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La trama del Colle: lo aveva scritto già il Grigiocrate due anni fa
di Stefania Piazzo 17/2/2014
 
 
La trama del Colle: lo aveva scritto già il Grigiocrate due anni fa

Eppure era stato scritto quasi due anni prima che ne parlasse Alan Friedman. Di Monti e di quell’accordo così chiacchierato con Napolitano per la detronizzazione di Berlusconi nel’estate del 2011. Deve avere fatto un salto sulla sedia da sincope il giornalista Davide Lazzeri, saggista, direttore del think tank il Nodo di Gordio, che, assieme ad Augusto Grandi giornalista del Sole 24 Ore, e Andrea Marcigliano, saggista di geopolitica, aveva steso una “biografia” non autorizzata e sincera sulla scalata al trono del professore. Con tanto di accordo prematrimoniale. Stava insomma già scritto chi fosse, da dove venisse e chi lo avesse destinato a chiudere il cerchio. Il Quirinale. E, dietro, la sequela di grosse amicizie che il saggio di Lazzeri ripercorre. Nulla più inedito dell’edito, recita un adagio del nostro mestiere. E, anche in questo caso, la legge non si smentisce. Solo che bisognava che qualcuno scegliesse i tempi giusti per dimostrare l’ingombro di alcune istituzioni e, quel che serviva ora, la lenta capitolazione di un governo che ha pure avuto la faccia tosta di difendere l’indifendibile.

Per chi ama la storia, invece, e comprende le mosse della politica dalle scansioni temporali appunto della storia politica, vale la pena rileggere alcuni passi del saggio che non doveva avere evidentemente la strada aperta come quella di Friedman ora. Compresa l’antifona, no?

Perché il trio Lazzeri-Grandi-Marcigliano marcia subito compatto verso il sodo.

Leggete qui:
“Ciò che si deve fare è ben chiaro ai tecnici del governo fin dalla loro nomina. Anzi, nel caso di Monti, anche prima. In molti editoriali pubblicati sul «Corriere della Sera», il Grigiocrate aveva tracciato le linee direttrici della sua visione sulla politica economica per l’Italia di domani. Ma c’è un fatto singolare, confidato da Giacomo Vaciago, suo stretto collaboratore: «Monti al programma ci lavorava da quattro mesi». Viene accreditata così l’ipotesi di un intrigo, una congiura di palazzo per rovesciare il governo di Silvio Berlusconi, avvenuta tempo prima delle dimissioni del Cavaliere, costretto poi a cedere il passo sotto la pressione congiunta del Quirinale e dell’attacco speculativo ai titoli di stato italiani da parte dei mercati finanziari internazionali”.

La prima rivelazione la fa Vaciago

Dunque, spread o non spread, mesi vuol dire estate. Questa è la conferma e la dà in anteprima assoluta Giacomo Vaciago. Scrivono ancora i tre autori: “Una tela pazientemente tessuta per mesi, dunque, con il Colle nel ruolo di regista non proprio occulto dell’operazione e la progressiva «ostensione» massmediatica del Professore della Bocconi. Un incalzante tam-tam su stampa e televisioni durato settimane, per incoronare l’uomo giusto per il dopo Berlusconi”. Il Grigiocrate veniva presentato alla stampa a metà giugno 2012. Incredibile, vero? Ma non tutto si fa da soli. Serve una tela ampia e solida. Eccola, ad ampio raggio e saltabeccando qua e là tra le pagine del libro inchiesta.

La “crusca” economica

“Ma Monti non è la Thatcher, e non è nemmeno mai stato un uomo solo al comando. Deve troppo, infatti, alle amicizie e ai rapporti personali che è riuscito a intessere negli anni. Cruciali per la sua inarrestabile ascesa sono stati i rapporti coltivati nei periodi trascorsi a Bologna e Torino con Franzo Grande Stevens, Romano Prodi e Beniamino Andreatta. Anche la sua nomina a Rettore e, successivamente, alla Presidenza dell’università Bocconi di Milano, si mormorava, non era affatto estranea a questi consolidati legami, tanto da far pensare a un’astuta mossa proprio di Andreatta e Grande Stevens per garantirsi una sponda «amica» in Bocconi, fino a quel momento guidata, per quasi vent’anni, da Giovanni Spadolini. Non è del tutto casuale, quindi, che nel periodo montiano della Bocconi, siano confluiti nell’ateneo della Madonnina numerosi professori «bolognesi» e targati Il Mulino, la casa editrice molto vicina agli ambienti prodiani. Così come si aprono in quegli stessi anni le porte del finanziamento di Banca San Paolo all’Università milanese.
Una girandola di intrecci e favori che ruotano intorno alla finanza cattolica, e risalgono fino all’epoca degli scandali legati al crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e alle misteriose operazioni dello Ior, la banca del Vaticano, guidata da Monsignor Marcinkus, quando Beniamino Andreatta era ministro del Tesoro”.

