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Menzogna e politica
di Agilulfo 28/9/2012
 
 
Menzogna e politica

1 – I politici mentono per disprezzo dei loro elettori (e di se stessi) Perché i politici mentono? Che cosa cela la loro ostinata pretesa di manipolare il vero? Sarebbe troppo riduttivo limitarsi a spiegare la menzogna sistematica dei politici “navigati” con la loro ricerca del consenso ad ogni costo che, nelle democrazie in fase terminale, coincide con la ricerca dei voti. Lacanianamente la verità parla da sé, nelle motivazioni oscure, che sono poi le uniche reali. I politici mentono perché disprezzano i propri elettori. Tra la loro ricerca del consenso a ogni costo e la ricerca del bene comune o, quanto meno, della realizzazione di un suo qualche ritratto ideale o sinanche ideologico c’è la stessa differenza che passa tra uno stupro e un rapporto d’amore consensuale.


I politici, mentendo, stuprano sistematicamente l’essenza profonda della democrazia, carpiscono con la violenza quel che non possono ottenere dalla libera e consapevole scelta dei loro elettori. I politici mentono per disprezzo e attestano perciò stesso la crisi profonda del sistema democratico, il suo decadimento in democrazia elettorale e non reale. Sì, certo, si potrebbe obiettare, non tutti i politici mentono e, soprattutto, non sempre mentono; ma questo misto di verità e di menzogna è forse anche peggiore della menzogna aperta. Il tema non è nuovo, ma i potenti strumenti di comunicazione mediatica danno a queste domande antichissime un significato differente da quello del passato. Per secoli, la menzogna di massa si è confusa con la propaganda e, in modo particolare con l’indicare ai propri sudditi il nemico o il cattivo di turno.


È ancora vero, ma oggi, la grande novità, consiste nel fatto che si mente anche ai “propri”, cittadini, elettori, sostenitori, in una proporzione che era sconosciuta ad altri tempi pure infelici. Lo sapeva perfettamente Adolf Hitler, che nel Mein Kampf sosteneva espressamente la necessità di mentire «alla grande»: se devi mentire alle masse, deve trattarsi di una menzogna così abnorme da essere proprio per questo creduta. La menzogna è, difatti, la quintessenza di tutti i regimi totalitari, sia quelli vecchia maniera, come le dittature ideologiche del secolo scorso, sia quelli “soft”, caratteristici del sistema di disinformazione sistematica portato avanti dai poteri forti mediante l’illusione della democrazia elettorale. Tralasciando il pensiero politico pre-democratico, Nicolò Machiavelli anzitutto, ma anche Jonathan Swift, è stato soprattutto il pensiero politico del Novecento ha porsi il problema della menzogna in politica non solo e non tanto nella sua dimensione a-morale, bensì nella sua implicita contraddizione interna.


I pensiero politico del Novecento non ha affatto mancato di confrontarsi con il tema della menzogna in politica (malgrado l’argomento sia tabuizzato proprio attraverso la facile etichetta del qualunquismo), ma, nella sostanza non ha saputo indicare possibili vie d’uscita interne al sistema delle democrazie elettorali occidentali. Si citino qui almeno due nomi d’eccezione, Alexandre Koyré e Hanna Arendt.


2 – Alexandre Koyré: i politici mentono per debolezza Il primo ha affrontato l’argomento in un breve saggio, Sulla menzogna in politica, pubblicato da Lindau nel 2010, ma uscito nell’originale francese a New York nel 1943. L’Autore, membro della resistenza francese, apparteneva, infatti, al movimento France Libre di De Gaulle e muove la sua riflessione proprio dalla constatazione della sconfitta francese e dalla conseguente occupazione nazista del Paese, negli anni più bui della Seconda Guerra Mondiale. «Non si è mai mentito come al giorno d’oggi. E neppure si è mai mentito in modo così sfrontato, sistematico e continuo».


