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Insorgere per resistere
di Luca Bertagnon 22/11/2013
 
 
Insorgere per resistere

Quali ripercussioni possono avere sul comune cittadino le vicende di Berlusconi o della Cancellieri, piuttosto che le dichiarazioni del ministro dell’economia ad un vertice europeo? A parte sottolineare una volta di più di essere in un paese illiberale, con una giustizia lacunosa, nel quale i processi si fanno nelle piazze e sui mass media, origliando le telefonate, o convincerci che, come è sempre stato nella storia dell’Italia unita, non riusciamo ad essere minimamente incisivi sul piano internazionale; simili notizie sono parte della solita stanca litania da rotocalco che non intriga e non appassiona nemmeno le menti più morbose. Accantonati i temi che riempiono gli articoli di fondo dei giornali, e contando sulla pazienza e sull’intelligenza dei lettori de L’Insorgente, torno meno prosaicamente a divagare sul significato di INSORGENZA nell’attuale situazione sociale, politica ed economica dell’Europa. Non bisogna infatti farsi ingannare dall’immagine rivoluzionaria e dinamica e futurista legata al concetto di insurrezione: pensando all’insurrezione infatti ci collochiamo idealmente in un contesto statico e opprimente, entro cui, per liberarsi dal giogo esercitato dal potere, magari da un invasore straniero, ci si organizza e si assume l’iniziativa con un deciso moto di ribellione, che potrebbe anche sfociare nella guerra.


Ebbene, in nostro insorgere contemporaneo è altro, perché la situazione di partenza è completamente diversa. Alla base c’è certamente un malcontento e la necessità di assumere l’iniziativa nel tentativo di migliorare le cose, ma l’azione, il cambiamento, in questo caso non è innescata da chi insorge ma fa parte di ciò che ci sta intorno. Non siamo in una palude immobile, soggiogati e oppressi, ma stiamo attraversando una tempesta e dobbiamo cercare di superarla indenni. Ecco che in una tale prospettiva insorgere assume tutt’altro significato e si lega molto di più al concetto di resistenza, che non è resistenza al cambiamento ma resistenza agli effetti deteriori che il cambiamento può generare. Dobbiamo convincerci, a dispetto dell’idea che intimamente possiamo nutrire che tutto sia sostanzialmente immutabile, del fatto di trovarci al centro di una fase storica estremamente mobile, nella quale i capisaldi sui quali credevamo di poter costruire la nostra vita ed il nostro futuro perdono di solidità, obbligandoci a rivedere tutto, a mettere in discussione le nostre convinzioni e le nostre certezze. Nel momento in cui viene confutata la stessa organizzazione in stati sovrani dell’Europa, diventa difficile aggrapparsi all’illusione di un welfare, di una pensione, di un’assistenza sanitaria, di una possibilità di consumo pressoché illimitata così come eravamo abituati ad intenderla.


E’ in momenti di profonda transizione come quello che stiamo vivendo che silenziosamente ma inesorabilmente tornano a galla i valori fondativi di una civiltà e di un popolo, valori che sembravano sopiti o dimenticati. É in questi momenti che riemerge la solidarietà tra simili e che riemergono quei sentimenti radicati di legame con la propria terra e le proprie tradizioni, in una ritrovata identità. Insorgere per noi, in questo momento, significa innanzitutto stimolare questa riscoperta, come antidoto all’imprevedibilità degli eventi. Insorgere quindi, non per mettere in moto un cambiamento, ma per resistere alle potenziali derive indotte dal cambiamento. Solo ritrovando e ritrovandoci nei nostri valori più intimi potremo riconoscerci nella babele mondialista indotta dalle trasformazioni planetarie, solo conservando e rigenerando il nostro territorio potremo aggrapparci alla sua bellezza, alla sua capacità di produrre per ricavare da esso i mezzi per il nostro sostentamento. Quello che si propone, con il termine altisonante di INSORGERE è in realtà la prospettiva di ritrovarsi e solidarizzare attorno ad un sistema di valori antico e profondamente consolidato al fine di compensare, con una ritrovata spontanea solidarietà, gli effetti di un eventuale cedimento dello stato sociale e delle garanzie che ancora, attraverso una malandata organizzazione statuale, riusciamo garantire. Per questo dobbiamo rinsaldare forte un’identità di popolo, territoriale, attorno a momenti di aggregazione collettiva come riti e feste popolari. Riconoscerci in questa ritualità rafforza il senso identitario, aiutando a superare le divisioni, oltre gli astratti schieramenti politici, che ormai hanno perso di sostanza, per riappropriarci delle cose importanti che possono permetterci di superare, uniti, la burrasca. Nell’immagine evolutiva edenamista vi è la convinzione che alla fase dinamica in atto seguirà inevitabilmente una fase stabile più duratura e più avanzata delle precedenti, nella quale potremo stare tutti certamente meglio; il nostro problema, in questo momento, è arrivarci.


Luca Bertagnon


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