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Non ci fidiamo più. RIPARTIRE
di Giuseppe Reguzzoni 17/1/2014
 
 
Non ci fidiamo più. RIPARTIRE

Ci hanno ingannato. Difficile negarlo. Vent’anni di propaganda secessionista, poi federalista, poi devoluzionista, poi di nuovo federalista (ma solo “tributariamente”), poi di “prima il Nord”, poi di neosecessionismo alla Marjuana, sono stati solo marketing elettorale per avere i voti degli allocchi e garantirsi cadreghe ben retribuite, a Roma, a Milano, a Torino, a Venezia, a Bruxelles ...


Tempo di stendere un velo pietoso su tutto questo, perché anzitutto di pietà c’è bisogno: pietà per i suicidi da dittatura fiscale, pietà per delle terre non rappresentate, pietà per il lavoro che non c’è e non ci sarà più, pietà per la nostra gente tradita, pietà per la nostra natura saccheggiata. Tempo per la pietà, ma non per la rassegnazione, anche se il come e il quando di una possibile riscossa sono avvolti nella nebbia (anche quella, vera, ci ha abbandonati). Troppo tardi, oggi, per ripartire dalla battaglia identitaria, come venti anni fa. Troppe parole sono state bruciate e troppo profonda è la perdita dell’anima. Riproporre l’identità serve, anzi, è indispensabile, ma, ora come ora, una riscossa non partirà da qui. Troppo tardi per cavalcare la polemica contro il Governo, o contro la Destra o la Sinistra. Altri lo fanno meglio, anche se proprio ora è il tempo in cui Destra e Sinistra non hanno più senso. Ancora in tempo, invece, per tentare un bilancio, quello che nessuna classe politica oggi vuole fare, prova provata di quanto gli uomini degli apparati siano in mala fede. Abbiamo accumulato esperienze, delusioni, certamente, ma si tratta, comunque, di un vissuto prezioso, che ha reso lo sguardo più disilluso e, per questo, più avveduto. Non ci fidiamo più degli slogan gridati e di chi li grida. È il momento di aggiornare strumenti e prospettive, chiedersi che cosa vogliamo fare del Nord nel futuro, d’Italia, d’Europa, del mondo ... Vedete? Ci hanno persino rubato i diritto di usare delle parole preziose, ce le hanno bruciate, sporcate, annullate. Facciamo ricorso a un concetto geografico, quasi per non urtare, ma tutti noi sappiamo bene che cosa intendiamo.


La si chiami come si vuole, nordista, autonomista, indipendentista, federalista , ma la rappresentanza che oggi non c’è commetterà gli stessi errori se noi per primi non vigileremo e non ragioneremo sulla cenere in cui siamo finiti. Occorre aprirsi, senza preclusioni, senza pregiudizi, senza barriere ideologiche tra destra e sinistra. Attirare gli onesti, nel cuore, nelle intenzioni e nelle azioni, che desiderano ancora il Bene di queste nostre terre. Ascoltare le voci, confuse o parziali, purché in buona fede. Pensiamo ad analisti che, sia pure ancora inseriti in una logica nazionale, ne rifiutano almeno le linee di funzionamento e di governo, l’impianto assistenzialista e illiberale. Sono figure con cui aprire un’onesta discussione, come Alesina, Giavazzi, Ricolfi, Panebianco, e altri ancora, che sono fuori dalla logica autoreferenziale della vecchia politica. Dialogare per vivere, dialogare per essere più forti, dialogare ascoltando. Ascoltare per segnare le differenze, ascoltare per imparare a pensare, ascoltare per non rassegnarsi. Il quadro sociale e culturale è troppo in movimento perché ci si possa accontentare di vecchi schemi, ormai logori.


Giuseppe Reguzzoni


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