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Quale Federalismo?
di Riccardo Gramegna 14/3/2014
 
 
Quale Federalismo?

Si parla tanto di federalismo, ma sembra che nessuno abbia le idee chiare…

Si fa riferimento a sperimentazioni in atto qui e la… alla tedesca, alla svizzera, all’americana, ma sembra che nessuno sa davvero cosa vuol dire un stato federale. Gia' non sappiamo come vivono i tedeschi, gli svizzeri e gli americani il loro essere cittadini di uno stato federale… Son contenti? Son felici? Sono liberi? Probabilmente no, quindi perche’ rifarsi al loro modello e non cercarne uno nuovo, originale, che possa ispirare altri ad adottarlo?

Poca fantasia? Certamente, ma non si puo’ farne colpa ad alcuno… molti cervelli si sono alienati, altri rassegnati e depressi, e quelli impegnati e delegati a creare le nuove istituzioni europee sono tutti condizionati a portare a casa risultati per la loro ‘nazionale’… sono ancora tutti nazionalisti, rappresentano gli stati e gli interessi nazionali, sono dentro le commissioni per mantenere lo status quo, gli stati, i governi, le burocrazie e tutto il resto… Come si puo’ aspettare da loro che creino uno schema nuovo di federalismo europeo, equo e giusto per il cittadino europeo, che possa garantire una civile e serena convivenza dei popoli nelle loro comunita’? Infatti, ultimamente, si parla sempre piu’ di Stati Uniti d’Europa, una federazione di stati,.. si parla di stati membri, dando per scontato che si vada in quella direzione. E in quella direzionein effetti, stiamo andando, ma c’e’ vento di bonaccia, stallo. Avete sentito di recente notizie sull’avanzamento dei lavori per la costituzione dell’Europa? Qualche proposta per l’unione politica nello Stato Europa? E’ tutto fermo, mentre gli stati nazionali sono tutti, chi piu’ chi meno, in crisi di precarieta’ politica, economica, sociale, impegnati tutti a mantenere le posizioni, i sistemi da cui ricavano i privilegi.

Dato dunque che da quella parte non vedo attivita’, e tanto meno creativita’,ho deciso di tirare fuori dal cassetto alcune idee che mi ero fatto alla fine del secolo scorso, nell’ultimo decennio, gli anni novanta.

Quando ero ragazzo, anni sessanta, andavo alle riunioni del movimento federalista, a Novara e ricordo la campagna “No all’Europa degli Stati, Si all’Europa dei Popoli”, Altiero Spinelli, il manifesto di Ventotene… ricordo Giuseppe Mazzini, la giovane Italia e la Giovane Europa, studiati a scuola e letti a casa e ricordo anche che quando ho fatto un’esperienza ‘politica’ nel 75, eletto al Consiglio provinciale di Novara per il PRI (partito fondato da Mazzini), in una campagna elettorale incentrata sullo slogan “no alle province, si ai comprensori”, fui delegato nel 77 a rappresentare la Provincia al neo costituito Comprensorio del V.C.O. (Verbano, Cusio, Ossola) dove mi nominarono Presidente. Dopo pochi mesi io diedi le dimissioni da tutte le cariche politiche e me ne andai, come scrissero i giornali, come Cincinnato, per fondare una cooperativa agricola biologica. Quella esperienza del Comprensorio mi aveva pero' aperto delle finestre sul futuro delle autonomie locali, specialmente dei territori montani. Superare i campanili, spesso troppi e troppo piccoli, e fare una programmazione del territorio su una scala sovracomunale, il bacino d’utenza dei servizi pubblici… gia’ si stava formando una organizzazione territoriale con una certa (per modo di dire) autonomia… la USL nella sanita’, il distretto scolastico nell’istruzione, le ATL per il turismo, ma tutto era ancora troppo condizionato dai bilanci e dalle competenze frazionate tra stato, regione, provincia, comunita’ montane e comuni, per cui i Comprensori sono stati un fallimento. Ma l’idea di un territorio omogeneo che fosse in grado di programmare il suo sviluppo e potesse anche autonomamente e direttamente gestire i servizi ai cittadini si era ormai sedimentata nella mia mente.

