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Carlo Cattaneo
di Stefania Piazzo 20/12/2013
 
 
Carlo Cattaneo

Carlo Cattaneo uguale federalismo? Beh, troppo poco. Al tempo dell’unità solo 600mila persone conoscevano l’italiano e Mazzini era noto ai tipografi e agli intellettuali. Solo il 20% della popolazione sapeva leggere e scrivere. Senza libri di testo, l’Italia marciò verso l’unità linguistica col Manzoni e con Cuore per dare coscienza alle classi popolari che c’era stato un Risorgimento.
Pochi ricordano o sanno che il sogno di un paese federale fallì anche con Cavour, dopo che con l’arrivo di Ricasoli, nel 1861, dopo la morte dello statista, l’autogoverno degli enti locali, condiviso con il ministro dell’Interno Marco Minghetti, finì in un colpo di stato centralista.
L’autonomia, l’indipendenza, sono un sogno lontano. C’è un foglio, prezioso, testata: 22 marzo – Il primo giorno dell’indipendenza lombarda, 25 marzo 1848. Nella battaglia di Porta Tosa (oggi Porta Vittoria) vengono messe in fuga le truppe austriache al comando del maresciallo Radetzky.
Oltre, purtroppo, non si andò. Carlo Cattaneo il pensiero federalista, tuttavia, negli anni della censura e della disinformazione, lo raccolse negli anni nei suoi scritti del Politecnico.
Lì Cattaneo infilò i concetti di una vita, di una filosofia, di una speranza, attraverso lo studio delle lettere, delle invenzioni, delle piccole patrie. Della funzionalità dei piccoli stati. Il Politecnico, pur ereditando la fregola illuministica di voler raccogliere l’universo mondo in un lavoro editoriale, è una delle più alte espressioni del tormentato, positivo inquieto animo di Cattaneo. Nata nel ’39, quest’opera, con 30 scritti, 114 fascicoli, 27 volumi, raccoglie due terzi del suo pensiero. Dal ’39 al ’44, in pieno lombardo-veneto, dal ’59 al ’65, viaggiando già nell’Italia unita.
“Il giornale è mio – scrive, facendo impallidire i giornalisti di oggi o gli editori o i direttori dal culo caldo – secondo tutte le leggi divine e umane, perché l’ho fatto a mio rischio e pericolo, trascurando e sacrificando a questo altri miei interessi. E’ mio perché intrapreso col patto che fosse mio anche in faccia alla censura”.
Nei primi 5 anni ci sono 4.300 pagine di tutto: strade ferrate, storia politica e civile, ingegneria, dialettologia, critica letteraria, dogane, storia delle scienze… “Uomo di penna e di tavolino, non di comizi”, scriveva Ernesto Sestan, affermando che il Politecnico era diventata la sua tribuna parlamentare, era l’identificazione del riformismo lombardo, delle tradizioni culturali lombarde, dopo Verri, Beccaria e il culto delle scienze.
Il Politecnico è scritto da un Salgari lombardo. Ci dà notizia di come vivano, leggano, sopravvivano gli altri popoli. L’oggetto delle sue attenzioni è il tema del progresso, per stare al passo con gli altri paesi europei. Guarda a Nord, non guarda a Sud. E’ un passaggio federalista con pesanti indizi!
Sempre Sestan: “Cattaneo superò Cavour in ampiezza di visione culturale. Tutti, se non quasi tutti gli uomini del Risorgimento, gli furono per le stesse ragioni lontani”. Se infatti nella prima serie del Politecnico, Cattaneo è giornalista, indagatore di scoperte, recensore di opere morali e civili, di conoscenza delle vicende di libertà degli altri popoli in Europa, nella seconda serie si scatena nel promuovere l’azione politica attraverso gli studi e le discussioni sui problemi del nuovo stato: autonomie, scuola, analfabetismo… Scriveva infatti: “Trattandosi di sviluppare a preferenza dell’elemento locale e municipale, l’elemento veramente scientifico e cosmopolitico, io mi sono prefisso che il Politecnico debba soprattutto rappresentare il progresso delle scienze e arti pratiche… non faremo critiche di libri, ma studio di ciò che contengono, costringendo tutti gli altri a mirar alto con noi”.
La parola diventa segno di libertà.
La letteratura come battaglia civile e dunque da recensire: passione per un popolo, evoluzione della sua linguistica, recupero dei suoi valori. Letteratura come strumento di educazione e denuncia, con una passione per l’Europa sbilanciata verso i popoli (Il romancero del Cid, Il Goetz di Berlivìchigen, Kalevala, le poesie di Mickievicz…). La letteratura è basilare nel pensiero cattaneano, non priva di elementi di critica risorgimentale, per le delusioni di una svolta mancata, di aspettative disattese… In Foscolo e l’Italia esalta le doti del letterato soprattutto esule; recensisce un altro esule, Dante (la nostra letteratura ha dovuto per forza dei tempi assumere dignità di ministerio civile.. era naturale cercasse di ricongiungersi ad uno scrittore per cui le lettere sono irresistibile arte civile (è giornalismo d’inchiesta letterario, ndr); legge e recensisce un poeta polacco in fuga dal dominio russo…
Cattaneo era inclusivo. “Il dover nostro è di accrescere nella patria che abitiamo, colla lingua che parliamo, il dominio delle intelligenze. Dunque ogni idea vera e buona, da qualunque paese o lingua ci arrivi, sia nostra o lo sia immantinente, come se fosse germinata sul nostro terreno”.

Secondo Norberto Bobbio, nella “la continua meditazione sulla vita delle nazioni, allo scopo di strappare attraverso ricerche positive e col sussidio di tutte le nuove scienze…”, c’era “il segreto del nascere e del morire delle civiltà”. E’ il suo culto per il passato antichissimo (Del nesso tra la lingua valaca e l’italiana o Della conquista d’Inghilterra per Normanni o la Sardegna antica e moderna) o medievale.. è la passione per le indagini etnografiche. “Lo studio delle lingue è strettamente connesso allo studio della storia di un popolo; non è pensabile separare l’aspetto linguistico dagli altri che compongono il profilo dell’incivilimento”.
Della lingua dialettale ne esalta “l’utilità sociale, civile e morale, l’efficacia progressista, l’effetto antiretorico e antipedantesco, l’energia positivamente riformatrice”.
Che la nazione sia un “grumo di ceralacca” lo ribadisce affermando che “”solo chi crede che i fiori facciano primavera e non la primavera i fiori, può credere che i versi e le prose facciano le nazioni, e non siamo meri indizi della loro vita politica e morale. La lingua costituisce una parte sempre maggiore dei nostri destini. La scienza linguistica divenne un’arma nuova di politica… Le lingue danno ai popoli la coscienza di essere ciò che sono, segnano i termini ove hanno una patria, un ricovero al loro nome, un santuario ai loro diritti”.
Cattaneo è il precursore intellettuale delle piccole patrie. “Io spero, scriveva ai suoi studenti di liceo – che i liberi e sinceri studi vinceranno a lungo andare anche le menti più avverse. La filosofia è la ragione dell’uomo che aspira a conoscere le ragioni dell’universo. Anche coloro ai quali una fatale disciplina fa benda agli occhi, verranno infine a rendere testimonianza ai liberi indagatori del vero”.
Sembra un monito indirizzato ai nostri politici lombardi. Vero o no?


Stefania Piazzo


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