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Tradizione a rischio estinzione
di Diana Ceriani 17/1/2014
 
 
Tradizione a rischio estinzione

Potrebbe sembrare una provocazione, forse esagerata, ma di sicuro esaspero un fenomeno che nessuno può negare: la scomparsa neanche troppo graduale delle tradizioni che caratterizzano le feste popolari della nostra terra. Sembra di poco conto. Vero, ci sono molte cose più importanti a cui pensare: la crescita economica, i problemi lavorativi, i disagi famigliari, l’inquinamento, la criminalità…… ma ragioniamo…. E se tutto questo fosse dovuto ad una “crescita” (che io chiamerei più arretratezza di valori) spasmodica che sta spazzando via le certezze dei popoli? Sembreranno cose futili, sostituibili con altre futilità, ma le TRADIZIONI E I RITI sono stati modellati sulla storia e le esigenze delle popolazioni abitanti una terra con le sue caratteristiche: ciò che da, ciò che chiede. Sono scambi di amore che si ripetono con precisione ciclica e che hanno come protagonisti i prodotti sudati della terra stessa: i pessit de Sant’Antoni, ad esempio, sono i nostri pesciolini di lago (dicono che ultimamente se ne pescano sempre di meno, ecco che ci riconducono al problema ambientale di inquinamento) che grazie ad una sapiente e ragionata lavorazione (salatura ed essiccatura) potevano essere conservati a lungo, quando gli inverni, nelle nostre zone, significavano carestia. I “filun da castegn” invece, sono lo specchio della nostra civiltà contadina, basata sul consumo delle abbondantissime castagne che ora sono rarissime a causa del cinìpide, un insetto venuto da lontano, portato dalle casse di legno di castagno utilizzate negli imballaggi di trasporto, che ha intaccato i nostri splendidi alberi di castano (ed ecco un altro problema della società del libero commercio mondiale). I filun de castegn, dicevo, erano il prodotto di un metodo conservativo delle castagne mediante l’affumicatura con aromi dopo averle intrecciate una ad una con una corda creando lunghe collane. E così, la carenza questi due semplici prodotti tradizionali diventano l’emblema della mancanza di rispetto della storia di un popolo, della terra che dovrebbe invece essere rispettata da un popolo,delle tradizioni del popolo che si è sempre ingegnato per trasformare cose semplici in cose straordinarie. Ora, per favore, non ditemi che tutto ciò non ha valore. Questo è il nocciolo della situazione che viviamo. Quando torneranno in buona salute i nostri prodotti tipici e le nostre tradizioni vorrà dire che una buona parte dei problemi della nostra società si sta risolvendo. Però, per arrivare a questo punto bisogna ACCORGERSENE e dare il giusto valore a ciò che la società del consumo sfrenato prende a calci per andare avanti ad espandersi senza rispetto delle culture. Mi auguro che in futuro il falò di Sant’Antoni bruci soltanto bigliettini speranzosi per trovare l’anima gemella e che scaldi e purifichi la terra . Ora, invece, sta bruciando anche il nostro essere popolo. “Filun de castegn, pessit e bun bun”

tei chi i tri ropp che a fan dul Sant’Antoni ul Sant’Antoni da Vares!
Ma mo in scundùu immezz ai banchitt pien de tuscòos e de nagott.
Sempar i stess ropp, bei, bun, che vegnan da tucc i Paes e da tucc i citàa!

Alura cumincium la caccia ai filun de castegn:
in di prim banchitt gh’è roba da legn,
in di altar roba siciliana,
poe gh’è roba peruviana
e poe gh’è un banchett pien de gent:
a fan vidè la pignatta dul mument!
La sa taca mia, la coes al vapur!
“Provala, massera sa sentan mia i udur!!!!”
Andem innanz ammò a cercà:
ecu i bun bun, ur zucur filà
sun straca e a dumandi: “ur filun de castegn?”
“Su mia sa l’è” al rispun un om senza ritegn.
Sun disperàda, hu finì i banchitt:
ma in dua in almenu i pessit?
“Chi lì da ann gh’inn mia !
ai dann dumà cunt i bigliett de la luteria!”
E intant a pizzan anca st’ann ur falò
a brusan anca i nostar tradiziun
“filun de castegn, pessit e bun bun”!


Diana Ceriani


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