Mi sono poi occupato di altre cose, dopo che avevo lasciato la politica amministrativa, ma ho continuato a monitorare l’evoluzione della politica nazionale, regionale, provinciale e comunale con l’ottica di chi ci ha partecipato e ha capito come gira la giostra ( e per quello se ne era andato).

Nell’82 sono andato in India… un giro di sei mesi sulle orme di Gandhi e ho scoperto che il Mahatma aveva un progetto federalista per l’India liberata dal colonialismo… una federazione di villaggi. Gandhi non voleva una federazione di stati (come invece si e’ realizzato) ma una federazione di autonomie locali, libere, autonome e, se possibile autosufficienti, unite nella solidarieta’ e negli scambi delle loro diversita’. Democrazia diretta, partecipazione, condivisione… Cibo per la mente e ci ho masticato su parecchio.

Tangentopoli e’ stato un momento magico… il crollo del sistema! Lo sputtanamento della classe dirigente della partitocrazia, la corruzione e l’ingiustizia del sistema repubblica, facevano ben sperare che si aprisse una stagione creativa… la fine di un sistema e la possibilita’ di alternative ‘diverse’… Il trattato di Maastricht, l’abolizione delle frontiere, l’istituzione della cittadinanza europea, rendevano forse possibile la metamorfosi culturale. Quando e’ uscita la Lega, ho sperato che avessero un progetto per le autonomie locali, che avessero intenzione di smantellare il nazionalismo, che mettessero in discussione lo stato centralista e avviassero un processo culturale di ampio respiro ma, tranne qualche scossone scissionista, non hanno ancora oggi dato un’idea di che tipo di federalismo hanno in mente. Lo scissionismo padano ha solo sortito l’effetto di ridare energia al nazionalismo, alla bandiera tricolore, all’inno di Mameli e la minaccia della secessione ha dato vento alla strambata a destra della barca Italia, vestita di azzurro, al grido dei tifosi nazionali… “forza Italia”…

Allora mi son detto… ok, la prima repubblica e’ sopravvissuta all’ictus e si e’ ripresa, ma non dura, non puo’ durare. Il sistema si regge sulla fiducia e il rispetto, e questi suoi pilastri portanti sono stati lesi, incrinati, non possono reggere all’infinito. E cosi’ ho cercato una sintesi del progetto di Gandhi per l’India per tradurlo in una possibile ‘rivoluzione non-violenta’ per l’Europa. Una rivoluzione culturale, un cambiamento radicale non violento nell’organizzazione sociale e istituzionale dei cittadini europei.

Se e' vero che siamo gia’ cittadini europei, e lo siamo, a tutti gli effetti, cittadini comunitari, dovremmo avere una comunita’ di residenza. Adesso che siamo ancora, anche, cittadini italiani, siamo residenti in un comune, in una provincia, in una regione, le autonomie locali della prima repubblica italiana, ma da cittadini europei, comunitari, dovremmo avere una comunita’ europea di residenza, una autonomia locale europea libera, autonoma, autogestita.

L’Europa unita politicamente, diventa uno stato nuovo, unico, con un unico inno e una unica bandiera (che gia’ ci sono) su tutto il territorio ‘euro-nazionale’… una unica rappresentanza diplomatica all’estero, un unico esercito (fino a quando capiremo come riciclare le risorse umane che ci lavorano), un parlamento, un governo federale… e la rete delle autonomie locali.

C’e’ chi pensa all’Europa degli stati, chi delle macro regioni, delle etnie e delle regioni, ma se mettiamo il cittadino alla base della costruzione dell’Europa, il primo livello a cui pensare per l’organizzazione dello stato federale e’ la comunita’ locale, il bacino d’utenza dei servizi pubblici. Per questo che ho pensato che il comprensorio fosse una dimensione ottimale per la nuova autonomia locale europea. Democrazia diretta, un governo locale, una tassa locale, una compartecipazione dei cittadini residenti nella gestione dei servizi comunitari, una fitta rete di relazioni consortili con le altre comunita’ europee, vicine e lontane. E poi? Una tassa federale per le spese del governo federale, espresso dai rappresentanti eletti delle comunita’.