Sinistra e massoni insieme

Giusto per capire con che stinco di santo si è avuto a che fare, e per quale stinco di santo il popolo viola, rosso e… grigiocrate abbia esultato in piazza, riempiendo ogni interstizio esterno alle strade che davano al Quirinale, quella sera in cui tutta la sinistra esulto per le dimissioni di Berlusconi. Festeggiavano per questo idolo Mammona. Un capolavoro mediatico senza precedenti, in cui i poteri forti sono riusciti a fagocitare il consenso del cosiddetto popolo e di chi vedeva nel cambio della guardia l’arrivo di un missionario comboniano piuttosto che di un vampiro di sovranità.

Sputtanata la sovranità

Infatti scrivono gli autori: “Dunque, il professor Monti non agisce da lupo solitario. Il ruolo del Lone Wolf non gli si addice, prediligendo la logica del branco. «La sovranità appartiene al popolo». Non dovrebbe essere difficile da ricordare. Eppure a quasi nessuno è venuta in mente questa breve frasetta quando i grigi tecnocrati hanno spiegato che loro, i governanti, rispondevano ai mercati internazionali. E il popolo? E la Costituzione sovrana? E l’indipendenza nazionale? Perfino il Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, sponsor principale dell’esecutivo guidato da Mario Monti e indiscusso regista del suo arrivo a Palazzo Chigi, ha cominciato a nutrire qualche dubbio sulla reale capacità di uscire dalla palude recessiva utilizzando esclusivamente la leva fiscale in una sola direzione: quella di un aumento delle tasse. «La crescita non basta invocarla» ha detto un Presidente della Repubblica stizzito dopo 100 giorni di governo del Professore della Bocconi”.

Il Colle ci è o ci fa

Altri dubbi, ancora, sul Colle: “ Ma davvero il nostro grande «socialista riformista» sul Colle ha avuto sempre ben chiare tutte le sottili, o sottilissime, implicazioni economiche, politiche, sociali dell’intera «grande operazione», da lui stesso promossa?”. Perché l’operazione non ha convinto neppure all’estero. “Per guarire la malattia che affligge l’Italia – fanno notare all’estero – i tecnici al governo stanno somministrando dosi massicce di farmaci che rischiano di ammazzare il paziente. È questa l’analisi di Christopher Emsden pubblicata sul «Wall Street Journal» del 4 aprile 2012 con il titolo Italy austerity poses threat to economy. La politica di austerità italiana avviata con il nuovo governo costituisce, insomma, per il qualificato quotidiano finanziario americano, un’autentica minaccia per l’economia. Esortazioni, quelle di Napolitano, che fanno sembrare un ricordo sbiadito l’autentico blitz di novembre che portò alle dimissioni di Berlusconi, quando «congedato dai mercati – come ha scritto Philippe Ridet su “Le Monde Magazine” il 26 febbraio 2012 – e snobbato dai politici, il 16 novembre il Caimano aveva abbandonato la scena e ceduto il posto all’austero Mario Monti», si è passati a una sbrigativa nomina del nostro Grigiocrate a senatore a vita”.

Col peggio del peggio

Ma ricordiamo per chi la sinistra ha esultato. “Rappresenterà forse un’anomalia Mario Monti faccia parte sia del Bilderberg Group sia della Trilateral Commission? Non un membro qualunque della Trilateral peraltro, ma un socio investito della carica di Presidente del ramo europeo nel triennio 2010-12. Incarico cui ha abdicato solo il 21 aprile 2012, a più di 150 giorni dal suo insediamento a Palazzo Chigi, in favore del predecessore di Mario Draghi alla presidenza della Bce, il francese Jean-Claude Trichet, chiamato a portare a termine un progetto avviato proprio da Monti e finalizzato a definire una nuova architettura di governance dell’Europa. Uno studio, curato da Giuliano Amato, che verrà illustrato durante i lavori del meeting europeo nel novembre 2012 ad Helsinki”.
Comunisti e mondialisti insieme? Sì, perfettamente coniugati, tanto le ideologie non ci sono più. Tanto che l’interrogativo ben riposto nel saggio fa sintesi di questa conclusione: “Oppure ci troviamo di fronte all’ennesima casualità della storia per cui, organismi di dichiarata fede mondialista, riescono a posizionare i loro uomini ai vertici delle istituzioni nazionali e internazionali? Rifuggiamo nuovamente dalla logica complottista, permettendoci di ricordare, tuttavia, che i partecipanti a questi incontri godono di una particolare «fortuna» negli incarichi che sono chiamati a ricoprire.

