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Proteggere l'ambiente per proteggere se stessi
di Giuseppe Reguzzoni 31/1/2014
 
 
Proteggere l'ambiente per proteggere se stessi

Volentieri pubblico il testo della mia relazione alla serata organizzata da L’Insorgente, con il patrocinio del comune di Varese e della Fondazione Comunitaria del Varesotto, lasciando il tono discorsivo e non accademico, nella speranza che ciò torni utili per la riacqusizione, dal basso, di una maggiore coscienza identitaria.

Mi tocca il compito più ingrato, perché mentre gli altri vi parleranno di COSE io dovrò parlarvi di IDEE. Tuttavia, oggi più che mai è necessario farlo.

C’è stato un tempo, lunghissimo, in cui non bisognava rendere ragione di questo rapporto profondo ed essenziale tra noi e la natura, quello di cui parla il titolo di questa serata.È sempre così. È quando qualcosa, che per lungo tempo è stato scontato, cessa di esserlo, che occorre riflettere su di esso. È perché questo rapporto, questa verità elementare, oggi non è più scontata che dobbiamo parlarne e, soprattutto, pensarci.

Possiamo farlo, dobbiamo farlo, perché o noi pensiamo ciò che ci riguarda, o qualcuno lo pensa per noi. Non c’è nulla di peggio del pensiero implicito, che è sempre pensiero del potere.

Parliamo di ambiente, e dobbiamo anzitutto chiederci che cos’è l’ambiente, per arrivare, rapidamente, a concludere che l’ambiente c’entra con noi, con ciascuno di noi.

Nella maggior parte delle lingue europee, la parola “ambiente” indica qualcosa che abbiamo intorno. In italiano, ma anche in spagnolo, la parola deriva dal latino ambiens, participio presente del verbo ambire, circondare, andare attorno. Lo stesso vale per il francese Environnement, da cui deriva l’omologo inglese.

Italiano ambiente Latino ambiens Inglese environment Francese environnement Tedesco Umwelt Spagnolo medio ambiente La nozione di ambiente, in senso geografico, si sviluppò dopo gli studi di Alexander von Humboldt e la definizione delle grandi formazioni vegetali. L'estensione delle ricerche ai rapporti che uniscono animali e uomini alle condizioni fisiche esistenti sulla superficie del globo accompagnò il sorgere delle scienze dell'uomo nel XIX sec.

Non confondiamo la questione del rapporto uomo-ambiente con l’ambientalismo e l’ecologismo post anni Settanta. Tra le falsità oggi diffuse come opinione comune c’è quella per cui l’ambientalismo sarebbe figlio delle rivolte degli anni Sessanta. Questo è vero solo per gli aspetti più deteriori appunto gli – ismi, e, in modo particolare, per la sua settorializzazione e la sua strumentalizzazione politica: l’ambientalismo dal centro, l’ambientalismo figlio, magari ribelle, del centralismo statalista e della perdita delle radici, l’ambientalismo che, non a caso, finisce per sposarsi col peggio dell’ideologia multiculturalista! Leggo, ma è una citazione tra le tante, su GREENREPORT:

«Se si vanno a vedere i quotidiani italiani del dopoguerra ci si accorge che la parola “ecologia” si afferma nel suo significato di problematica ambientale soltanto nel corso del 1970, e ci si rende conto che per l’ambientalismo anche per altri motivi il 1970 è stato un anno di svolta non solo in Italia ma in tutto il mondo».


Beh, questo è l’ambientalismo “de sinistra”, quello da salotto che piace ai media, quello in cashmire, con i manifestanti no global che hanno in mano l’I phone 5, bella coerenza!

Le origini di una cultura dell’ambiente vanno molto più indietro nel tempo. Pensiamo agli scritti di Carlo Cattaneo, sulla “geografia” delle nostre terre o a quelli di un altro grande federalista convinto, Antonio Rosmini, sull’idea di comunità civica.

Fino all’Illuminismo, di cui Humboldt è uno dei figli migliori, non si era sentito la necessità di riflettere su ciò che chiamiamo “ambiente”. Bastavano due concetti, analoghi e ricchi di significati, anche contrastanti: CREATO e NATURA. L’uno e l’altro termine non indicavano qualcosa che fosse INTORNO all’uomo o ALTRO rispetto ad esso, ma qualcosa di cui l’uomo era parte.

