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La politica italiana è priva di senso
di Stefania Piazzo 22/11/2013
 
 
La politica italiana è priva di senso

La politica italiana, questo è il punto, è priva di parole di senso. Tutto è ogni volta grande. Che differenza passa tra Andreotti, Ciampi, Berlusconi, Prodi, D’Alema, Monti e Letta? Nessuna, o quasi. Tutti, indistintamente, hanno fatto aumentare il rapporto deficit/pil. Chi più chi meno, s’intende, e così di governo in governo si tirano gli stracci per rivendicare maggiore bravura oppure per rinfacciare al vicino di Palazzo Chigi l’asinaggine della politica di risanamento. Grande debito, grande fuga dalla realtà. La politica italiana, si diceva, non gode di senso. Le parole sono relative. Tutto è ogni volta grande. Le grandi opere. Le grandi riforme. Le grandi infrastrutture. I grandi tagli. I grandi cambiamenti. I grandi aumenti. Il piccolo è una dimensione da chirurgia plastica politica. Di veramente grande, e vero, ci possiamo ricordare solo la Grande Guerra. Il grande numero di morti, il grande freddo delle trincee, le grandi inutili fucilazioni per una patria che già tradiva. Anche questo paese nel 2013 continua ad essere un esercito di fanti, di alpini, mandati avanti a morire. Traditi. Vuoi perché c’è la crisi, vuoi perché i leader carismatici hanno fatto il vuoto attorno a loro a furia di consumare le truppe in estenuanti battaglie corpo a corpo dal risultato prevedibile. Siamo in cima all’Ortigara a ricordare che nei giorni di tregua siamo riusciti a rubare il segone al nemico, per tagliare più legna per scaldarci. Oggi siamo come ieri nel filo spinato di una congiuntura che sa di guerra o di guerra valutaria, premessa per lo scoppio di un conflitto. E nel frattempo? Miglio invitava alla disobbedienza civile. La realtà è che il Nord non ha politici con le palle in grado di organizzarla. I politici del Nord nominano i prefetti, li portano al vertice degli enti, i politici del Nord non parlano più la loro lingua ma quella dell’oppressore. Tira e para, l’economia va a battere, per non dire che va lì, sulla novredatese, a guadagnarsi la notte per vivere.


La politica economica battona è fatta da numeri che ci dicono come da Berlusconi passando per Monti sino a Letta, ci siamo bruciati 230 miliardi di Pil. La Corte dei Conti nella primavera scorsa aveva elencato le magagne numeriche del non benessere, aggiungendo che l’estrema cieca adesione ai parametri del risanamento europeo, avevano depresso la ripresa. "L'adozione di una linea severa di austerità, oggi oggetto di critiche e ripensamenti, non ha impedito che gli obiettivi programmatici assunti all'inizio della legislatura fossero mancati. Anzi, alla luce dei risultati, l'intensità delle politiche di rigore adottate dalla generalità dei paesi europei è stata, essa stessa, una rilevante concausa dell'avvitamento verso la recessione". La Corte ha avuto modo di esprimere la propria preoccupazione per il concretizzarsi di “un rischio di corto circuito fra obiettivi troppo stringenti di finanza pubblica, da una parte, e tenuta del quadro economico dall'altra". Si sa che il patto di stabilità è un cappio che strangola i virtuosi. Perché i sindaci del Nord non violano il patto? Se l’indipendenza è lontana e il 75% delle tasse a casa nostra sono una caramella che non si prende per la seconda volta dagli sconosciuti ripetitori di indipendenza, perché appunto non si ferma il capestro condannato anche dai magistrati contabili? Se lo dice la Corte dei conti, serve il permesso del segretario di sezione o del segretario del partito 0.2%? Scriveva Banca d’Italia nel “Rapporto sulla stabilità finanziaria” del 6 novembre 2013, “Prosegue la contrazione del credito. Vi contribuiscono sia la debolezza della domanda sia l'intonazione restrittiva dell'offerta di finanziamenti da parte delle banche, a sua volta connessa soprattutto con la crescente rischiosità delle imprese. Con il miglioramento della congiuntura la flessione del credito si attenuerebbe nel corso del 2014.