E gli stati nazionali? In pensione, anzi in liquidazione. Con gli enormi debiti che si ritrovano, tutti gli stati nazionali europei, potranno negoziare con le comunita’locali, la remissione dei debiti statali in cambio della cessione delle quote del patrimonio demaniale e infrastrutturale, dallo stato, regione, provincia e comuni alla comunita’ europea di competenza… non posso dare qui i dettagli, ma le soluzioni pacifiche e nonviolente per un ritiro dalla scena degli stati nazionali, dei loro vari sistemi di sistemi, burocrazie e legalita’, ci sono e si possono trovare con facilita’ in un clima di ‘liberazione’.

Capisco ora come dieci anni fa questa idea poteva sembrare ‘utopica’ e impossibile, ma adesso forse,ci sono nuove condizioni favorevoli perche' possa essere compresa. Fin da allora mi ero convinto che una tale rivoluzione non si sarebbe potuta fare con una mobilitazione del consenso. Quelli a cui parlavo della proposta mi prendevano per matto, visionario, fuori di zucca…. Allora mi sono convinto che bisognava aspettare il graduale aggravarsi delle patologie croniche dei nazionalismi della vecchia Europa, avere pazienza e comprensione, come si fa con i vecchi genitori, malati di sclerosi e di demenza senile, ma intanto organizzarsi per il funerale e la presa in consegna dell’eredita’.

Ho seguito le vicende degli scandali a ripetizione.. calciopoli, vallettopoli, bancopoli e tutto il resto e le ho viste come scosse di terremoto che hanno aperto crepe profonde nei pilastri della credibilita’ dei sistemi e le ho viste anche come sintomi di aggravamento delle varie patologie dei sistemi degli stati, al punto che ho cominciato a considerarli malati ‘terminali’.

Il popolo intanto sta covando rabbia e indignazione. La precarieta’ su tutti i fronti non e’ facile da fronteggiare senza preparazione psicologica e le provocazioni di verita’ scandalose, che vengono a galla come bolle di biogas dal cumulo di letame, rischiano di scatenare la violenza della frustrazione negli stadi, nelle piazze, nelle scuole, nelle fabbriche e nei cantieri.

Quale sara’ il punto critico del collasso degli stati? Probabilmente l'economia, i soldi, la recessione economica. Le poverta’ dilaganti portano sempre meno soldi nelle casse dello stato. Fabbriche che chiudono non pagano piu’ i contributi e chiedono la cassa integrazione… chi non ha i soldi per tirare la fine del mese, non andra’ dall’usuraio per pagare le tasse, non le paghera’ e basta… e se lo fanno in tanti, tutti insieme, lo stato e’ nella merda, senza i soldi per pagare gli stipendi e le pensioni, i debiti e le spese correnti… bancarotta.

Non e’ la prima volta che succede ad uno stato e anche recentemente si e’ cominciato a parlare di stati sull’orlo del fallimento… Quando le entrate non sono sufficienti a coprire gli impegni di spesa e i creditori diventano impazienti e chiedono il rientro, e non ce n’e’… qualcuno chiede il fallimento, la liquidazione coatta.

Per questo che nella proposta gandhiana si preferisce la liquidazione volontaria… offrire, prima del collasso, una via di ritirata onorevole e senza sofferenza ai responsabili dei sistemi moribondi… i gerarchi e gli oligarchi vadano a casa e tornino ad una vita normale, nelle loro comunita’… non ci serve processarli ma ci serve perdonarli per poterci liberare di loro definitivamente e della loro cultura statalista e centralista.

E voila’ la comunita’ diventa il centro della vita civica e civile dei cittadini europei. Quando cade un regime o un sistema, come e’ accaduto tutte le volte che c’e’ stato un crollo o una caduta, c’e’ disorientamento, attesa, dibattito sul da farsi e in quel momento vengono fuori uomini nuovi, col buon senso il coraggio di nuove proposte e nelle comunita’ si formeranno comitati, assemblee e si organizzeranno esperimenti che faranno notizia, che saranno di esempio e di modello.

Per questo ho scelto la mia Comunita’ di residenza, le Valli del Sesia, per esemplificare l’alternativa possibile allo stato nazionale, all’Europa degli stati, al federalismo della Padania, alla democrazia delegata agli oligarchi dei partiti, al centralismo burocratizzato… insomma non dobbiamo per forza tenerci tutto come e’ perche’ non ci sono alternative… Le alternative ci sono e, al momento giuto, verranno fuori.


Riccardo Gramegna
valsesiacomunitaeuropea.blogspot.it


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