo di generale di Stato Maggiore, affidandogli il comando delle operazioni nel Nord Italia. Il 14 aprile 1799, alla guida di un contingente austro-russo, Suvorov raggiunse Vicenza e lanciò un appello ai Veneti e ai Lombardi, chiamandoli alla resistenza contro l’occupante francese, in nome dei valori della tradizione, della religione e della proprietà. Due Europe erano l’una di fronte all’altra, non conciliabili. Le armate francesi piantavano gli alberi della libertà nelle città padane, ma, ovunque arrivassero, facevano terra bruciata di secoli di tradizioni e cultura identitaria, perseguitavano la fede cattolica e confiscavano i beni del popolo, in nome della Rivoluzione. Le terre a sud delle Alpi erano divise: la borghesia cittadina, in primo luogo milanese, stava, anche per convenienza, in gran parte con gli “ideali” della Rivoluzione, il popolo delle campagne e il proletariato delle città vedeva semplicemente aggiungersi all’oppressione di sempre, l’offesa dei propri valori e tasse nuove e crescenti, con in più la beffa di un’ideologia apparentemente egualitaria. All’appello di Suvorov risposero a migliaia. Secondo documenti che ci danno cifre approssimate per difetto, furono almeno diecimila i lombardi e i veneti, abili alle armi, che si arruolarono spontaneamente.


I Francesi furono sconfitti, prima a Cassano d’Adda, poi sulla Trebbia, e ancora a Novi, dove perse la vita il loro comandante, generale Joubert. A ogni vittoria cresceva il numero dei volontari lombardi e veneti. Ogni volta l’avanzata militare era accompagnata e preceduta da insurrezioni popolari contro i “paracarr”, come venivano popolarmente chiamati i soldati francesi, con un’espressione ripresa, poi, anche dal grande poeta milanese Carlo Porta. Ma, proprio all’apice delle sue vittorie, Suvorov dovette fare i conti con la sconfitta degli Austro-Russi a nord delle Alpi, nella battaglia di Zurigo, e con la conseguente defezione degli Austriaci. Abbandonato da questi ultimi, il vecchio generale russo, pur mai sconfitto in battaglia, dovette ritirarsi verso nord, attraversando le Alpi in pieno inverno, con un’impresa che, sino ad allora, aveva come unico precedente quella compiuta da Annibale. Vi riuscì, salvando gran parte del suo esercito, ma lo zar Paolo I non gli si dimostrò riconoscente.



Monumento a Suvorov sulle Alpi svizzere, tra il Gottardo e Göschenen

Monumento a Suvorov sulle Alpi svizzere, tra il Gottardo e Göschenen

Morì, solo e ormai gravemente malato, a San Pietroburgo, nel maggio 1800. A breve distanza, però, lo seguì anche Paolo I. Il suo successore, lo zar Alessandro, che di lì a pochi anni avrebbe celebrato la vittoria su Napoleone Bonaparte e la liberazione dell’Europa nei campi di Lipsia (1814), volle onorarne la memoria con un monumento, a lui dedicato, nel Campo di Marte di San Pietroburgo. La sua opera e la sua missione furono portati avanti dal suo discepolo prediletto, il generale Michail Ilarionovic Kutuzov, colui che distrusse le armate francesi nella Campagna di Russia, aprendo la strada alla vittoria finale. Di Suvorov la tradizione popolare lombarda e veneta conservò a lungo il ricordo. I soldati che con lui avevano combattuto ricordavano che usasse dormire sulla paglia come loro, che con loro condividesse il rancio e i disagi e che sempre, lui, cristiano ortodosso osservante, rispettasse la loro fede e le loro usanze. Si tratta di un capitolo dimenticato della nostra storia che, guarda caso, coincide in gran parte con la storia delle insorgenze, vale a dire degli spontanei moti popolari contro l’occupazione francese e la distruzione della storia millenaria dei popoli cisalpini in nome dell’ideologia rivoluzionaria.


Giuseppe Reguzzoni


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