Con queste parole, che sembrano scritte oggi, Koyré inizia la sua riflessione coraggiosa, che non affronta solo il tema, perenne, della menzogna, ma punta a sviscerare una delle radici ultime della perversione del Potere. Koyré riconosce, sin dalle prime righe, che «la menzogna è vecchia come il mondo», ma dichiara di volersi soffermare esclusivamente sulla «menzogna politica». Di essa tratta, nella prima parte del volumetto, per passare poi, nella seconda, al sistema di potere chiuso («segreto») che gestisce i meccanismi di condizionamento nelle dittature classiche. E allora, soffermandoci soprattutto sul primo aspetto, come se volessimo raccogliere un mazzo di fiori da un campo proibito, riportiamo alcune citazioni dalle prime pagine di questo straordinario libretto, lasciando al Lettore il compito di applicarne il significato a questi nostri tempi.


«Non si è mai mentito così tanto ... infatti, giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, dei cumuli di menzogne si riversano sul mondo. I discorsi, gli scritti, i giornali, la radio ... tutto il progresso tecnico è posto al servizio della menzogna. L’uomo moderno è immerso nella menzogna, respira la menzogna, è sottomesso alla menzogna ogni istante della sua vita (...) La menzogna moderna è fabbricata in serie e si rivolge alla massa. Così, se nulla è più raffinato della propaganda moderna, nulla è più grossolano del contenuto delle sue asserzioni, che rivelano un disprezzo assoluto e totale della verità». La massa – perché il Potere vuole «masse», non popoli - «crede a tutto ciò che le sie dice. Purché glielo si dica con sufficiente insistenza. Purché si lusinghino le sue passioni, i suoi odi, le sue paure.


Creder, obbedire e combattere – tale è il dovere della massa. Il pensiero è affare del capo». Eppure, anche in politica, la menzogna è un segno di debolezza, non di forza, forse in democrazia ancor più che nei sistemi apertamente totalitari. «La menzogna può essere un’arma. L’arma preferita dell’inferiore e del debole che, ingannando l’avversario, si vendica e ha la meglio su di lui». «Ingannare significa anche umiliare e ciò spiega la menzogna spesso gratuita delle donne e degli schiavi». La menzogna è comunque sempre un segno di disprezzo. Mentendoti, ti dico che per me non vali nulla, se non, al massimo, il tuo voto, di cui, per il momento, ho ancora bisogno, ma solo come un numero, da aggiungere a tanti altri. Anche per le dittature leggere – precisiamo noi – vale quello che Koyré scrive per i totalitarismi forti: «Nell’antropologia totalitaria l’uomo non è contraddistinto dal pensiero, dalla ragione, dal giudizio, proprio perché, secondo essa, la grande maggioranza degli uomini ne è priva». Se sostituiamo al generico «uomini», il termine «elettori», abbiamo la quintessenza della menzogna politica in democrazia, che è, poi, quel che certifica il fatto che le nostre democrazie sono solo «apparenti».


Qui sta anche la risposta alla domanda da cui siamo partiti: perché i politici mentono? Mentono per debolezza, avendo comunque bisogno di garantirsi il consenso elettorale. Mentono per disprezzo, ritenendo utili i voti, ma inutili gli elettori. Già, proprio qui sta il punto più beffardo e più tragico: i politici mentono ai loro elettori, di cui pure hanno ancora in qualche modo bisogno, perché li disprezzano, ma in questo loro disprezzo sta la dimostrazione della loro debolezza e inutilità. All’interno dei sistemi totalitari – forti, come quelli ideologici del secolo XIX, o deboli come quello in cui stiamo rapidamente scivolando – che conta è il sistema, non la persona del politico. Quanto meno quest’ultima sarà carismatica, tanto essa risulterà assimilabile e ininfluente. Ma questo, del carisma personale, è un altro discorso, e il libretto di Koyré non lo affronta e, forse, nell’Europa devastata dalla Guerra neppure poteva affrontarlo.


