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Meno Roma, più Europa!
di Bluvertigo 26/10/2012
 
 
Meno Roma, più Europa!

A partire dagli anni ottanta, il federalismo ha tenuto banco nelle discussioni culturali: talvolta le ha persino monopolizzate.
La storia però ha fatto implacabilmente il suo corso, disegnando scenari politici ed economici a quell’epoca davvero inimmaginabili. Ne sono d’esempio il crollo dell’internazionalismo sovietico, la trasformazione della guerra fredda in pace calda, l’esplosione del terrorismo internazionale, il consolidamento egemonico dell’imperalismo statunitense, l’avvento della globalizzazione nonché le odierne pulsioni dispotiche dell’Unione Europea.
Molte sirene hanno gridato al pericolo di nuovi totalitarismi senza mai indicare itinerari percorribili. In antitesi ai recenti fenomeni di rilevanza globale, solo un’esigua minoranza ha proposto l’antidoto federalista. Invero, il federalismo, patto tra popoli coniungante decisione e libertà, è un modello autentico di democrazia decentrata, poiché riconosce a pieno titolo le autonomie locali, ma anche di democrazia diretta poiché non può prescindere dalla partecipazione dei cittadini, veri detentori della sovranità.
Gli articoli della riforma costituzionale riguardanti la devoluzione dei poteri dallo stato alle regioni, se confermati, potrebbero rappresentare il punto di partenza d’un sentiero già tracciato dalla storia.
Infatti, l’odierno Stato–nazione è divenuto troppo grande per affrontare i piccoli problemi e, al tempo stesso, troppo piccolo per affrontarne di grandi. Per intenderci: non spetta a Roma –al Governo centrale- decidere i programmi scolastici di cultura locale di Varese, Bologna o Catania e nemmeno allo Stato italiano decidere, da solo, se intervenire “preventivamente” in una guerra lontana. In quest’ultimo caso, si assumerebbe il rischio di portare le conseguenza ad essa connessi – terrorismo in primis- nel continente europeo, a discapito della popolazione inerme.
Tanto premesso, i popoli, che rivendicano un riconoscimento giuridico e politico, sono ad un bivio. Al centralismo dello Stato-nazione si è aggiunto il centralismo continentale, quello di Bruxelles, fatto di trattati illeggibili mascherati sotto il nome di costituzione. Nonostante ciò, non va negata l’esistenza dell’Europa, esempio millenario di cultura e civiltà, perché negheremmo la nostra identità. Nietzsche, più d’un secolo fa, ne “La Volontà di Potenza”, sosteneva che “i piccoli Stati d’Europa […] diventeranno insostenibili economicamente, viste le esigenze sovrane delle grandi relazioni internazionali e del grande commercio che reclamano l’estensione suprema degli scambi universali, il commercio mondiale. Il denaro da solo obbligherà l’Europa, prima o poi, a coagularsi in un’unica massa”.
Pertanto, se si è davvero innamorati del Vecchio Continente, occorre interrogarsi sull’Unione europea, simile ad un mercato di nazioni, e demolirla per costruire una nuova civiltà dai confini precisi.
Ma, per porre in essere questo progetto, che includerà il superamento degli Stati-nazione, i Popoli delle regioni europee dovranno unirsi in una vera federazione. Solo così l’Europa, quale grande spazio continentale di popoli federati tra loro, potrà tornare ad essere la prima potenza del globo e potrà anche regolare i vigenti contrasti tra Oriente, medio ed estremo, e l’Occidente d’oltreoceano.
Inoltre, sarà imperativo delegittimare quei “politici” che utilizzano il potere acquisito per perseguire interessi antipopolari ed antieuropei.
Ovviamente, le istituzioni europee –Commissione Europea su tutte- andranno riviste nel rispetto delle regole della democrazia diretta. La storia mette la libertà nelle mani dei popoli d’Europa.
E’ tempo che questi, tornando ad essere artefici del loro destino, prestino giuramento in segno di reciproca fedeltà per sciogliere le catene dello Stato-nazione.

Secondo Nietzsche, “l’Europa si farà sull’orlo della tomba”.
Che lo stato terminale dello Stato-nazione sia di buon auspicio.


Sergio Terzaghi

Postilla di fine ottobre 2012
Qualcuno si sarà accorto che l'articolo qui sopra non è recente.
Infatti, trattasi di un pezzo tratto da "L'Insorgente", n°2 di "maggio - giugno 2005", dal titolo "federalismo, l'antidoto contro i nuovi totalitarismi": a quei tempi questo periodico usciva in versione cartacea.
Abbiamo voluto riproporlo perché pare un attuale e utile spunto di discussione: oggi tutta l'Europa va nella direzione del necessario riconoscimento delle specificità culturali.
Addirittura Scozia e Catalogna, dopo anni di rivendicazioni, stanno andando oltre l'autonomismo.
http://temi.repubblica.it/limes/i-non ... alogna-indipendente/38812
http://www.corriere.it/esteri/12_otto ... 2-be27-71fc27f55c26.shtml
http://www.barbadillo.it/lindipendenz ... chera-allirlanda-del-nord
Anche il Veneto, la regione (o meglio nazione) più identitaria della penisola chiede, a ragione, l'indipendenza.
http://www.ilgiornaledivicenza.it/sto ... ferendum_e_mobilitazione/
In Italia, invece, il Governo Monti vuole modificare il titolo V della Costituzione ed introdurre la "clausola di supremazia" dello Stato sulle regioni, riportandoci ai tempi dei Savoia.
http://www.leggioggi.it/2012/10/15/ri ... lo-v-si-torna-al-passato/
Queste colonne non hanno paura di gridare "Meno Roma, più Europa", intesa quale grande spazio istituzionale di popoli federati tra loro.
I potenti romani (e i loro sgherri moderati sparsi anche al nord) sapranno che i concordati preventivi non sempre salvano dalla bancarotta?


Bluvertigo


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