Il precedente di Romano Prodi. Verso il governo mondiale

Così è stato per Romano Prodi che, dopo la sessione del gruppo Bilderberg avvenuta nel 1999, viene nominato lo stesso anno presidente della Commissione Europea. Domande e questioni sollevate a più riprese da alcuni autorevoli analisti come Gilbert Larochelle, docente di filosofia politica presso un’università canadese, che scrive nel 1990 un volume dal titolo L’imaginaire technocratique. Così come le analisi di William Vincent Shannon, ex ambasciatore statunitense in Irlanda sotto la presidenza di Jimmy Carter, che descrive i membri del Bilderberg operosi nella costruzione dell’era del post nazionalismo: «quando non avremo più Paesi – scrive Shannon – ma piuttosto regioni della terra circondate da valori universali. Sarebbe a dire, un’economia globale; un governo mondiale (selezionato piuttosto che eletto) e una religione universale. Per essere sicuri di raggiungere questi obiettivi, i Bilderberger si concentrano su di un approccio spiccatamente tecnico e su una minore consapevolezza da parte del pubblico in generale».

Le coincidenze non sono un caso

C’è un comune denominatore in tutta questa trama sottile ma non troppo. E ripercorre la finanza di mezzo mondo, soprattutto quella degli ultimi anni, quella che ha azzerato lo sviluppo, portato il governo sotto il controllo delle banche, e dirottato le decisioni in nome della finanza. Che governa i parlamenti. “Tuttavia, a conferma del ruolo cruciale giocato da Goldam Sachs a livello globale, sarebbe sufficiente leggere gli scritti di William Cohan, giornalista di Bloomberg ed ex banchiere, autore del volume Money and Power: How Goldman Sachs came to rule the world, piuttosto che il capitolo dal titolo In Goldman Sachs we trust, presente nel libro The Great Crash dello storico economista John Kenneth Galbraith, in cui si racconta di come Goldman, attraverso il suo «azzardo» speculativo, abbia avuto un ruolo determinante nel crollo del 1929. Nulla in confronto alla singolare coincidenza che le ondate di vendite di titoli di stato italiani del 10 novembre 2011 siano state innescate proprio da Goldman Sachs. Il giorno prima, Mario Monti era stato nominato senatore a vita e, una settimana dopo, Presidente del Consiglio. Il moral hazard è, dunque, parte integrante del dna di Goldman, così come denunciato a marzo 2012 da un suo ex manager.
Come ha potuto un presidente della Repubblica dall’intelligenza politica così acuta, cedere davanti ai garanti dei poteri fortissimi?
“Altro elemento che ha, appunto, sentore d’antico, è l’investitura di Mario Monti. Che non è stato eletto dal «popolo», né dagli «eletti dal popolo» – quindi in discontinuità tanto dal modello plebiscitario e populista caro a Berlusconi, quanto da quello parlamentare e compromissorio vagheggiato da ex Dc e nostalgici d’ogni colore della Prima Repubblica – bensì nominato dall’Alto. Ovvero «investito». Investitura che gli è venuta, direttamente, dallo stesso Presidente della Repubblica, quel King Giorgio Napolitano che, con il suo aplomb sabaudo, nonostante le origini partenopee, ha trasformato con un tocco di scettro, l’Italia in una Repubblica Presidenziale, non elettiva, ma tale per una sorta di «diritto divino epocale». Dove gli Dèi, però, parlano attraverso gli Oracoli delle Borse, e più che sul mitico Olimpo, risiedono nell’ancor più inaccessibile Sancta Sanctorum invisibile del «Mercato».
L’epilogo lo conosciamo. Berlusconi si è dovuto arrendere. “La domanda è: arrendere a cosa? Ad una maggioranza sfilacciata? Alle richieste dell’Europa o alle pressioni delle forze sociali? Alla piazza del popolo viola o diversamente colorato, oppure al rischio di un fallimento economico e finanziario?”.

La nostra domanda invece è: e la Lega perché difende Napolitano e ci infila un saggio alle sue direttive?
Come mai questo compromesso? Perché non ha votato per l’impeachement del capo dello Stato sostenendo così il voto contrario di Scelta civica di Monti (loro li comprendiamo, i leghisti apparentemente meno) e del Nuovo Centro Destra? Che cosa accomuna la Lega al partito di Monti? Cosa lega la Lega a Napolitano? Possibile che un partito antisistema voti per salvare e proteggere il sistema e chi ha rubato la sovranità popolare? E chi sta col sistema, chi rappresenta? La Padania, il Nord libero, la macroregione? L’indipendenza?
Per chiudere, Lazzeri intervista un anno e mezzo dopo, sul think tank “Il nodo di Gordio” l’esperto di geolopolitica Luttwak. Che afferma: “Monti è stato un fallimento amaro perché molti di noi, incluso io stesso, abbiamo lavorato per farlo arrivare al potere… Monti, dunque, è stato un traditore perché è stato messo lì come tecnocrate d’emergenza e invece ha cominciato a politicheggiare e questo è un tradimento!”. Ma non è stato il solo a tradire.


Stefania Piazzo


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