È aumentato il ricorso al mercato obbligazionario da parte delle grandi aziende.” Aggiunge una nota Istat che “Con un calo dello 0,1% rispetto al trimestre precedente, nel terzo trimestre del 2013 sono nove i cali congiunturali consecutivi del prodotto interno lordo. Nel terzo trimestre 2013 il prodotto interno lordo italiano è diminuito dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e dell'1,9% nei confronti del terzo trimestre del 2012.” Siamo in un percorso di perdita permanente di prodotto interno lordo. E si sa che lo Stato vive sulla tassazione della produzione. Ma più si alza il divario con il debito, più si emettono titoli, e quindi si indebita il Paese. E’ credibile quella politica di risanamento che tassa i cittadini pensando di risolvere l’abisso del 127% per arrivare al 50-60% di rapporto debito/pil nel breve periodo? Sappiamo già che non serve a nulla, se non a pagare gli interessi sul debito, la pubblica amministrazione, le rendite burocratiche, l’apparato, gli stipendi della politica. Eppure nessuno sciopera davanti al patto di stabilità. I sindaci, violandolo e mettendo mano al tesoretto accumulato legittimamente, non dovrebbero inasprire la pressione fiscale, anzi. Più opere, meno tasse, più servizi, meno povertà. Invece la caduta di gettito fiscale conseguente alla crisi, spiegava la Corte dei conti, "si è tradotta in una caduta del gettito fiscale anche superiore alle attese", ovvero quasi 90 miliardi meno della proiezione di inizio periodo. Casse più leggere anche malgrado gli sforzi fatti in questi anni. Le entrate però non si sono riflesse "in una riduzione della pressione fiscale, che anzi è aumentata rispetto al 2009 di oltre un punto in termini di Pil". Meno produci, più ti tasso, meno lavori, più tasse paghi per mantenere chi, nello Stato, sta a guardare. La relazione della Corte se la prendeva anche contro le politiche di rigore e di austerità adottate dai diversi paesi europei, giudicate "una rilevante concausa dell'avvitamento verso la recessione". Non era Bossi, non era Maroni, non era Letta, Alfano, Tremonti, non era Berlusconi, neanche Napolitano, a riconoscerlo.


Lo diceva il presidente della Corte dei conti, Luigi Giampaolino. Uno che non viene da Pontida ma che ha l’onestà intellettuale di riconoscere la violazione di un equilibrio che mina la giustizia sociale. I sindaci che sperano nel 75% delle tasse a casa loro, che fanno? Non vanno a stanare nel palazzo la loro regina? L’Europa è la nostra rovina tanto quanto però i politici che la idolatrano immolandoci come agnello sacrificale per scaramanzia, per scongiurare la fine del sistema. In fin dei conti, il rapporto debito/pil con Monti è salito al 127%. Nel periodo Berlusconi dal 106,3 del 2008 era salito con la crisi al 116 nel 2009, al 119 nel 2010, al 120,8 nel 2011. Nel 2010 avevamo perso 130 miliardi di Pil, nel 2011 si saliva a quota 150, nel 2012 a 180 e nel 2103 a 225-230. Tutta colpa della crisi o dell’incapacità di fare resistenza, di fare opposizione, di esercitare la resilienza mettendo in campo la forza di reagire? Se ad oggi chi governa i municipi del Nord non è stato chiamato a fare un fronte comune, lo potrà fare a maggior ragione dopo le amministrative del 2014, quando il 70-80% dei municipi guidati da cosiddetti federalisti-indipendentisti-autonomisti dovrà lasciare il campo alla sinistra o ad un tripartito di centro destra, riedizione del pentapartito democristiano? Se forse gli austriaci non fossero stati fermati e fossero scesi nella pianura padana sfondando il fronte dalla Valsugana fino a Venezia, oggi non saremmo qui a penare e a scrivere dei danni perenni dei Cadorna e dei generali a cavallo che mandano ogni generazione al massacro di una grande guerra. Qualsiasi generale si avvicendi, la storia sa che si vince con una bandiera e con una identità. E’ per questo che perdiamo sempre.


Stefania Piazzo


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