Ma Illuminismo e Romanticismo coincidono anche con la prima grande rivoluzione industriale e con la creazione, per l’Italia, di un modello di Stato nazionale, “dall’alto”. Gli italiani erano qualcosa “da fare”. Non sarà un caso che una delle prime cose che fanno i padri del nostro Risorgimento è saccheggiare la vecchia Roma e avviare pesanti speculazioni edilizie (mai interrotte sino a oggi) in tutte le grandi città!

C’è un ambientalismo più antico di quello Sessantottino, che unisce l’amore per la natura a quello per la patria (nel senso di luogo dove si nasce si vive, si muore). C’è un ambientalismo identitario, quello delle radici, che nulla ha a che fare con l’ambientalismo “gauchiste” oggi in voga.

Pur nelle brevità di una relazione come questa fatemi citare due esempi decisivi.

Il primo risale agli anni Trenta dell’Ottocento, in Germania, e più precisamente nel Regno di Prussia (quello dei fratelli Humboldt!), quando, nel 1834, il governo Prussiano promulga le prime leggi di tutela dell’ambiente naturale, ampliate al resto dell’Impero con la sua nascita nel 1871.

Il secondo risale alla fine dell’Ottocento, quando viene avviata una profonda riflessione proprio sull’idea di HEIMATSCHUTZ.

Come padre di questa idea è considerato il componista e musicologo (!) Ernst Rudorff (1840-1916). Era cresciuto in una casa frequentata da personaggi come von Tieck, Schleiermacher, Savigny e i fratelli Grimm. Nel 1880 pubblica un volumetto intitolato: Über das Verhältnis des modernen Lebens zur Natur (Sulla relazione della vita moderna con la natura) in cui svolge un’attenta considerazione dei cambiamenti in atto nei paesaggi urbani e agricoli, in seguito al processo di industrializzazione. Nel 1887 pubblica un altro testo: Heimatschutz (Difesa della patria), utilizzando una parola che sino ad allora aveva avuto solo un significato militare. Dentro il concetto di Heimat c’è la patria come dimora, come casa,e c’è ciò che la costituisce: natura, storia, musica, vegetazione, panorami etc.

Heimatschutz diventa così un vero e proprio programma di azione e, difatti, pochi anni dopo, nel 1900 appare un altro lungo articolo, questa volta di Paul Schultze Naumburg, intitolato: Kulturarbeiten (lavori culturali), manifesto dell’ambientalismo e della teoria antropica del paesaggio. Vi esprimeva con chiarezza che ciò che noi chiamiamo “paesaggio” o “ambiente” altro non è che l’esito di un processso secolare, è “paesaggio – civiltà”.

Sulla base di queste riflessioni viene fondato nel 1904 il “Deutscher Bund Heimatschutz”. Leggiamo con attenzione i punti programmatici, e avremo l’idea di che cosa significa vero ambientalismo:

1) Cura dei monumenti
2) Cura delle architetture tramandate
3) Cura dei paesaggi, incluse le rovine
4) Cura e tutela della fauna e della vegetazione locale
5) Cura e tutela delle tradizioni popolari e loro trasmissione nel nuovo contesto industriale
6) Cura dei costumi, delle feste e dell’abbigliamento (!).

Il vero ambientalismo non prescinde mai dalla dimensione umana e personale! E dunque dalla dimensione storica e culturale! L’ambientalismo non compete solo ai biologi, men che meno a una sola parte politica!!!

L’essere umano è natura, è creato (sostantivo e participio!), è un esserCI.

Ovviamente i punti di vista potevano essere ed erano molto differenti, e non è questa la sede per ripercorrere sul piano della storia dei concetti le prospettive teoretiche, anche contrapposte, che furono elaborate.

Preme piuttosto constatare che l’attuale tendenza a tecnicizzare la nozione di ambiente finisce per dimenticare due verità elementari:

1) che l’ambiente non ci sta semplicemente INTORNO, ma che noi ne siamo parte;
2) che, di conseguenza, l’ambiente non è qualcosa che riguarda solo qualcuno, ma c’entra con ciascuno di noi.

Il biologo, il naturalista, lo specialista di ecologia è necessario, come è necessario che vi siano gli psicologi, o gli economisti, ma nessuno riterrà mai che di pische debbano occuparsi solo gli psicologi o che di soldi debbano occuparsi solo gli economisti. Forse l’ultimo esempio, qui nel nostro varesotto, è di più immediata comprensione!