3 – Hannah Arendt: i politici mentono per farci credere che la loro è l’unica realtà possibile L’altro nome illustre è quello di Hannah Arendt, in un breve e troppo poco conoscuto saggio: Lying in Politics. Reflections on the Pentagon Papers, pubblicato nel 1972 sulla New York Review of books (traduzione italiana Edizioni Marietti 2006), a partire da una conferenza dell’anno prima. Lo spunto è uno scandalo, uno dei molti di allora, presto offuscato dallo Water Gate: sul NY Times erano stati pubblicati dei documenti segreti relativi all’impegno militare americano nel Sudest asiatico, i Pentagon Papers, appunto.


La Harendt vi insiste sull’evidente volontà del Pentagono di distorcere la verità fattuale su quello che stava accadendo in Vietnam, non tanto rispetto all’andamento reale della guerra (di cui l’opinione pubblica occidentale era ampiamente informata), bensì sull’impossibilità di porvi fine non per ormai improbabili «complotti imperialisti», ma per questione “di immagine”, per un grottesco dover “salvare la faccia” considerato più importante degli stessi interessi americani.


«Nei Pentagon Papers ci troviamo di fronte a degli individui che hanno fatto del loro meglio per conquistare la mente della gente, ovvero per manipolarla». La Arendt coltiva ancora l’idea che la libera stampa possa costituire di per sé un antidoto contro questa manipolazione organizzata da parte del Potere: «Se il Primo Emendamento sarà sufficiente a proteggere questa fondamentale libertà politica, il diritto ad un’informazione basata sui fatti e non manipolata, senza la quale la libertà d’opinione nel suo complesso diventa una crudele beffa, è un’altra questione». All’origine di questa prospettiva in qualche modo ancora fiduciosa sta un’originale ripresa dell’antica nozione aristotelica di politica, come «la sfera del contingente, delle cose che possono essere altrimenti».


Ben al di là dei fatti resi di dominio pubblico, la Arendt constata: «Siamo liberi di cambiare il mondo e di dare inizio in esso a qualcosa di nuovo. Senza la libertà mentale di negare o affermare l’esistenza, di dire “sì” o “no” (...), nessuna azione sarebbe possibile, e l’azione è per l’appunto la materia di cui è fatta la politica».


4 – Una conclusione guardando in casa nostra Rispetto all’immediato secondo dopoguerra e agli anni Settanta, i sistemi di manipolazione sembrano aver fatto i conti con questo aspetto di resistenza naturale (l’auspicio o l’idea, espressa anche solo attraverso il fastidio o la stanchezza, che questo mondo potrebbe essere diverso) I politici mentono in maniera ancora più radicale, promettendo la Luna per impedire ai propri elettori di sollevarsi dalla Terra in cui loro stessi li hanno imprigionati. Mentono, sapendo di mentire, o anche non sapendolo.


Nella democrazia terminale la menzogna è lo strumento attraverso cui si trattiene a sé l’elettore e, ancor più ferocemente, il “militante”. Di costui si coltiva la rabbia o, di volta in volta, la stanchezza di fronte al sistema, al solo scopo di carpirne il consenso. Il militante è per eccellenza oggetto di disprezzo. Gli si indicano prospettive in cui non si crede minimamente e si sa di mentire: «altrimenti non ci avrebbero votato». Si lanciano slogan poderosi, ma, una volta occupata una poltrona, ci si limita ad allungare un foglio con l’elenco dei nomi e dei posti rivendicati.


La Arendt pensava ancora a un sistema di democrazia sostanziale, sottovalutando l’aspetto antropologico, l’umana tendenza a mentire e a cercare facili consolazioni (e illusioni) nella menzogna raccontata dall’uomo forte, o presunto tale, a cui si presta fiducia in cambio di un minimo di sicurezza interiore. Il sistema ha bisogno di masse di elettori e schiere di militanti silenziosi, sognanti e ubbidienti. La sveglia, se ci sarà, sarà molto brusca. La democrazia elettorale, alla lunga, è un sistema che divora se stesso, non potendo in alcun modo mantenere quel che promette ed essendo terrorizzata dalla sola possibilità che esista una minoranza pensante e resistente.


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