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I posti statali non bastano più a salvare il sud
di Sergio Bianchini 22/11/2013
 
 
I posti statali non bastano più a salvare il sud

Facciamo qualche esperimento mentale quantitativo per comprendere la dinamica della occupazione in Italia. Ogni anno nascono 500.000 nuovi bambini e di questi, poniamo, 200 -250 mila sono al sud. Se gli enti pubblici hanno 4.000.000 di dipendenti e gli anni di servizio reali fossero in media 20 vorrebbe dire che ogni anno andrebbero in pensione 200.000 persone e quindi si creerebbero 200.000 nuovi posti di lavoro. Ma se , per amore o per la forza dei numeri del deficit, gli anni di servizio medi reali diventano 40 si avranno 100.000 pensionamenti all’anno e quindi gli enti pubblici non potranno più fornire un posto ( meglio, uno stipendio) ai 200 mila nati del mezzogiorno e quindi si genererà una disoccupazione cronica e crescente dei giovani e poi dell’insieme della popolazione di quel territorio. Per 40 anni il sud ha vissuto del turn over e dell’espansione abnorme degli enti pubblici e delle pensioni giovanili. In particolare ricordo la vicenda delle pensioni baby, non del tutto superate perché vigono ancora in alcune regioni e la questione del computo degli anni universitari nel conto degli anni di lavoro dei laureati del pubblico impiego. Questa vicenda al solito assurda ha del grottesco: quando nel “62 nacque la scuola media unica fondendo le vecchie tipologie di scuola i docenti provenienti dall’avviamento professionale, di solito diplomati, si trovarono con una qualifica ed uno stipendio inferiori a quelli provenienti dalla media ginnasiale.


Allora in nome della sacralità dell’uguaglianza della funzione docente tutti furono equiparati in qualifica e stipendio. Ma a quel punto i laureati, in nome dell’uguaglianza delle opportunità obiettarono che gli ex diplomati sarebbero andati in pensione 4 o 5 anni prima e quindi chiesero ed ottennero il riconoscimento degli anni universitari ai fini pensionistici. Così nel calcolo dei già assurdi 20 anni delle pensioni baby bisognò detrarre 4 anni di università e l’ulteriore buono di 5 anni per le insegnanti con due figli solo nel pubblico impiego. Tutto questo nel silenzio generale visto che era il modo con cui la DC contrastava il social comunismo regalando il futuro. Ma il social comunismo non poteva opporsi perchè era paralizzato avendo dello stato ugualmente una visione moralistica ed egualizzatrice. Anche al nord si sono verificati questi fenomeni ma non hanno riguardato la maggioranza degli impieghi e quindi non sono indispensabili in futuro per la sopravvivenza. Il nord ha bisogno solo di un maggior dinamismo per le aziende private, il sud invece non ha via d’uscita. La drammaticità della situazione sta proprio in questo, che ormai il metodo tradizionale di alimentazione del bacino meridionale si sta rinsecchendo e non ci sono alternative , anche se la classe dirigente “nazionale” è ultradedita alla ricerca delle stesse. Perfino i settori più antipolitici e meridionalisti evitano ormai di chiedere una dilatazione dei posti pubblici, cosa che appare impossibile. In realtà c’è chi ancora la sostiene come si vede con la richiesta delle pensioni anticipate ai militari ma si tratta di direzioni limitate. E’ per questo secondo me che si è fatta strada nel radicalismo di marca meridionalista, molto forte nel movimento grillino, la richiesta del salario di cittadinanza, cioè di un finanziamento pubblico ai soggetti basato sull’essere non LAVORATORI ma CITTADINI.


Tralascio facili battute sulla richiesta del salario di cittadinanza in un paese che si ostina a considerare propri cittadini tutti i cittadini del mondo e voglio analizzare l’idea in se. Stranamente, ma non alla luce delle precedenti considerazioni, è stata snobbata la proposta del giurista Pietro Ichino nota col nome di flex security. Pur avendo Ichino un curricolo di tutto rispetto nelle file della sinistra e del sindacato la sua proposta è stata snobbata da tutti perché si basa sulla protezione di chi perde il posto di lavoro e quindi assume come asse le situazioni vivaci sul terreno economico e produttivo cioè, alla fine, il nord. Si tratta di una proposta molto interessante mutuata da vari paesi europei e che vuole da un lato rendere più flessibile il mercato del lavoro ed i licenziamenti da parte delle aziende ma dall’altro lato fornisce una più estesa e concreta protezione a chi il posto lo perde in qualunque azienda e non solo nelle grandi imprese tradizionalmente protette. Ichino ha partecipato alla fondazione del Partito Democratico e nelle sue liste alle elezioni politiche del 2008 è stato candidato ed eletto al Senato nella circoscrizione Lombardia. Nel dicembre 2012 ha lasciato il Partito Democratico in vista delle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio 2013 aderendo alla nuova formazione politica di Mario Monti ed è stato eletto al Senato nella circoscrizione Lombardia e nella circoscrizione toscana nella lista “Con Monti per l'Italia”. Da anni vive sotto scorta a causa della ostilità delle nuove brigate rosse che lo hanno messo nel mirino. Oscuramento della concreta proposta di Ichino ma anche silenzio sull’esempio degli efficacissimi mini impieghi tedeschi. Silenzio su tutto ciò che servirebbe. Il ruolo improprio del pubblico impiego è dunque al termine ed avanza ( come idea dei soliti noti) il ruolo improprio dell’assistenza statale. Ma soldi non ce ne sono ed il nord sta crollando. Purtroppo, invece di mettere in chiaro lealmente e concretamente le relazioni tra le varie aree del paese, e di consentire soluzioni vere, si cerca di costruire un nazionalismo asettico dove perfino i termini nord centro e sud sono aboliti. Ci si toglie quindi la possibilità di un patto onesto e possibile che superi i micidiali errori del passato ed apra una via d’uscita per il futuro. Un futuro che, non solo in Italia dove ha particolari ed urgenti specificità, ma in tutto l’occidente, chiede di ridefinire il ruolo dello stato, dei sistemi giuridici e dell’iniziativa economica. Sono cose a cui dobbiamo assolutamente pensare e discutere anche al nostro interno.


Sergio Bianchini


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