Questa pericolosa settorializzazione è evidente anche dalla percezione politica di ciò che chiamiamo ambiente. È pericoloso che esso sia la bandiera politica o programmatica di singole aree partitiche! L’ambiente dovrebbe interessare tutti noi, trasversalmente, come si usa dire oggi. Nella vicina Confederazione Svizzera la difesa dell’ambiente non è né di destra né di sinistra, è di tutti, anche se, poi, ogni forza politica ha un suo modo specifico di concepirla ...

Noi non siamo semplicemente DENTRO un ambiente, non siamo semplicemente DENTRO la natura. Noi SIAMO natura, siamo natura che pensa se stessa. La natura è la nostra fisicità, l’aria che respiriamo, il cibo che mangiamo, i luoghi in cui viviamo e tutto questo, che piaccia o no, noi lo PENSIAMO.

Solo che lo pensiamo male, lasciamo che qualcun altro lo pensi per noi. E questo ci fa vivere male.

Anche chi si trova a vivere in una periferia degradata o in spazi dove è evidente la violenza che è stata fatta ai nostri ambiti vitali (pensiamo alla conurbazione Gallarate-Busto-Legnano), vive in un AMBIENTE, ha qualcosa intorno, qualcosa di degradato, non c’è dubbio, ma sempre di ambiente si tratta, ed è un ambiente che finisce per condizionare un certo modo di essere, di vivere e, appunto, di pensare.

Non è difficile dimostrare come la politica abbia per decenni TRADITO queste esigenze essenziali, consegnando il nostro territorio a uno sfruttamento disastroso e devastante ... Pensate che si è arrivati al ridicolo di calcolare le aree verdi per cittadino residente, con una semplice divisione matematica, un po’ come la storia della media dei polli mangiati in un paese ... Se calcolo il verde pubblico a Busto Arsizio, mettendoci il Parco Alto Milanese, arrivo a medie bavaresi ! e invece la qualità dell’ambiente deve avere a che fare con il quotidiano, con ciò CHE ABBIAMO INTORNO GIORNO DOPO GIORNO ... La questione ambientale, di cui quella del verde pubblico è solo un aspetto parziale e secondario, non può risolversi in statistiche che i politici tirano fuori per giustificare sempre e comunque la loro inazione o la commistione di interessi con palazzinari e inquinatori incalliti!

D’altra parte, la risposta non può essere la tentazione, oggi esistente solo in frange isolate, di un ecologismo radicale (la natura senza l’uomo). Questo ecologismo è ultimamente castrante e altrettanto violento, sia pure in senso opposto all’asservimento dell’ambiente al profitto a ogni costo.

C’è autentica politica ambientale, quando c’è la centralità della persona umana. E non è uno slogan, anche se vorrebbero farcelo credere.

Occorre ricostruire la giusta gerarchia: l’economia guidata dalla politica e la politica guidata dal senso della comunità umana. Questo non è possibile nello scenario attuale, in cui la politica è un potere lontano ed estraneo. La centralità della comunità civica significa che la gestione del territorio compete alla comunità che ci vive, chiamata, volta per volta a confrontarsi con le esigenze della realtà geopolitica di cui il territorio è parte. Oggi in Italia c’è un centro, estraneo e lontano, che decide tutto.

Pensiamo alla cura con cui, per secoli, le comunità civiche hanno custodito il territorio: dai muretti a secco delle nostre montagne, agli argini dei fiumi, alle regole sullo sfruttamento dei corsi d’acqua, e pensiamo all’abbandono in cui oggi siamo stati lasciati. Dico siamo, perché il territorio in cui viviamo non è altro da noi, è parte di noi ...

Non si tratta di riproporre il modello della società preindustriale, ma di rivendicare il diritto di ridefinire il rapporto uomo-sviluppo-ambiente, secondo queste verità elementare.

Che piaccia o no – qui ci sono degli architetti! – l’idea plasma e disegna la realtà. Oggi è un’idea implicita o, meglio, un’idea ASSERVITA, si tratta di tornare a essere protagonisti ed è per questo che non basta indignarsi, seppure giustamente, ma occorre rimettere insieme il PENSIERO e l’AZIONE!


Giuseppe Reguzzoni


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